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Scienza

Il futuro della nostra specie, fra scienza, etica e tecnologia

Il titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Pacchioni, Prorettore alla ricerca dell’Università Bicocca, potrebbe sembrare pessimista. L’ultimo Sapiens – viaggio al termine della nostra specie non sembra certo amichevole e lascia intendere che le 200 pagine spieghino come l’uomo arriverà al capolinea della propria esistenza. In realtà si tratta di un saggio allo stesso tempo ironico e riflessivo, che ci porta su temi estremamente attuali ma su cui i media si soffermano poco.

Prima di tutto, Pacchioni sgombra il campo dai malintesi e ci denuda di fronte a una disarmante evidenza: la nostra specie è relativamente recente e nulla vieta un’estinzione di massa, nonostante abbiamo finora dimostrato una capacità straordinaria di adattarci al mondo circostante e di adattare lo stesso mondo a nostro piacimento. Siamo stati un “diesel”, partendo con uno sviluppo lento e prudente ma conoscendo una crescita incredibile in termini di reddito e tecnologia a partire dalle prime due rivoluzioni industriali. L’anno scorso gli antropologi sembrano aver raggiunto il consenso sul fatto che il nostro impatto sul pianeta è stato così rilevante che abbiamo segnato una nuova era geologica, chiamata appunto antropocene. Convenzionalmente, l’inizio di tale epoca è stato fissato con la commercializzazione della plastica, nella metà del secolo scorso.

Il libro descrive tutte le più recenti innovazioni che potrebbero migliorare radicalmente le condizioni di vita dell’uomo oppure, al contrario, condannarci all’estinzione. Un primo esempio è il quantum computing, che risolverebbe il problema del raggiungimento del limite fisico per la grandezza dei chip, rendendo obsoleta la famosa legge di Moore (“il numero di processori in un chip raddoppia ogni 18-24 mesi”). Ciò andrebbe a vantaggio dei sistemi di intelligenza artificiale e machine learning, che troverebbero pane per i loro denti digitali – o, per meglio dire, affilerebbero i loro denti grazie a una potenza di calcolo di molto superiore rispetto ai moderni computer.

Una seconda innovazione sono le biostampanti 3D, che stamperebbero degli organi sostitutivi in materiale biologico. Si comincerà dal rene, che è uno degli organi più semplici (e a quel punto l’espressione “vendere un rene” acquisterà un significato reale), per poi passare alle ossa e alla pelle. Niente più trapianti o lunghe attese per riavere un elemento chiave per la nostra vita. Potenzialmente, però, ciò potrebbe esporre la società a pesanti dilemmi: cosa succederebbe se questa tecnologia venisse usata per creare dei cyborg ultra-performanti, in barba ai limiti umani? Un simile ragionamento si può fare anche per la recentissima tecnica CRISPR, dove delle forbicine biologiche tagliano le porzioni del nostro DNA malato o malfunzionante e lo sostituiscono con una sezione sana. Con questo taglia-e-cuci si potrebbero curare o prevenire tumori a carattere ereditario e malattie genetiche, ma alcune persone non accettano che l’uomo sia in grado di avere un tale controllo sulla natura. Di fatto, le recenti tecnologie in ambito medico ci stanno avvicinando sempre di più a Dio, rendendo il richiamo della religione sempre più debole di fronte ai progressi della scienza. Abbiamo clonato una pecora e l’anno scorso sono nate le prime scimmie-clone; a questo punto, solo la morale ci impedisce di creare una copia del primo uomo. L’atto della creazione non sarebbe più prerogativa divina. I più critici minacciano della possibilità di creare un “menù della vita”, dove i genitori più ricchi potranno selezionare le caratteristiche dei propri figli. Già oggi, alcune cliniche statunitensi riescono a garantire il sesso del nascituro con la fecondazione in vitro; allo stesso modo, la popolazione di malati di trisomia 21 si sta riducendo per via degli screening prenatale, dopo i quali i genitori possono decidere se continuare o meno la gravidanza. Di fatto si tratta di eugenetica, ma la società si adatta in fretta alle opportunità che offre la tecnologia e accetta buona parte dei cambiamenti.

Ma il vero rischio per la nostra specie, secondo Pacchioni, è la singolarità. Questo termine, usato spesso dai futurologi, indica il punto in cui la velocità del cambiamento supera la capacità di comprendere e prevedere gli eventi. Oggi siamo su uno punto molto ripido di una curva dell’innovazione esponenziale e non ci sono segni di una diminuzione dell’innovazione. In seguito alla prima rivoluzione industriale, gli ambiti di ricerca si sono moltiplicati via via, generando spontaneamente nuove tecnologie e aree d’innovazione. Sempre più ricercatori si cimentano con le sfide del nostro mondo e la qualità del ricercatore medio del 2019 non è neanche lontanamente comparabile alla qualità dei cervelli nel 1919.

Dove finiremo, quindi? Pacchioni non risponde in modo diretto, ma ci invita a riflettere su tecnologie molto delicate e che stanno già avendo un impatto nel nostro mondo. L’ultimo Sapiens è in realtà due libri in uno, perché l’autore raccoglie numerose tracce dai racconti del fantastico Primo Levi, un chimico dotato di particolari abilità di predizione sui cambiamenti tecnologici e scientifici. Insomma, ci sono tanti ottimi motivi per leggerlo!

Il libro verrà presentato a Valdagno dal Guanxinet martedì 12 marzo (ore 20:30, Palazzo Festari, Valdagno), nell’ambito del ciclo di incontri “La via delle scienze”. Sarà un’ottima opportunità per conoscere l’autore e scambiare alcune idee su argomenti troppo importanti e attuali per essere trascurati. Non mancate!

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