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La storia di un Sonderkommando

Una volta all’anno, prima della Giornata della Memoria, mi piace leggere un libro sulla Shoah. È ormai da tre anni che il Guanxinet mi propone i saggi di Frediano Sessi, docente di Sociologia Generale ma specializzato sull’Olocausto. Quest’anno è toccato ad Auschwitz Sonderkommando – tre anni nelle camere a gas, dove si racconta la storia di Filip Muller, ebreo slovacco assegnato al lavoro nel crematorio di Auschwitz.

Si tratta di un saggio estremamente interessante, per molti motivi. Primo, il pubblico a cui è rivolto: è uscito per Einaudi Ragazzi, mirando quindi principalmente a studenti delle medie e delle superiori. Operazione tutt’altro che scontata, vista la complessità dei temi affrontati, ma quantomai necessaria per avvicinare la mia generazione e quella più giovane ad un mondo che ci è lontano. La taglia del libro (appena 120 pagine) e lo stile con cui è scritto sono assolutamente in linea con l’obiettivo che si prepone. È infatti strutturato come un dialogo immaginario fra Filip e Johanna, un’infermiera austriaca che lo soccorre non appena gli Alleati entrano ad Auschwitz. L’esperienza del Prof. Sessi con la narrativa – ha infatti scritto più di dieci romanzi, sia per adulti che per ragazzi – aiuta decisamente a mantenere la scorrevolezza e il piacere di lettura.

Il secondo motivo per cui credo valga la pena leggere il saggio è il tema trattato, ossia i sonderkommando. Questi uomini erano per la maggior parte ebrei prigionieri del campo, che avevano la spiacevole mansione di eliminare i corpi dei gasati bruciandoli nei forni crematori. L’infelice compito li portò a godere di una pessima fama, perché venivano visti come collaborazionisti; hanno dovuto vivere nell’ombra più degli altri detenuti, una volta liberati dagli Alleati, proprio per la croce che si portavano sulle spalle. Da qualche decennio la storiografia li ha riabiliti, riconoscendo che erano uomini privi di qualsiasi libertà di agire secondo coscienza e morale – che venivano lasciate fuori dal cancello dei campi. Si trovavano in una condizione peggiore di quella di Eichmann, che si dichiarò un semplice esecutore degli ordini del Fuhrer, ma perlomeno godeva della libertà di scelta. Qui, per chi volesse approfondire, vi riporto un breve stralcio dell’interrogatorio quasi surreale di Eichmann (“Alla conferenza di Wannsee c’erano le più alte personalità del Reich. I Papi del Reich avevano impartito degli ordini. E io dovevo obbedire.” – detto da un uomo totalmente libero).

Un terzo motivo, più generale, è legato al motivo per cui leggo un libro sulla Shoah ogni anno. È necessario comprendere il passato per misurarsi con le sfide del presente; ciò diventa ancora più vero per la mia generazione, che non ha visto nemmeno la guerra in Jugoslavia. I giovani d’oggi non hanno la minima idea di cosa significhi un conflitto fra nazioni, né a quali orrori si possa spingere l’uomo. Le parole di Filip sono crude e non lasciano spazio a fraintendimenti. Raccontano il lavoro alienante a cui era costretto, e le tante torture a cui è stato sottoposto. Mostrano il dolore con cui saluta i propri compaesani prima che entrino nelle camere a gas, ignari di ciò che li attende a causa delle menzogne dei nazisti. Segnano il dolore e l’oppressione che può vivere una minoranza, vittima di quello che decide un paese incattivito e schiavo di bugie degli uomini al potere.

Auschwitz Sonderkommando presenta la facilità con cui gli uomini si svuotano di umanità e si prestano a malvagità e imbrogli. Ha fatto scuola l’esperimento dello psicologo Philip Zimbardo, in cui ha diviso 24 ragazzi fra guardie e prigionieri; in seguito ad alcune provocazioni dei prigionieri, le guardie – ragazzi provenienti da famiglie benestanti dell’area di Stanford – hanno iniziato ad adottare metodi sempre più meschini per riportare all’ordine e a umiliare i finti ladri. Dopo pochi giorni, Zimbardo ha dovuto sospendere l’esperimento perché iniziavano a manifestarsi i primi esaurimenti nervosi da parte dei prigionieri, e le guardie abusavano ormai del loro potere in maniera vergognosa. I campi di concentramento riproducevano le stesse dinamiche su scala molto più vasta, e senza controlli a monte. Per approfondire lo Stanford Prison Experiment, potete cliccare qui (mettete i sottotitoli se vi servono).

Leggere Auschwitz Sonderkommando aiuta anche a riflettere su noi stessi: come ci saremmo comportati se fossimo stati Filip? Avremmo votato il partito nazista o ci saremmo uniti alla resistenza, rischiando di finire in un campo di concentramento come prigionieri politici? Come ci saremmo comportati con le minoranze, se fossimo stati forti di essere parte della maggioranza ariana? Io, ahimé, temo che avrei fatto parte della massa di tedeschi, italiani, austriaci, polacchi e cecoslovacchi che si sono allineati al regime e hanno favorito la deportazione di milioni di innocenti verso la morte sicura, magari per 30 lirette per ogni soffiata. Il Prof. Sessi sottolinea spesso come tutta la società fosse allineata verso la “purificazione”, e tutti cercavano di trarne beneficio. Non ultime le aziende, come la Topf (che ha installato i forni crematori), o le più famose Bayer, IG Farben o persino l’americana IBM, che ha gestito lo smistamento verso i campi di concentramento attraverso il proprio ramo tedesco (la Dehomag).

Insomma, gli spunti che offre l’ultimo libro di Sessi sono davvero tanti. Costa solo €10, quindi direi che è un ottimo investimento. Fra neanche dieci giorni cadrà la Giornata della Memoria: dedichiamo 2 minuti per fermarci a riflettere sul passato, ma anche sul presente e su noi stessi. Vista l’aria che tira, potremmo presto trovarci a dover gestire un ritorno a regimi illiberali.

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