Quanti di voi conoscono la storia della Città Sociale di Valdagno? Forse pochi, nonostante sia uno dei principali esempi di “capitalismo illuminato” in Italia e nel mondo, assolutamente comparabile alla Ivrea di Olivetti e ben più importante del borgo restaurato da Cucinelli, che però fa molta più notizia. La storia di Valdagno è infatti indissolubilmente legata ai Marzotto, che ne hanno scritto numerose pagine. Una delle più belle è senza dubbio la costruzione della Città Sociale, compiuta negli anni Trenta da Gaetano Marzotto. La Fondazione Marzotto ha ristampato, ormai dieci anni fa, un breve libro dal titolo Le istituzioni sociali e ricreative, dove il leader della famiglia laniera spiega la portata e la dimensione delle opere che lui stesso aveva fatto costruire.

Oggi va di moda parlare di welfare aziendale, ma per lungo tempo le misure adottate da Gaetano furono viste come paternaliste – volte meramente a sopire il malcontento che serpeggiava fra gli operai, che non godevano ancora di condizioni di vita idilliache. Il clima di quegli anni non era certo favorevole alle imprese: da un lato il Partito Comunista guadagnava consensi, dall’altro la visione cattolica condannava l’arricchimento fine a se stesso. Costretto fra queste due potenti morse, Gaetano rispose in modo deciso e lanciò un ambizioso piano edilizio. La Marzotto costruì così una serie di impianti di cui Valdagno può vantarsi ancora oggi: la piscina coperta e quella scoperta, il dopolavoro, lo stadio, varie scuole, istituti superiori e licei, un poliambulatorio e molte altre strutture ad uso delle famiglie degli operai.

Gaetano si dimostrò lungimirante per molti motivi. Costruì ben due asili nido, uno a Valdagno e uno a Manerbio (in provincia di Brescia, dove la Marzotto aveva un importante stabilimento); si trattava di un modello d’avanguardia per i tempi ed era espressamente mirato a liberare le donne dalle faccende domestiche, in modo che potessero intraprendere liberamente la propria carriera lavorativa. L’imprenditore riprende in più punti del libro l’importanza del ruolo femminile nel mondo del lavoro e comprende i gravosi impegni che lo attendono. A quasi cent’anni di distanza, non siamo ancora riusciti a capirlo.

Gaetano ha anche anticipato (e abbondantemente superato) il concetto di welfare, riconoscendo che “i problemi sociali devono essere risolti, mentre pochi sono disposti a dedicare ad essi la loro attività ed i loro mezzi”. In Gaetano spiccava un liberalismo convinto, che lo portava a condannare duramente ogni forma di previdenza statale. Nel libro si concede un paio di stoccate contro l’Istituto Nazionale di Previdenza, antenato dell’INPS creato da Mussolini – delle cui politiche il valdagnese fu un fervente critico. Perché consegnare il welfare nelle mani dello Stato – si chiede Marzotto – se lo stesso lavoro può essere svolto in maniera più efficiente dalle aziende? “La Previdenza Sociale e la Cassa Malattie assorbono oggi, a seconda degli stipendi e salari correnti in Alta Italia, dal 30 al 45% del loro ammontare complessivo.” Vi ricorda qualcosa? Ci ricolleghiamo quindi ad un dibattito ben noto e che ha visto trionfare l’assistenza statale, ma negli anni Trenta nulla era scontato; al contrario, Keynes aveva appena scritto Prospettive economiche per i nostri nipoti, si stavano costruendo i primi sistemi di welfare e il lanificio aveva proposto, con la Città Sociale, una valida alternativa al modello che oggi utilizziamo. Credo sia interessante rifletterci, ogni tanto. Chiudo l’argomento con la frase che più mi è piaciuta: “bisogna che l’Istituto della Previdenza Sociale viva al servizio di chi lavora. Esso deve servire il Paese e non vivere sulle risorse del Paese”. Dopo aver recensito il libro della Fornero e in vista della nuova riforma delle pensioni, quelle parole acquistano ancora maggior peso.

Voglio terminare questo mio ricordo di Gaetano mostrandovi il suo pensiero e i suoi valori, che fanno capire i motivi che lo hanno spinto a costruire la Città Sociale. “Man mano che l’evoluzione renderà più consapevoli e più maturi gli uomini; man mano che la vera democrazia potrà essere realizzata attraverso una più alta educazione e una profonda coscienza; quando un rispetto maggiore e più sentito per la libertà altrui, e quindi l’adozione spontanea di una disciplina assicurerà e garantirà la libertà comune; quando, diciamo, questa forma di vera democrazia e di vera civiltà sarà sempre più sentita e generalizzata, gradatamente e automaticamente, tutto quanto oggi è e deve ancora essere frutto delle sollecitudini e delle cure del privato, sarà domani oggetto di una più larga autonomia. E sarà questa la vera conquista della coscienza e della civiltà, nella consapevolezza delle proprie opere e nel rispetto altrui, il cui evento potrà essere avvicinato e maturato dalla emanazione di quelle leggi sociali che il mondo attende”. Questo passaggio, che compone una delle più belle e illuminanti pagine che abbia mai letto, dimostra l’intelligenza e il carattere innovatore di Gaetano. Egli intuisce i bisogni dei propri operai – che poi sono trasferibili a tutta la cittadinanza – e se ne occupa, colmando la lacuna lasciata dallo Stato. Le poche frasi che ho riportato sono anche la testimonianza dell’attenzione per un valore importante quale la libertà, che oggi viene volentieri messo in secondo piano in favore della sicurezza. Gaetano, che parlava in dialetto veneto con tutti, concepiva la cultura come strumento di elevazione personale e sociale, che avrebbe rinforzato definitivamente la democrazia (da notare che scriveva queste pagine sotto il regime fascista).

Questo è un piccolo ritratto di Gaetano, l’uomo che ha plasmato Valdagno e i valdagnesi per decenni. Lo si potrebbe citare in dibattiti sul futuro del capitalismo, sulla democrazia e la libertà, sui diritti dei lavoratori. Fu un vero e proprio illuminato, da cui possiamo imparare molto. Il libro è un buon punto di partenza.