Ero molto curioso di leggere “Cecità”, libro che ha fruttato a Saramago il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Ci sono arrivato dopo lunghe meditazioni su “Le intermittenze della morte” e “La caverna”, che mi erano piaciuti molto. Era naturale avere alte aspettative su “Cecità”; in questo articolo vi darò le mie impressioni a riguardo, promettendo di non svelarvi nulla di importante.

La situazione iniziale è semplice quanto particolare: un’epidemia di cecità colpisce improvvisamente le persone, diffondendosi a macchia d’olio e provocando un rapido degradarsi della situazione. L’autore mostra nuovamente il suo gusto per il paradosso, creando un mondo uguale a quello in cui viviamo ma allo stesso tempo profondamente diverso e lontano. Lo scenario improbabile ci fa immediatamente capire che Saramago non vuole limitarsi a descrivere una situazione reale, ma sta costruendo una grande metafora. Ogni suo libro analizza un aspetto diverso della nostra società e della natura umana; questo racconta di una cecità che è sì fisica, ma almeno altrettanto mentale. Tant’è che nessuno conosce l’origine dell’epidemia, né si cerca di conoscerla. Solo alla fine ci viene data la chiave che conferma gli indizi seminati lungo tutto il romanzo: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo […] Ciechi che pur vedendo, non vedono”.

È un romanzo duro, che non si pone alcun tipo di censura in modo da mostrare le bassezze dell’animo umano. Ciò si manifesta principalmente nel manicomio in cui vengono deportati i protagonisti, fra i primi ad essere contagiati. Qui verranno stipati circa 300 ciechi che vengono riforniti quotidianamente dall’esercito. La situazione degenera rapidamente: il cibo non basta per tutti e viene razionato, i servizi igienici non funzionano (e gli internati, sapendo di vivere in mezzo a ciechi, non si fanno troppi scrupoli sul luogo dove sfogare i propri bisogni), poche persone sono abituate alla loro nuova condizione e a dover condividere la miseria circondati da decine di individui. Le tensioni non tardano quindi ad arrivare. Sembra quasi che Saramago abbia ricostruito un campo di concentramento: denutrimento, sporcizia, tradimenti e spersonalizzazione sono la quotidianità della vita nel manicomio. La necessità di sopravvivere prevarica la morale, come accadeva nei lager nazisti. Come se non bastasse, un piccolo drappello di prigionieri, forti di armi e di un “vero cieco” (che sa quindi orientarsi bene), inizia a pretendere pagamenti in cambio della distribuzione del cibo. Prima tutti gli internati consegnano i propri beni, poi si passerà a degli stupri di massa per placare le voglie degli aguzzini. Non manca nulla di ciò che consideriamo le peggiori bassezze che l’uomo possa compiere.

Tutto il libro è quindi un invito a riflettere su noi stessi e sul rapporto che abbiamo con gli altri. Non è necessario pensare a come reagiremmo in una situazione estrema come quella descritta da Saramago, perché in fondo siamo ciechi in ogni frangente della nostra vita. È comodo voltarsi dall’altra parte e fingere di non vedere le ingiustizie e le difficoltà di chi ci sta attorno. L’autore stesso fa una sorta di autoritratto verso la fine del romanzo, ammettendo candidamente di non essere esente dall’infezione. Nessuno lo è. Se nel libro i ciechi vengono lasciati a loro stessi, noi tendiamo a creare problemi dove non ce ne sono e a nascondere quelli che invece andrebbero affrontati.

Nonostante ci siano sprazzi di solidarietà nella camerata dei protagonisti (che si elevano quasi ad eroi spirituali, in certi momenti), la regola che vige nel mondo dei ciechi è homo homini lupus: vince chi è più forte. Saramago mette in bocca parole molto dure ad uno dei personaggi: “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”. Il romanzo è tutto indifferenza e cattiveria: la prima è data dal classico stile del portoghese, la seconda dai contenuti in sé. Nonostante gli slanci di bontà e altruismo che talvolta dimostriamo, rimaniamo fondamentalmente egoisti quando ci rapportiamo con la società e tendiamo a lavarci le mani dei problemi degli altri – come avviene spesso nel romanzo. È una verità dura e per nulla facile da accettare, ma non credo che la si possa evitare dopo aver letto “Cecità”. Siamo ciechi di fronte al male. Riflettiamoci.

Una parola finale sull’opus magna di Saramago. A mio modesto parere, è meno brillante de “Le intermittenze della morte” e de “La Caverna”; mancano i momenti di riflessione e gli acuti filosofici sono serviti con il contagocce. Peraltro il tema trattato lungo tutto il romanzo è sostanzialmente uno solo – la miseria dell’animo umano – mentre le altre opere spaziavano in svariati ambiti, dalla società, alla religione, alla politica, al pensiero. Non mi stupisce però che sia l’opera di maggior successo: mentre la sua letteratura è molto lenta e a tratti ripetitiva, “Cecità” è un romanzo pieno di suspense e colpi di scena. L’azione continua a progredire pagina dopo pagina, per cui non ci si annoia mai. Se fosse trasportato in pellicola avrebbe probabilmente altrettanto successo, perché soddisfa i gusti della società di oggi. In parole povere, credo che questo romanzo sia diventato il suo cavallo di battaglia non tanto per la profondità degli spunti che ci lascia, quanto piuttosto perché incontra i nostri bisogni di consumo (detti “gusti”). Detto questo, vale sempre la pena di leggerlo: Saramago mette alla prova tutte le nostre comode verità.