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Neoliberismo, il capro espiatorio di politici incapaci

La verità, vi prego, sul neoliberismo – il poco che c’è, il tanto che manca è un impegnato e impegnativo saggio sulle politiche liberiste. L’autore, Alberto Mingardi, è direttore dell’Istituto Bruno Leoni e uno fra i pensatori liberal più in vista in Italia, nonostante la giovane età. Si tratta quindi di una voce estremamente competente sull’argomento, sebbene sia dichiaratamente di parte.

Il libro nasce da una necessità impellente: fare chiarezza sul neoliberismo. Questa corrente di pensiero indica l’astensione dello Stato dall’intervento economico, sia esso in termini di dazi, welfare o regolamenti che soffocano l’attività imprenditoriale. Spesso viene additato come la causa di tutti i mali: c’è chi lo incolpa della diseguaglianza, chi della povertà, chi del riscaldamento globale, chi dei femminicidi e della cultura maschilista. Il neoliberismo è attaccato su tutti i fronti. Ma siamo davvero sicuri di vivere in un mondo neoliberista? Siamo sicuri che la povertà e le diseguaglianze verrebbero risolte con l’intervento dello Stato?

Mingardi parte da queste domande, mostrando la fallacia di tanti intellettuali socialisti o “di sinistra”, whatever it means. Se il cittadino di un qualsiasi paese occidentale si guardasse attorno, noterebbe la presenza pervasiva dello Stato. Dalla tassazione all’educazione, dalla sanità pubblica alla raccolta differenziata, dai regolamenti per il licenziamento alle normative doganali, non si può certo dire che le aziende siano lasciate libere di operare come meglio credano. Al contrario, l’intervento statale diventò imperante negli anni Trenta e continuò nel dopoguerra, con l’istituzione del Welfare State. Negli anni Settanta e Ottanta vediamo una timida retromarcia, con la privatizzazione di alcune aziende e la liberalizzazione di settori strategici. Tuttavia, lo Stato mantenne ben saldo il timone dell’economia, continuando a tassare e a redistribuire – e infatti la tassazione e le spese sociali in rapporto al PIL sono aumentate nella maggior parte dei paesi industrializzati, inclusi i “liberisti” USA e Regno Unito.

Persino il tanto bistrattato settore bancario è in realtà soggetto a una soffocante regolamentazione. Con l’avvento di Basilea 3, nel gennaio 2009, le banche devono spendere milioni di dollari per mantenersi in regola con il minimo capitale richiesto. Molti osservatori sostengono che avremmo persino evitato la crisi, se Basilea 3 fosse entrato in vigore non appena venne ratificato, nel 2005.

Nonostante il peso dello Stato, le condizioni economiche globali sono migliorate significativamente in seguito al periodo di deregolamentazione sopra citato. Sebbene il neoliberismo sia accusato di causare povertà e malessere, i dati mostrano come non ci siano mai stati così pochi poveri al mondo. Allo stesso tempo, il tanto bistrattato assottigliamento del ceto medio nei paesi ricchi avviene perché sempre più persone passano a redditi medio-alti. La globalizzazione, permessa da quel poco di neoliberismo commerciale iniziato negli anni Ottanta, ha quindi sensibilmente migliorato il benessere globale. Com’è ovvio, c’è anche stato chi ha perso da questo processo; i governi, incapaci di riallocarli in settori a più alto valore aggiunto, preferiscono dare la colpa a qualcuno che non ha né un volto né una voce per difendersi, ossia il neoliberismo – che talvolta assume la forma dell’immigrazione, finanziata appunto da uno sparuto gruppo di paladini della società aperta.

In generale, non posso che trovarmi d’accordo con l’autore. È piuttosto evidente come il livello di regolamentazione sia giunto a livelli tali da inibire l’imprenditorialità, ma allo stesso tempo la globalizzazione ha mostrato le potenzialità delle politiche di stampo liberiste. Tendo però, in ultima istanza, a seguire il consiglio del Prof. Masciandaro, che nell’ultima slide del corso di International Macroeconomics ci mostrava la foto di una mangrovia. “Fate come le mangrovie, che crescono in acqua dolce ma resistono anche all’acqua salata”, disse, “Solo così potrete elaborare una policy scevra di pregiudizi”. Il Prof. Masciandaro faceva riferimento all’annoso dibattito fra la scuola liberista di Chicago (dove c’è l’acqua dolce dei Grandi Laghi) e la scuola interventista californiana, bagnate dalle acque salate dell’oceano Pacifico.

È infatti innegabile che, per quanto il mercato sia efficiente, ci possano essere delle market failures. Mingardi stesso lo ammette con l’ambiente: le aziende non perderebbero di certo tempo con la raccolta differenziate, se lo Stato non le obbligasse; ciò, ovviamente, arrecherebbe danni di non poco conto alla natura. Tuttavia, sono più interventista dell’autore in alcuni aspetti. Se Mingardi critica chi propone la divisione fra banche d’investimento e banche commerciali, io perlomeno concedo il beneficio del dubbio. C’è infatti un ricco dibattito accademico che contrappone la maggiore efficienza di una banca universale (che combina cioè i servizi d’investimento con quelli commerciali) agli inevitabili ed enormi conflitti d’interesse che porta questo modello. Gli studiosi sembrano orientarsi verso il non intervento (si veda Puri, 1996), ma non è affatto scontato. Similarmente, Mingardi mette sotto accusa Mariana Mazzuccato, nota economista che si ritiene preoccupata per il trend di diminuzione della spesa statale in Ricerca e Sviluppo (R&S). Bisognerebbe rilevare, in questo dibattito, che ci sono molti medicinali che non hanno mercato, ma che comunque vanno sviluppati. Le malattie rare sono un esempio lampante: nessuna azienda spenderebbe del denaro per trovare una terapia, visto che i ritorni sono per definizione esigui.

Per darvi un giudizio conclusivo, credo che La verità, vi prego, sul neoliberismo vada letto proprio perché fa chiarezza su temi di cui spesso si parla senza cognizione di causa, senza mai rinunciare all’ironia. Nonostante sia una lettura impegnativa – 390 pagine dense di concetti importanti – Mingardi non dà mai nulla per scontato e si ferma a spiegare con cura ogni passaggio ostico. Può quindi risultare particolarmente utile a chi si sta avvicinando all’Economia: troverete, ad esempio, una bellissima spiegazione del vantaggio comparato. È inoltre un saggio molto utile per mettere un po’ di ordine su alcuni temi che sono sempre all’ordine del giorno sui nostri media. L’autore investe circa metà libro sull’immigrazione, le diseguaglianze economiche e il commercio, chiarendo i motivi per cui il neoliberismo non sia la causa di tutti i mali, ma semplicemente il capro espiatorio perfetto per una politica incapace di affrontare le sfide del nostro tempo.

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