Ho scoperto De André attorno ai dieci anni, con la raccolta “In direzione ostinata e contraria”. Sono rimasto subito colpito dalla poesia delle canzoni e dai temi affrontati, che non erano certamente all’ordine del giorno per radio o alla TV. I tre CD che compongono “In direzione ostinata e contraria” sono stati la colonna sonora di ogni nostro viaggio in camper, ma fino a un paio di anni fa non mi ero mai veramente addentrato nel mondo di De André. Oggi, invece, ne sono totalmente dipendente e conosco a menadito buona parte della sua discografia. Di seguito vorrei proporvi qualche riflessione su Faber, usando il film-biografia Principe Libero come pretesto.

Credo che De André piaccia – e lo si ascolti ancora – perché è riuscito in quello che pochi artisti riescono, ossia combinare la piacevolezza delle melodie con dei testi impegnati. Le sue canzoni possono quindi essere apprezzate su due distinti livelli, che chiamerò per comodità “popolare” e “intellettuale”, senza che uno dei due prevalga sull’altro. Questo è il motivo per cui Faber mi piaceva sia da bambino che ora, quando sono diventato un po’ più esigente in materia di musica. Tuttavia, sono convinto che per apprezzare appieno l’opera del genovese è necessario inserirsi sul secondo canale, quello più impegnato. Le canzoni acquisteranno un altro significato quando ne conoscerete la storia (importantissima per un cantautore che metteva l’anima in ogni parola che scriveva) e ne capirete il testo.

Vedere le due puntate del Principe Libero senza avere un minimo di background può rovinarvi l’esperienza. Luca Facchini, che ne ha diretto le riprese, ha raccontato la storia di De André in modo approfondito e completo, perciò direi che il film è assolutamente consigliato a chi si sta avvicinando alla sua figura. In questo caso, si può imparare tanto sulla vita del più grande cantautore italiano. Si comincia dalla sua infanzia, nella Genova-bene, per finire poco dopo la morte del padre, con l’abbandono dell’alcol. Nel mezzo Facchini racconta le sue storie amorose, il rapporto con la famiglia e il suo carattere, forse duro e severo con se stesso ma sempre aperto e coerente. Chi, se non lui, può perdonare e chiedere l’amnistia per i sequestratori che lo tennero ostaggio assieme a Dori Ghezzi per quattro mesi? Proprio questa è – secondo me – l’unica pecca del film: quasi tutta la seconda pellicola è occupata dal sequestro, lasciando poco spazio per mostrare il suo sviluppo musicale e l’avvicinamento alla lingua ligure, che ha contraddistinto l’ultima parte della sua carriera.

Come dicevo prima, avere una minima conoscenza di De André aiuta ad apprezzare ancora di più il film: si vede la crescita attraverso le canzoni – dal successo grazie a Mina con La canzone di Marinella, a Hotel Supramonte dopo la liberazione dal sequestro, passando per Valzer per un amore per conquistare la Ghezzi –, il rapporto con la scuola genovese di Tenco e Paolo Villaggio, la collaborazione con i musicisti emergenti durante i concerti – PFM e New Trolls in primis. Molti dettagli passano inosservati ad un occhio poco attento e rischiano quindi di ridurre il film alla “solita” biografia, che invece non mi sembra affatto scontata. Ho apprezzato che alcuni pezzi sono leggermente rallentati, per dare ancora più peso alle parole dei testi. Mi sono commosso più volte durante il film – anche se devo dire che sono facilmente suggestionabile quando si ascolto Faber: ogni prima nota mi fa venire la pelle d’oca!

Dopo aver dato un mio giudizio sul film, vorrei approfittare dell’occasione per discutere un po’ di De André. Credo che la sua discografia sia davvero incredibile, sotto ogni punto di vista. È riuscito, come nessun altro, a proporre temi difficili e a dire l’indicibile, spesso incappando nella censura dei benpensanti e ricevendo recensioni negative da un mondo che non lo capiva. Luigi Tenco è una vittima illustre del consumismo musicale; non ha potuto sopportare la totale mancanza di attenzione per il testo e per la qualità della canzone, a causa del monopolio della melodia. Nonostante questo ascolto poco impegnato sia sempre esistito, oggi è particolarmente evidente: basta pensare a quante canzoni in inglese/tedesco/coreano ascoltiamo senza nemmeno capire una parola del testo; basta che la melodia sia orecchiabile.

Di fronte ad una situazione del genere, le soluzioni sono poche: o riesci a combinare la facilità d’ascolto con un testo impegnato, come faceva Faber, o ti scavi una nicchia di appassionati a cui piace il tuo stile, come ha fatto Caparezza. Nel panorama odierno, il pugliese mi sembra essere l’unico che ha colto la sfida di De André. Mi spingo a dire che talvolta ha raggiunto il maestro, con canzoni come Siamo fuori dal tunnel o Vieni a ballare in Puglia. Entrambi pezzi magistrali che il pubblico non capisce minimamente, come testimonia il fatto che siano ballate ancora oggi in tutte le discoteche d’Italia nonostante i testi vadano esattamente contro quel modello di divertimento, nel primo caso, e parlino di problemi sociali e morte nel secondo.

Piovani, che ha lavorato a lungo con il genovese, ci ha lasciato una delle frasi più vere su di lui: “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano.” Leopardi ricalcava lo stesso tema nel breve Dialogo fra la Morte e la Moda, che vi consiglio caldamente di leggere: la Morte ringrazia la Moda per facilitarle il lavoro, dato che ammazza molte persone prima della loro dipartita. Faber, al contrario, è entrato di diritto nell’Olimpo dei classici, gli immortali che si ascolteranno per sempre. Entrate nel mondo di De André e ne resterete rapiti. Non fermatevi ai testi, ma leggete ciò che scriveva e guardate le sue interviste. Coglierete fino in fondo la statura di un gigante morale e artistico come non ne sono esistiti più – pur “non conoscendo affatto la statura di Dio”.