Lo scorso venerdì è uscito Futuro+Umano (Egea), di Francesco Morace. Il Prof. Morace è uno dei più importanti sociologi italiani e si è sempre occupato delle opportunità e delle minacce che ci porta la tecnologia, dai social networks all’intelligenza artificiale. Avevo già avuto l’occasione di provare la qualità del suo lavoro recensendo Crescita Felice, dove propone un modello di consumo ottimale – contrapponendosi all’ossimoro “decrescita felice” di Latouche. Nei quasi quattro anni che sono trascorsi dalla pubblicazione di Crescita Felice a quella di Futuro+Umano, il mondo è cambiato. Abbiamo nuovi social, gli smartphone riconoscono il nostro volto, esistono dispositivi che riconoscono la nostra voce e rispondono ai comandi. Soprattutto, è chiaro che interagiremo con varie forme di intelligenza artificiale in una fetta importante delle nostre attività quotidiane. Morace riflette proprio sul rapporto tra l’intelligenza dell’uomo e quella delle macchine, per comprendere i punti sui quali la nostra società deve lavorare per convivere al meglio con soft e hard robots.

Siete spaventati dall’intelligenza artificiale? Credete che un giorno i dispositivi che noi stessi abbiamo costruito si rivolteranno contro di noi, un po’ come fece HAL 9000 in 2001: Odissea nello Spazio? L’analisi di Morace suggerisce che non dovremmo preoccuparci dei robot, quando di noi stessi. La società e le modalità di interazione sono cambiate radicalmente nel corso dell’ultimo decennio ed è importante capire questa evoluzione per trovare i punti deboli ed eventualmente sterilizzarli con quelli che Morace chiama “antidoti”. Stefano Gaggi, in Homo Premium, spiega come il progresso migliori potenzialmente le nostre vite, ma allo stesso tempo crei un pericolo di polarizzazione sociale, separando gli individui premium (che hanno accesso a cure e servizi esclusivi e costosi) da quelli “di serie B”. Morale? Come mi piace ricordare spesso su questo blog, ogni tecnologia non è buona o cattiva in sé, ma dipende dall’uso che ne facciamo.

I cambiamenti del pensiero collettivo vengono incardinati su nove temi chiave, su cui ciascuno di noi è chiamato a lavorare. I social, tanto per citarvi un esempio, causano il problema della libertà eccedente: ognuno si sente in diritto di esprimere la propria opinione, dimenticando l’effetto delle proprie parole sulle altre persone. Sarebbe bene recuperare la frase “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”, che viene attribuita a M.L. King o a Kant. Allo stesso modo, dobbiamo renderci conto che un’opinione non è altro che un irrilevante capriccio del nostro ego; quanti mostrano la propria ignoranza convinti di sapere, spesso insultando esperti ed accademici? Il caso del Prof. Burioni, che sicuramente tutti conoscono, fa scuola in merito. Un ulteriore elemento di rischio contro cui Morace ci mette in guardia è il “consumismo di democrazia”: le nuove generazione, tanto abituate ad avere tutto e subito con un semplice click su Amazon, non si riconoscono più nella politica. Non accettano di votare qualcuno che non li rappresenti al 100%, nel mondo in cui esprimiamo tutti i nostri capricci e il nostro ego sui social. Così si spiegano sia l’alta astensione nelle democrazie occidentali che la spinta per la democrazia diretta, convinti che uno valga uno nonostante abbiamo competenze diverse. Tutto ciò è alimentato dal narcisismo creato dai nuovi media. L’impazienza è strettamente connessa a questo consumismo spinto. Secondo Simon Sinek (video consigliatissimo), i millennials sono abituati alla gratificazione istantanea: vuoi una canzone? Spotify. Un prodotto? Con Amazon arriva domani. Un film? Netflix – e per le serie TV non devi nemmeno aspettare di settimana in settimana, ma puoi guardare tutti gli episodi in un giorno! Vuoi andare a letto con qualcuno? È probabile che su Tinder troverai una persona con il tuo stesso desiderio. Sembra tutto fantastico, no? Il problema è che così si perde la capacità di relazionarsi con le persone, oltre alla dimensione dell’attesa.

Questi contenuti sarebbero già sufficienti per motivare la lettura del saggio. Morace non si ferma però a questo punto, ma va ben più in profondità. Propone un modello di scuola che affronti questi cambiamenti, focalizzandosi sulla trasversalità e la connessione tra materie piuttosto che sulla specializzazione; incoraggia a percorrere la strada della sostenibilità, dando una seconda vita a tutto ciò che ci circonda; sottolinea l’importanza dell’empatia, caratteristica peculiare dell’uomo e che le macchine non potranno mai replicare – motivo per cui una badante ha maggiori probabilità di mantenere il proprio lavoro rispetto ad un contabile. Anche la speranza e la responsabilità rimarranno sempre caratteristiche “umane, troppo umane” e rimarranno un nostro vantaggio incommensurabile ancora per lungo tempo. Dobbiamo mantenere la capacità di tendere verso un mondo che desideriamo. Costruiamo un mondo migliore, piuttosto che inseguire con l’ingenuità di Pangloss “il migliore dei mondi possibili”, nel Candide di Voltaire. Le macchine non conoscono la fiducia e non hanno un carattere, nel bene e nel male. Non si misurano mai con l’esitazione, il dubbio e lo spaesamento e non possono quindi adottare soluzioni impreviste, su cui invece gli uomini riescono spesso a capitalizzare.

Per concludere, quest’ultimo saggio di Morace mi ha insegnato che non dobbiamo temere le macchine, se non perdiamo la nostra umanità. Se, al contrario, dimentichiamo l’esercizio del dubbio cartesiano e ci ripieghiamo sulle nostre certezze, alimentate dall’algoritmo di Facebook e dal nostro ego, la nostra società è destinata ad implodere. Ma non sarà colpa delle macchine, bensì solo nostra.