Il governo Monti è uno degli esecutivi più impopolari della storia del nostro paese; all’interno di questo governo, Elsa Fornero è probabilmente il ministro più odiato dagli italiani, assieme al Primo Ministro Monti. Ancora oggi, a più di cinque anni di distanza, quell’esecutivo è ricordato con rancore e pochi riconoscono i meriti delle riforme portate avanti nei pochi mesi in cui è durato; al contrario, la campagna politica per le elezioni del 4 marzo si è concentrata sulla cancellazione della cosiddetta “Riforma Fornero”, che aveva salvato le casse dello Stato in un momento delicatissimo. Vista l’attualità del tema, ho letto con molto piacere Chi ha paura delle riforme, della Prof.ssa Fornero. Qui di seguito vi lascio alcuni commenti sul libro.

Si tratta di un breve ma denso pamphlet sulla riforma pensionistica che porta il nome dell’autrice, ma non si limita ad analizzare i meriti della legge. Al contrario, si comincia con un quadro generale che spiega il concetto stesso di “riforma”, si traccia poi la situazione pensionistica italiana e si delineano i passaggi chiave che hanno portato alla formazione del governo Monti, spiegando in modo chiaro i motivi per cui non si può assolutamente parlare di golpe dei sistemi finanziari o dei cosiddetti “poteri forti”. L’obiettivo del libro non è tanto elogiare e difendere la riforma Fornero dagli attacchi che potrebbero portare verso la Quota 100, ma far capire ad un pubblico più vasto possibile quali siano le sfide che attendono l’Italia.

I punti che risultano particolarmente chiari – perché ripetuti più volte lungo le pagine del saggio – sono che una riforma pensionistica non può funzionare senza un adeguato mercato del lavoro e che l’educazione finanziaria deve diventare uno dei pilastri portanti della nostra democrazia. Riguardo il primo punto, godiamo oggi di un sistema previdenziale piuttosto generoso, ma stabile e sostenibile. La riforma del 2012 ha allungato la vita lavorativa degli italiani, portandola in linea con quella degli altri paesi europei, e ha introdotto un meccanismo automatico per l’adattamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita media. Senza questo accorgimento, lo Stato dovrebbe elargire più fondi di quanti non ne abbia versati ciascun lavoratore, rendendo il fardello insostenibile. Per quanto riguarda il secondo punto, invece, la Prof.ssa Fornero sottolinea spesso come l’educazione finanziaria sia fondamentale non solo per comprendere appieno le riforme pensionistiche – finendo altrimenti vittima degli slogan della politica e del giornalismo –, ma soprattutto per programmare i propri risparmi in modo adeguato. È probabile, infatti, che ci si muoverà lentamente dal metodo retributivo (dove i lavoratori pagano per i pensionati di oggi) a quello contributivo, dove ciascuno dovrà accantonare dei fondi per provvedere alla propria pensione.

Un altro punto importante su cui credo meriti fermarsi a riflettere è la contrapposizione politici-tecnici. Cito spesso il paper di Grilli, Masciandaro e Tabellini (1991) che spiega come l’Italia (assieme ad altri paesi europei) sia ostaggio della sua instabilità politica, che ci condanna a dover scegliere fra programmi che guardano tutti esclusivamente al breve periodo. Ciò rende tremendamente difficile la trasformazione di un’istituzione di lungo termine quali le pensioni. Non dobbiamo quindi sorprenderci se tutte le riforme, fino agli anni ’90, abbiano mirato a dare invece che a limare. Durante la crisi finanziaria del 2011, quando lo spread toccò quota 600, era evidente che erano necessarie azioni dure e impopolari per restituire la credibilità al nostro paese; nessun politico, dal PD al PdL, aveva intenzione di prendersi questa responsabilità. Questo fu uno dei motivi che portarono alle dimissioni di Berlusconi e alla salita in politica di Monti, il cui governo era formato esclusivamente da tecnici preparati e svincolati dalle logiche elettorali. Solo in questo modo riuscimmo ad uscire dal tunnel del rischio d’insolvenza, seppur lentamente.

Oggi sta accadendo l’inverso: dei politici estremamente popolari (Salvini e Di Maio) stanno usando il loro consenso e l’odio verso i tecnici come gli eroici Boeri e Cottarelli (baluardi del buon senso economico e liberale in un paese che ha ormai perso il lume della ragione). Obiettivo? Quota 100 – ovvero restaurare parte di quei privilegi che erano stati tolti con grande fatica e costo umano nel 2012. Il gattopardismo torna a mietere vittime in Italia. È legittimo, a questo punto, chiedersi se sia meglio che la politica sia fatta dai politici oppure dai tecnici. Nel primo caso dovremmo tenere conto del rischio politico, che “consiste nel rendere, in tutto o in parte, il sistema previdenziale strumentale alla creazione di consenso politico, indipendentemente da considerazioni attinenti alla sostenibilità del sistema stesso.”

Teniamo a mente che i diritti acquisiti hanno assai poco valore se l’economia non produce le risorse per soddisfarli. Credo sia legittimo preoccuparsi se poco meno dei 2/3 degli italiani, secondo i sondaggi più aggiornati, supporta due partiti che scherzano con il fuoco. Ci manca forse un po’ di sana educazione finanziaria? Nel mio piccolo, mi impegno per portare una sana discussione di economia a qualsiasi livello; la Prof.ssa Fornero si è spinta ben oltre, proponendoci un libro che apre gli occhi e argomenta ogni punto in maniera lucida. È un saggio da leggere, specie in un momento così delicato – senza dimenticarsi di investire nella propria cultura personale, che diventa ogni giorno sempre più terribilmente necessaria.