Lo Zibaldone Economico

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Tanto patrimonio, poco reddito: un’Italia di parassiti

Luca Ricolfi è tornato alla ribalta con il suo La società signorile di massa. Visto il successo che sta riscuotendo nelle librerie e la recensione positiva che avevo fatto de L’enigma della crescita, ho approfittato del tempo della quarantena per leggermi l’ultimo lavoro del noto sociologo torinese. Ho trovato gli stessi pregi de L’enigma della crescita: temi interessanti trattati in maniera approfondita, pur mantenendo sempre una distintiva chiarezza grazie allo stile e all’uso di immagini e metafore. La società signorile di massa ha il merito di proporre argomenti chiave a un pubblico non necessariamente specialista, per stimolare quanto più possibile il dibattito.

Ma cos’è una “società signorile di massa”? Il concetto, messo insieme da Ricolfi, poggia su tre pilastri: il numero di cittadini che non lavorano è maggiore dei cittadini che lavorano; il consumo opulento è appannaggio anche di chi non lavora; l’economia è in uno stato di stagnazione o decrescita. L’Italia è l’unico paese al mondo che risponde alle tre caratteristiche sopra citate, nonostante altri stati potrebbero presto seguirci – il miglior candidato, secondo Ricolfi, è il Belgio.

I più arguti potrebbero sostenere che si tratti di un falso problema: perché lamentarsi, se i cittadini possono permettersi un alto tenore di vita pur non lavorando? Sebbene apparentemente lineare e soprattutto rassicurante, questo tipo di ragionamento è fallace. Per spiegarne i motivi, Ricolfi propone alcuni dati interessanti. Innanzitutto, il 52% della popolazione nativa italiana sopra i 15 anni non lavora, contro il 40% di nativi occupati e l’8% di stranieri. La popolazione attiva è molto distante dalla media dei paesi OCSE e dei nostri vicini in Europa; andrebbe tenuto a mente la prossima volta che qualche politico propone di abbassare l’età pensionabile, facendo di conseguenza diminuire gli occupati. Un altro dato a cui guardare è il rapporto fra reddito e patrimonio. Infatti, una famiglia media possiede un reddito di €46.000, contro un patrimonio di €390.000 – quasi nove volte tanto. Questa stortura, dovuta principalmente all’accanito risparmio della generazione dei boomers, rischia di svalutare il valore del lavoro. Ricolfi attribuisce infatti all’eredità una delle ragioni per cui i ragazzi non entrano nel mondo del lavoro. Perché cercare un impiego, quando i genitori possono mantenerti e sai di poter contare su una cospicua eredità alla loro morte? La realtà sarà ovviamente più complessa, ma non mi stupirei che sia almeno un retropensiero di tanti miei coetanei. Qui si pone una questione paradossale: la patrimoniale diventerebbe un modo per difendere il valore del lavoro, alla base di quel capitalismo che tanto disprezza quel tipo di imposta? Sarà bello rifletterci nei prossimi mesi.

Ricolfi propone molte altre riflessioni che meritano attenzione. Collegato a quanto scritto nel precedente paragrafo, l’Italia è il paese con la più alta eredità attesa in Europa. L’eredità attesa dipende dal patrimonio medio, dal numero di anziani e da quello di giovani e determina di nuovo l’incentivo a lavorare per avere un proprio reddito.

Un’altra considerazione interessante riguarda la diseguaglianza di reddito, spesso agli onori della cronaca mondana ma anche del dibattito fra economisti. Secondo Ricolfi, il vero problema che sta dietro la diseguaglianza di reddito è la diseguaglianza di accesso al lavoro, ossia la facilità con cui un inattivo o disoccupato trovano un impiego. In altre parole, un Paese altamente diseguale ha una minoranza di lavoratori che fanno persino gli straordinari per coprire il fabbisogno di lavoro, a discapito di inattivi e disoccupati. L’Italia è seconda solo alla Grecia, fra i paesi OCSE.

Un’ultima considerazione che mi ha colpito riguarda l’importanza dell’istruzione. Il sociologo torinese crede che l’asticella di scuola superiore e università si sia notevolmente abbassata negli ultimi decenni, specie dopo il Sessantotto. Ciò va a discapito delle fasce di popolazione meno abbienti, che non possono complementare l’educazione pubblica con ripetizioni, corsi di vario tipo o viaggi all’estero. Viste le innumerevoli polemiche ad ogni somministrazione delle INVALSI, sarebbe ora di far capire ai detrattori di quei test (principalmente di sinistra) che agendo in tal modo finiscono per ledere gli interessi proprio di chi dovrebbero rappresentare.

Dopo aver ampiamente tessuto le lodi de La società signorile di massa, mi permetto di criticare Ricolfi su un unico punto. In più passaggi del libro, il sociologo descrive dei giovani dediti allo sballo e alla bella vita, talvolta in modo esagerato. Con tutto il dovuto rispetto, non so quanto un settantenne possa conoscere gli usi e costumi dei miei coetanei. Purtroppo, ritrovo questa gerontofilia fra tanti intellettuali agée, in primis Galimberti e Bauman (deceduto qualche anno fa). Trovo che scivolare su esagerazioni e luoghi comuni sia un peccato per degli studiosi di questo calibro.

Detto questo, rinnovo il mio giudizio più che positivo per il libro. Tanti spunti su cui riflettere condensati in 200 pagine; merita la lettura!

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