Il Guanxi mi ha fatto conoscere Massimiano Bucchi con il suo Come vincere un Nobel, un bellissimo saggio che introduce al mondo dei più prestigiosi premi per la ricerca. Mi è capitata l’opportunità – sempre grazie al mitico Guanxi – di leggere l’ultimo lavoro di Bucchi, Sbagliare da professionisti. Si tratta, in poche parole, di una divertente fenomenologia dell’errore, utile per comprendere cosa significhi sbagliare e cosa possiamo imparare dai passi falsi che ognuno di noi compie quotidianamente.

Di solito, si capisce se un libro è interessante già dando una scorsa all’indice – nonostante ci possano essere sorprese positive o negative quando si passa ai singoli capitoli. Sono stato particolarmente colpito da questo indice, che mostra una struttura chiara e degli argomenti che colgono subito l’attenzione.

D’altro canto, Sbagliare da professionisti andrebbe letto anche se fosse terribilmente noioso. È infatti utile per capire come si arriva all’errore; non troverete nessuna formula magica su come evitarli, ma perlomeno potrete imparare come fare tesoro delle vostre sviste e, magari, correggere la traiettoria di una decisione che sta prendendo una piega sbagliata.

Innanzitutto, è bene chiarire che il fallimento è il risultato di un processo collettivo; nonostante la nostra società tenda a cercare sempre un singolo colpevole per motivi morali e legali, l’errore è la somma della responsabilità personali. Raramente, infatti, si sbaglia in completo isolamento dal mondo esterno. Ciò rivela il disagio con cui tendiamo a riconoscere l’errore, che spesso blocca l’iniziativa imprenditoriale e l’opportunità di apprendimento che è insita ad ogni nostro passo falso.

Il saggio comincia con una carrellata di “cantonate” che sono passate alla storia. Il fallimento di Kodak, ad esempio: un’azienda passata dall’essere saldamente leader di mercato alla bancarotta in meno di vent’anni, colpevole di non aver saputo cavalcare l’onda della fotografia digitale – o meglio di non abbandonare la pellicola, dove aveva una posizione dominante. In poche parole, vide il cambiamento ma lo interpretò sulla base dell’esperienza e delle certezze del passato, a causa di un mix di incentivi sbagliati per il management e di sicurezze da cui era difficile distogliersi. Un destino simile, dovuto ad una serie di errori collettivi, lo troviamo anche in Nokia o nella nostra Olivetti. Mai prevedere il futuro voltandosi al passato!

La tecnologia ci offre una sfilza di sviste da cui possiamo imparare qualcosa. Bucchi cita gli esempi del Segway e del Google Glass, che dovevano essere innovazioni che avrebbero cambiato le nostre vite in modo radicale. Sono invece state relegate ad un uso marginale per numerosi sbagli nello sviluppo. Segway utilizzò la cosiddetta “stealth mode” nelle fasi iniziali di commercializzazione: la tecnologia era tenuta completamente segreta ai fornitori, ai consumatori e a qualsiasi altra persona, così da minimizzare il rischio di copiatura. Ciò ha però limitato i feedback dall’esterno, che avrebbero potuto migliorare notevolmente il prodotto. Il Segway si ritrovò, dopo pochi mesi dal lancio, con i consumatori che non ne comprendevano la potenzialità e addirittura con alcune grane legali: era un veicolo motorizzato? Un ciclomotore? Un pedone? Cosa sarebbe successo in caso di incidenti con altri veicoli o persone? Una sorte simile è toccata ai Google Glass, che oggi sono esposti al Museo del Fallimento di Helsingborg (prossima meta di viaggio 😉 ).

All’università ci hanno insegnato che gli errori nascono spesso dall’interazione di gruppo, piuttosto che dai singoli. Nonostante il teamwork abbia notevoli vantaggi, bisogna conoscerne anche i limiti: spesso, quando lavoriamo in gruppo, tendiamo a prendere decisioni più estreme rispetto a quando ragioniamo in autonomia (group polarization) e cerchiamo sempre di raggiungere un compromesso, che spesso è una decisione subottimale (groupthink), magari per dinamiche gerarchiche che poco hanno a che vedere con il merito del problema. Questi motivi hanno portato ad uno dei più grandi fallimenti della storia occidentale, ossia l’esplosione del Challenger subito dopo il lancio. Nonostante la NASA potesse vantare i migliori ingegneri al mondo, l’errore non risparmia nessuno.

Dobbiamo anche fare attenzione ai pregiudizi che ognuno di noi ha, perché guidano in modo inconscio le nostre decisioni. Siccome abbiamo una razionalità e un tempo limitati, spesso ci affidiamo ad euristiche, ossia a delle scorciatoie cognitive per prendere una decisione. Ovviamente, questa decisione spesso contiene una certa percentuale di errore. Tversky, uno fra i principali studiosi di scienza decisionale, ha studiato il fenomeno della hot hand, ossia la credenza secondo cui un giocatore che ha segnato molti punti nella stessa partita ha maggiori probabilità di fare canestro anche in tiri successivi – mentre i dati raccolti mostrano un andamento casuale. È normale usare queste scorciatoie quando affrontiamo una scelta, ma è bene farlo consapevoli di esserne influenzati. Posso suggerirvi di sottoporvi ad un Implicit Association Test per misurare quanto discriminate determinate categorie sociali (neri, asiatici, anziani, LGBT: ce n’è per tutti). Conoscere i propri limiti è un primo passo per diminuire gli errori.

Connesso a ciò, c’è il fenomeno dell’overconfidence, ossia l’eccessiva sicurezza in sé in argomenti di cui non si hanno conoscenze approfondite – mentre tendiamo ad essere più conservativi quando facciamo scelte in un campo che ci è familiare. Gli effetti dell’overconfidence sono evidente a tutti facendo un semplice giro dei social networks: quanti esperti vengono contestati da persone che sanno a malapena ciò di cui si sta parlando? L’ignoranza gonfia l’ego; teniamo a mente l’insegnamento socratico del “saper di non sapere” per minimizzare gli sbagli in terreni a noi poco noti.

In generale, mi piace citare spesso il dubbio cartesiano, ormai esercitato da pochissime persone ma sempre più rilevante in un mondo così interconnesso e complesso. Cosa sarebbe successo se gli ingegneri della NASA avessero dubitato dei dati a loro disposizione prima del lancio? Cosa sarebbe successo se Petrov, l’ufficiale russo che era di guardia al sistema antimissilistico sovietico, non avesse dubitato dei segnali che le apparecchiature gli stavano mandando e avesse dato l’allarme agli alti gradi dell’esercito russo?

Vedete quindi che c’è tanto da imparare in Sbagliare da professionisti. Cominciamo con il nobilitare l’errore e riconoscergli il suo vero status, ossia come il massimo momento di conoscenza. Impariamo a riconoscerli e cerchiamo di premunirci adeguatamente, oppure adottiamo il principio del fail fast tipico delle start-up più snelle, per moltiplicare la possibilità di apprendimento.
Un errore alla volta, ci miglioriamo tutti.

Se volete conoscere l’autore e approfondire i contenuti del libro – con i tanti spunti di cui non ho potuto parlare io – vi consiglio di approfittare dell’evento organizzato dal Guanxinet lunedì 12 novembre, alle ore 20:30. Appuntamento a Palazzo Festari, nel cuore di Valdagno. Non mancate!