Lo Zibaldone Economico

Spazio di Economia, Cultura e Cittadinanza

Economia Aziendale

Antonio Tomba, start-upper ante litteram

Chi di voi conosce Antonio Tomba? Probabilmente molti penseranno al ben più noto Alberto Tomba, pluricampione di sci. Nulla a che vedere con Antonio, nato circa un secolo prima a Valdagno. Eppure “El Tomba”, come lo chiamavano in Argentina, è stato uno dei principali imprenditori viti-vinicoli della storia. Devo ammettere che nemmeno io lo conoscevo, prima di leggere Antonio Tomba – Un emigrante valdagnese alla conquista dell’Argentina di Giorgio Trivelli. Ho trovato la storia del Tomba così affascinante che ho deciso di riproporvene alcune linee qui di seguito – anche per promuovere la figura di un valdagnese dimenticato ma che godeva di grande fama finché era in vita.

Antonio Tomba nasce nel 1849, secondo di otto figli, da una famiglia valdagnese piuttosto agiata. Manifesta sin dalla tenera età una certa irrequietezza, che lo spingono ad arruolarsi nelle truppe garibaldine non appena l’età glielo permise. Nel ’66, dopo l’annessione del Veneto all’Italia, fu tra le camicie rosse che sfilavano a Venezia. Negli anni successivi seguì Garibaldi attraverso l’Italia, prendendo parte anche alla conquista di Roma. Una volta rientrato a Valdagno, si diede al commercio prima di panni, poi di legname e infine rilevò il Caffè Manin, storico locale della sua città natale. Tutte queste attività producevano risultati alterni – per non dire deludenti – così che il giovane Tomba passava di mestiere in mestiere instancabilmente, continuando ad acquisire nuove abilità e conoscenze.

Di fronte alle difficoltà economiche, il Tomba prende una decisione drastica. Nel 1873, a soli 24 anni, parte verso Genova con l’obiettivo di racimolare il denaro necessario per raggiungere l’Argentina, seguendo l’esempio di molti altri suoi conterranei. Nel capoluogo ligure si mette al servizio di un imprenditore cornedese, tale Eugenio Pretto, attivo nell’inscatolamento di tonno e sardine. Il magro stipendio non gli basta però per permettersi il biglietto per la traversata, tanto che il Pretto contribuirà per la sua partenza.

Una volta raggiunta l’Argentina, il Tomba si mise a cercare il cugino Giovanni Fiori. I primi anni sudamericani fanno emergere tutta l’irrequietezza e l’intraprendenza del valdagnese: passa velocemente da un business all’altro, tentando di coltivare funghi e aiutando il cugino nella gestione di derrate alimentari. Capitò poi un grosso appalto per la costruzione della rete fognaria di Buenos Aires, per la quale Tomba e Fiori acquistarono 60.000 tonnellate di cemento. La commissione però non venne ultimata, così che i cugini si trovarono con un ingente quantitativo di cemento da smaltire; lo impiegarono nella produzione di mattonelle inglesi, che si rivelarono però una delusione commerciale. Terminata anche questa attività, i due si lanciarono nella lavorazione di marmi per uso ornamentale, che sembrava un mercato in crescita. Anche questa volta, però, gli affari si rivelarono un buco nell’acqua per gli eccessivi costi di trasporto e produzione. Sommerso di debiti e rincorso dai creditori, si spostò prima a Chivilcoy, dove lavorò come bracciante per qualche mese, e poi a Villa Mercedes, dove si stava costruendo la ferrovia Buenos Aires-Mendoza.

