Il 25 luglio si è spento uno dei più grandi dirigenti della storia. Sergio Marchionne è stato un leader globale, capace di far rinascere e riunire sotto la propria ala società ormai date per morte. Per risultati economici, visione d’insieme, crescita e innovazione pochi hanno fatto meglio di lui, specialmente se restringiamo la ricerca all’automotive. Vista la grandezza dell’uomo e del manager in questione, si è giustamente scritto tanto per ricordarlo. Anche io mi ero già impegnato con un articolo su di lui, definendolo un “eroe dei due mondi moderno”. Quando mi è giunto fra le mani il libro Marchionne lo straniero, di Paolo Bricco, credevo di cominciare a leggere il solito epitaffio, scritto in pochi giorni per vendere copie sull’onda emotiva della morte del risanatore di Fiat e Chrysler.

Mi sbagliavo. Il libro è talmente pieno di riferimenti ai protagonisti del mondo dell’auto, all’industria, alle città di Torino e Detroit e, ovviamente, a Marchionne, che non poteva essere scritto in poco tempo. Al contrario, sono rimasto colpito dalla profondità di analisi di Bricco, che segue l’automotive per conto del Sole 24 Ore da molti anni. Sfatiamo dunque un mito: il libro è frutto di anni di ricerca ed era programmato per essere pubblicato l’anno prossimo, alla vigilia dell’uscita di Marchionne dalla galassia FCA. Visto l’evento improvviso e inatteso, la pubblicazione andava necessariamente anticipata.

Fatta questa necessaria premessa, mi addentro nel libro. L’aspetto che più mi è piaciuto è la contestualizzazione di ogni aspetto trattato. L’autore non si limita infatti a delineare le sfide dell’industria automobilistica o il background di Marchionne, ma adotta una visuale di molto più ampio respiro. Il risultato è un quadro davvero completo del mondo che gravitava attorno al manager chietino. La mano esperta di Bricco, che si nota ad ogni riga, facilita la comprensione delle sfide che ha dovuto affrontare anche a chi non conosce l’ambiente in cui si è inserito. Le descrizioni della Torino del PCI, della Detroit metalmeccanica, degli effetti della crisi del 2008 sul settore automobilistico sono solo degli esempi di queste utili contestualizzazioni, che sono necessarie per capire fino in fondo Marchionne. Si tratta, quindi, di molto più di una semplice biografia.

Un elemento che emerge in modo evidente da questi affreschi più generali è l’enorme differenza fra l’ex AD di Fiat e i mondi in cui operava. Questo, peraltro, è uno dei motivi che mi ha spinto a definirlo “eroe dei due mondi”: ha saputo unire realtà fra loro diverse, dimostrando di essere sempre una spanna avanti rispetto alla società. Negli States ha saputo portare la qualità (con il World Class Manufacturing) e l’apertura al dialogo tipici del nostro paese, risolvendo buona parte dei problemi del Gruppo Chrysler; è arrivato in Italia con la flessibilità e il rigido controllo di gestione appresi nella sua terra d’adozione, il Nord America, e ha scosso un’azienda che era destinata al fallimento. Se le differenze sono state pienamente assorbite a Detroit, l’Italia si è invece dimostrata da sempre molto contraria alle politiche contrattuali di Marchionne, dimenticandosi delle decine di migliaia di posti di lavoro tenuti nel nostro paese nonostante il ramo italiano di Fiat bruci circa un miliardo ogni anno. FCA e il sistema-Italia marciano, ahimè, su due binari sempre più divergenti. Un caso esemplare, riportato nel libro, è quello della fabbrica di Pomigliano d’Arco: prima dell’arrivo del manager chietino c’erano cani che scorrazzavano liberi nel cortile, venditori di televisori abusivi e bancarelle di cibo per gli operai; oggi, invece, troverete un bel giardino curato e ordine tutt’attorno, in netto contrasto con le strade della provincia napoletana che si percorrono per raggiungere lo stabilimento. Credo che questo possa essere il simbolo della differenza fra Marchionne e il nostro paese, tanto che lo considero la chiave di lettura dell’esperienza in FCA.

Nonostante Bricco registri questi e altri successi del dirigente, non mancano le critiche e le constatazioni dei fallimenti della sua conduzione. Il principale esempio è senza dubbio il progetto “Fabbrica Italia”, che poneva ambiziosi obiettivi di produzione per molti dei marchi di FCA. Purtroppo, per una lunga serie di ragioni, il piano naufragò dopo pochi mesi e non se ne fece nulla.

I cinque capitoli del libro danno davvero una visuale completa sugli ultimi quindici anni di vita di Marchionne. A costo di sembrare blasfemo – non me ne vogliate – lo potrei paragonare a Dio: pur se in modo diverso, entrambi hanno compiuto un Fiat lux: il chietino ha riportato la luce nel gruppo Fiat, dopo vent’anni di buio pesto. Se vi interessa saperne di più sulla sua figura, non potete assolutamente mancare di leggere il libro. Per convincervi ulteriormente, potrete venire alla presentazione del saggio organizzata dal Guanxinet in data 26 settembre. Palazzo Festari ospiterà, alle 20:30, ospiterà l’autore e Beniamino Piccone, professore di Economia alla LIUC e alla Cattolica. Vietato mancare!

P.S.: per comprendere la portata della rinascita del Gruppo Chrysler, vi propongo due pubblicità girate per il SuperBowl, l’evento sportivo più visto al mondo. Durano due minuti ciascuna e sono davvero significanti. Qui quello con Eminem (che simboleggia la rinascita di Detroit) e qui quello girato e narrato da Clint Eastwood, su Detroit e la ripresa degli States.