Daniele Marini, Professore di Sociologia dei processi economici all’Università di Padova, ha scritto Fuori Classe, un denso saggio dove presenta i risultati delle sue ultime ricerche. Ne risulta una panoramica esaustiva sul mondo del lavoro, con particolare attenzione all’industria metalmeccanica del nostro paese. In questa recensione vi presenterò qualche dato significativo tratto dal libro, oltre ad offrirvi qualche riflessione personale.

Per introdurre l’argomento, riprendo lo spunto citato in apertura dal Prof. Marini: quando gli studenti delle scuole superiori manifestano contro la riforma “Buona Scuola”, utilizzano lo slogan Siamo studenti, non siamo operai – come a dire che essere operai sia una condizione di serie B. Questa opinione è in realtà condivisa dalla maggioranza dei lavoratori: i posti in dirigenza sono considerati gli incarichi più prestigiosi (persino di più dell’imprenditoria), mentre in fondo alla classifica troviamo proprio gli operai.

I tempi cambiano e il prestigio sbiadisce. I motivi di tale calo sono molteplici e vanno dall’aumento dell’importanza dei servizi alla parcellizzazione del mondo operaio. Quest’ultimo è un altro tema che merita di essere approfondito: non esiste più una sola, compatta classe operaia, ma oggi i lavoratori sono “fuori classe” – da cui il titolo del saggio. Il fordismo è ormai andato in soffitta, dando spazio ai robot e all’Industria 4.0. Gli operai hanno dovuto adeguarsi di conseguenza, facendo così emergere alcune differenze nel loro mondo. I lavoratori che svolgono un ruolo ripetitivo e senza alcuno sforzo mentale sono meno del 10%, mentre molti lavorano in gruppo, si confrontano quotidianamente con macchinari complessi e devono risolvere problemi, piuttosto che applicare schemi preconfezionati. Ognuno dovrà diventare un “imprenditore in scala ridotta” per portare al termine al meglio i propri compiti.

La differenziazione nel mondo operaio ha ridotto il loro potere contrattuale, oltre al prestigio della professione. Nel frattempo, i sindacati vedono un forte calo nella loro reputazione, che inficia ulteriormente il benessere dei loro iscritti. Le radici del problema vanno ricercate nell’invecchiamento degli associati e nell’assenza nei settori che trainano l’economia; questi due elementi ancorano i sindacati a posizioni difensive che non tengono conto dei cambiamenti sociali e tecnologici in atto, danneggiandone quindi la reputazione agli occhi della popolazione. Il Prof. Marini fa notare che nel 2017 solamente un lavoratore su quattro crede che si starebbe peggio senza i sindacati, contro il 58.5% nel 1998 – meno 25% in vent’anni. È curioso notare come l’indice aumenti al 40% a livello della popolazione generale: in altri termini, il sindacato gode di una migliore reputazione fra i non occupati rispetto ai lavoratori.

Questa rivoluzione copernicana nel mondo dell’industria è accompagnata e sostenuta anche da un cambiamento culturale. L’uguaglianza salariale è sostenuta solo dal 5.9% dei lavoratori, mentre il 57.6% vorrebbe aggiustare lo stipendio secondo criteri meritocratici. Inoltre, quasi due operai su tre pensano che sia giusto collaborare con l’azionariato, contro il 5% che crede che gli interessi in gioco siano inconciliabili. Si tratta di un cambiamento di paradigma rispetto agli scontri frontali impresa-operai avvenuti negli anni Settanta. Inoltre, nove lavoratori su dieci notano che l’azienda per cui lavorano è un bene per il territorio e la comunità, cogliendo il valore sociale dell’imprenditoria.

Gli imprenditori, dal canto loro, stanno cercando di coinvolgere sempre più i propri collaboratori nelle decisioni operative e di aumentare il loro benessere attraverso il welfare aziendale. L’approfondimento del Prof. Marini ci lascia un quadro molto interessante. Un primo elemento che emerge è l’ignoranza dei lavoratori in materia: appena il 50% sa che i benefit aziendale sono tassati meno di un aumento di stipendio – e che quindi potrebbero godere di maggiori benefici da un buono spesa piuttosto che un aumento di stipendio lordo di pari valore. Il secondo dato interessante è che le politiche di welfare sembrano funzionare, perché migliorano sia la percezione del proprio lavoro che quella del clima aziendale. Circa tre lavoratori su cinque dichiarano che è semplice ottenere rimborsi spese o utilizzare i buoni negli esercizi dedicati (palestre, supermercati, etc.), si sentono più fedeli e che la reputazione dell’azienda ne ha guadagnato. Eppure l’81% dei lavoratori preferirebbe un aumento in busta paga invece che un ulteriore benefit, al prossimo round. Ciò è in larga parte dovuto alla delusione per la scarsa personalizzazione del welfare: si preferisce poter spendere il denaro nel modo che si ritiene più opportuno, piuttosto che ricevere un buono che non si sa come utilizzare. È quindi importante informare i collaboratori degli sgravi fiscali a cui sono soggette le politiche di welfare aziendale, ma soprattutto introdurre dei flexible benefits, personalizzando l’offerta ai bisogni dei lavoratori. Questa dev’essere la sfida degli imprenditori.

Il Prof. Marini presenterà il libro a Valdagno mercoledì 16 maggio (ore 20:30, Palazzo Festari).  Discuteranno il libro assieme all’autore entrambe le parti chiamate in causa, ossia imprenditori (attraverso FederMeccanica) e sindacato. Sarà una bella opportunità per approfondire gli argomenti ed eventualmente togliersi qualche curiosità. Non mancate!