Qui iniziò la fortuna del Tomba. Mise su un bel gruzzolo facendo il vivandiere per gli operai della ferrovia – ossia vendendo loro cibo e bevande. Con risparmi per circa 50.000 Lire dell’epoca, il valdagnese si stabilì a Belgrano (oggi Godoy Cruz, città di 200.000 abitanti), un borgo che stava crescendo grazie alla viticultura. Qui affittò un locale che adibì a negozio di alimentari e generi di consumo, che iniziò a costruirsi una reputazione e a fruttare qualche soldo al Tomba. Visti il crearsi di una prima fortuna e il crescere del volume d’affari, il valdagnese iniziò a riunire la sua famiglia in Argentina. Nel 1884 arriva il fratello Pietro e Antonio prende in moglie Olaya Pescara, che proveniva da una famiglia benestante e in vista nella città. Avendo notato che gli argentini producevano soltanto vino di infima qualità ed importavano a carissimo prezzo quello italiano o francese, il Tomba intuì che ci poteva essere spazio per un buon vino “Made in Argentina”. Così, nel 1885, fonda la prima cantina, ponendo le basi per la sua fortuna. Quell’anno vennero prodotti 500 ettolitri di vino, che crebbero rapidamente nei mesi seguenti.  Nel novembre 1887 tutta la famiglia si ritrova finalmente riunita a Belgrano; tutti i fratelli trovano un’occupazione nell’attività vitivinicola avviata da Antonio, che comincia ad acquistare centinaia di ettari di terreno nella provincia di Mendoza. L’azienda non smette di crescere: nel 1886 si producono 1000hl, nel 1890 5000hl, nel 1895 30.000hl e nel 1899 70.000hl. In questo anno, data di morte del Tomba, la cantina è uno dei più grandi siti di produzione vinicola al mondo e rifornisce non solo il mercato argentino, ma molti altri paesi nel mondo.

Il patrimonio di Antonio valeva allora qualche milione di Lire – un ammontare impensabile quando partì da Genova, con solo 33 centesimi in tasca. L’imprenditore era noto tanto in Argentina quanto in patria: il Corriere della Sera dedicò un’illustrazione a colori in occasione della sua sepoltura in mare, avvenuta sulla via verso l’Europa. Il Tomba aveva sempre sofferto di una salute cagionevole e morì di tumore al fegato a soli cinquant’anni, tentando di tornare a Valdagno per essere sepolto nella cappella di famiglia dopo aver scoperto di essere affetto da un male che allora era incurabile. Oggi si può trovare il suo cuore nel cimitero del suo paese natale, custodito in una cappella a lui dedicata.

Dalla storia di Antonio Tomba si possono imparare molte lezioni. Da un lato abbiamo un ragazzo appassionato e politicamente attivo, che si spende per le cause in cui crede; dall’altro un inarrestabile imprenditore, che non si ferma di fronte alle difficoltà e si butta in mille avventure diverse. Da qui il titolo di questo articolo: nonostante i tanti errori commessi, il Tomba può essere considerato un vero e proprio start-upper ante litteram, disposto a tentare finché non raggiunge un’attività profittevole. Infine, il valdagnese fu un grande benefattore di entrambe le comunità in cui visse, con numerose donazioni per ospedali e opere per il bene pubblico e i poveri. Tutte queste caratteristiche fanno sì che la sua memoria sia ancora viva nei due mondi: Valdagno gli ha dedicato una via in zona industriale, mentre in Argentina il club di calcio di Godoy Cruz (che milita nella massima serie) viene chiamato affettuosamente El Tomba.

Oggi tocca a noi ricordare un migrante che, quasi analfabeta e privo di risorse, costruì una delle più grandi fortune dell’epoca. Come al solito, la storia può insegnarci molto; sta a noi cogliere il messaggio e metterlo in pratica, quindi al lavoro! 😉

2 Comments

  1. pierluigi riello

    Molte grazie per questa storia di coraggio e caparbietà. Sono interessato a questo aspetto storico-economico e sociale. Si potrebbe fare una tesi di laurea.

    • Antonio Nicoletti

      Condivido l’interesse con Lei. È bello scoprire queste storie di successo, locali ma allo stesso tempo globali.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Theme by Anders Norén