Paolo Gentiloni è stato il nostro primo ministro per un anno e mezzo, da dicembre 2016 – dopo la sconfitta al referendum costituzionale – a giugno 2018. Sono stati 18 mesi intensi, in cui l’Italia si è rimessa sulla strada della crescita e ha seguito il percorso di snellimento del debito messo in cantiere dal ministro Padoan già nel governo Renzi. Oggi, il governo gialloverde sta prendendo a picconate tutti i miglioramenti che erano stati fatti nelle scorse legislature, in nome di un “cambiamento” che ormai è quasi certo sia in peggio. Nonostante lo spread sia quasi triplicato e la Borsa abbia perso un quarto del proprio valore dall’insediamento dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, vari sondaggi mostrano come Lega e M5S godano di un sostegno popolare pari al 60%, per intenzioni di voto. Nel frattempo, l’opposizione stenta a farsi sentire.

In questo quadro, il nuovo saggio di Paolo Gentiloni, La sfida impopulista, acquista un interesse particolare. Le 250 pagine del libro non sono solo la narrazione dei principali eventi e impegni che hanno segnato il suo governo, ma offrono anche una riflessione sulla debacle elettorale del PD e numerose proposte e sfide per il futuro.

Ci sono molti motivi per cui credo sia un libro da leggere. Primo, non è scritto da un accademico, ma da un politico di lungo corso che ha vissuto sulla propria pelle alcune dinamiche che non potrebbero essere raccontate se non proprio dagli attori principali. È impossibile non rimanere affascinati dalla sublime arte della diplomazia, di cui Gentiloni si è occupato in maniera diretta specialmente da Ministro degli Esteri per il governo Renzi.

Secondo, tocca alcuni degli aspetti più interessanti e meno dibattuti della geopolitica, come la Nuova Via della Seta, il terrorismo di Daesh e i difficili rapporti con una Libia frammentata. Lo fa sempre mostrando la propria esperienza diretta e talvolta raccontando aneddoti che rendono la lettura ancora più immersiva e fluida, quasi come un romanzo.

Terzo, Gentiloni non manca mai di fare gli opportuni riferimenti a studi, ricerche e accademici che si sono distinti nei propri ambiti, dandoci ulteriori spunti di approfondimento e rendendo le argomentazioni molto più solide, diversamente dalla letteratura scritta da alcuni politici.

Più in generale, credo che valga la pena cimentarsi con La sfida impopulista perché ci lascia un quadro davvero completo delle sfide globali e nazionali. Ogni capitolo ne tratta una diversa, sempre dal punto di vista di un addetto ai lavori. Si comincia con una panoramica internazionale, per poi passare all’Unione Europea, l’economia italiana, il lavoro, i risparmi, le migrazioni, etc. All’interno di questa ricca offerta, ho trovato gli spunti più interessanti nel primo capitolo, dove si commentano i principali avvenimenti globali nella storia più recente. Stiamo infatti assistendo ad un nuovo cambiamento d’epoca, passando da un mondo unipolare ad uno dove Cina e Stati Uniti saranno gli attori privilegiati – a meno che noi europei non decidessimo di costruire una vera federazione europea, dotandoci di un governo sovranazionale con poteri reali e indipendenza finanziaria. Non è detto, però, che questa transizione avvenga in maniera indolore. Mentre l’aquila e il dragone già si scornano a colpi di dazi, la tensione geopolitica cresce e la Cina riesce ad attrarre verso sé sempre più paesi, grazie al modello vincente della Nuova Via della Seta. Mentre Trump vince con lo slogan Make America Great Again, i cinesi non sono da meno: Chi Kong Lai, professore alla Queensland University (Australia) di origine cinese, ha concluso un’intervista raccolta dalla mia docente di Geopolitics and Business con la frase “Make China Great Again”. Non posso credere che sia stato un messaggio lasciato casualmente. Visto che i nostri media si ostinano a non voler commentare nulla di ciò che stia più ad Oriente di Mosca, La sfida impopulista è un’ottima occasione per riflettere su questi temi.

Il messaggio che attraversa tutto il libro – e che ne ispira il titolo – è che l’opposizione non deve arrendersi al linguaggio populista dei gialloverdi, ma nemmeno dimenticare l’interesse nazionale. Secondo Gentiloni, infatti, la distanza dai ceti medio e basso hanno determinato la sconfitta del centro sinistra; per riprendersi un posto d’onore nel tavolo della politica italiana è necessario ripartire proprio dalle fasce della popolazione più colpite dalla globalizzazione e dall’avanzamento tecnologico, che inevitabilmente lascia indietro i meno preparati. Se l’ex primo ministro raccomanda di tutelare l’interesse nazionale, non lo fa in maniera isolazionista e patriottico – come stanno invece facendo Salvini e Di Maio. Al contrario, il vero interesse nazionale non può che essere difeso collocandosi all’interno dell’Unione Europea, in modo da avere un peso davvero globale e poter sviluppare una strategia di ampio respiro con i nostri partner.

Oltre all’analisi del proprio operato e delle sfide presenti e future, Gentiloni non dimentica di includere una roadmap da seguire per riguadagnare terreno e consenso. Lo fa costruendo un vero e proprio “lessico dell’alternativa”, ossia un insieme di parole che devono entrare a far parte del vocabolario di tutti coloro che credono nella democrazia liberale. Libertà, crescita felice, tempo ritrovato, pubblica tutela, cura della solitudine, Italia, Europa. Sono sicuro che ascolteremo sempre di più queste parole di qui alle Europee; nel frattempo, facciamole nostre.

Paolo Gentiloni sarà ospite del Guanxinet, a Valdagno, venerdì 7 dicembre. Come di consueto, la serata inizierà alle 20:30 a Palazzo Festari e al termine della presentazione sarà possibile porre i propri dubbi all’autore e agli ospiti, che vedete nella locandina qui a fianco. Non mancate!