È ormai da qualche anno che l’intelligenza artificiale è un argomento popolare, che viene proposto a tutti i livelli e in diverse salse. Massimo Gaggi, editorialista del Corriere della Sera dagli Stati Uniti, ha scritto un interessante saggio, Homo Premium, che ci aiuta a fare ordine in un argomento complesso, su cui si sentono pareri discordanti.  Gaggi riprende il titolo e alcuni concetti da Homo Deus, il famoso bestseller di Harari che discute l’evoluzione dell’uomo fino ai giorni nostri, quando la tecnologia potrebbe trasformarci in semidei.

Qui la nostra specie diventa “premium”, più che “deus”: i robot e l’intelligenza artificiale creeranno una sempre maggiore differenziazione nelle scelte di consumo. C’è chi si potrà permettere delle medicine su misura, l’impianto di domotica che ti fa persino la spesa controllando il frigo oppure il piano “full security” o “full privacy” per alcuni siti internet e social network. È notizia della settimana scorsa che Facebook ha messo allo studio un piano a pagamento con meno pubblicità e raccolta dati limitata. Ciò mi porta inevitabilmente a parlare delle diseguaglianze economiche, che si stanno allargando in maniera generalizzata su tutto il globo. C’è un acceso dibattito in corso fra tecnottimisti e tecnopessimisti: i primi sostengono che la capacità di adattamento dell’uomo, che ci ha sempre permesso di mantenere una bassa disoccupazione nonostante le tre rivoluzioni industriali che abbiamo già attraversato, ci salverà anche questa volta; i secondi, invece, sottolineano che stavolta c’è una differenza rilevante rispetto al passato. L’intelligenza artificiale, infatti, riesce a sua volta ad adattarsi e ad imparare, vanificando qualsiasi nostra speranza. La settimana scorsa ho parlato in dettaglio del rischio della fine del lavoro, quindi non tornerò ulteriormente sul tema.

Vale la pena, invece, concentrarsi su un altro degli interessanti spunti su cui si sofferma Gaggi. L’editorialista del CdS critica duramente la Silicon Valley e la sharing economy. La prima è colpevole di aver tradito le aspettative del mondo intero, essendosi trasformata in un impero dei monopolisti piuttosto maschilista – pensate a Google, Uber e Facebook, ma anche Amazon, seppure la sede si trovi a Seattle; la seconda invece è accusata di promuovere la gig economy, l’economia dei lavoretti, che alla fine dei conti alimenta la precarietà e arricchisce solo l’azienda – e talvolta manco quella: vi basta fare un giro fra i bilanci di Foodora, Glovo, Deliveroo o persino Uber e Tesla. Sono business fra loro molto diversi, ma c’è una morale di fondo che dev’essere colta: in questo mondo, c’è spazio solo per un player. Non ci può essere nessuno dietro a AirBnB, perché la torta non è abbastanza grande per essere spartita in modo profittevole. Gaggi riflette anche sul livello di disoccupazione americano, che sfiora la piena occupazione. C’è però una trappola dietro i numeri: sempre più persone lavorano nella gig economy, senza alcuna tutela e con salari ridicoli.

Mi sento però di spezzare più di una lancia in favore dell’innovazione. In primis, la tecnologia dipende da noi; non è intrinsecamente cattiva, ma dipende dall’uso che ne fa l’uomo. Ergo, la responsabilità è nostra. Secondo, se è vero che le diseguaglianze aumentano, la povertà globale non è mai stata così bassa. La parte più debole del mondo sta beneficiando del trasferimento tecnologico dai paesi più ricchi e la situazione è destinata a migliorare. Terzo, il McKinsey Global Institute nota che negli Stati Uniti, fra il 2000 e il 2010, sono stati bruciati 2.7Mn di posti di lavoro nell’industria e 700.000 nella gestione di transazioni economiche (cassieri, sportelli, etc.), ma se ne sono creati 5Mn nuovi di zecca nei settori che richiedono interazione umana (infermieri, medici, insegnanti); il bilancio di occupati è stato quindi positivo nel primo decennio del 2000. Infine, nonostante ci sarà una sempre maggiore offerta di consumi premium, i prezzi dei prodotti di base dovrebbero diminuire grazie al risparmio di costi permesso dai miglioramenti di processo. Possibilmente questo dovrebbe compensare la compressione dei salari e dare un’opportunità più che dignitosa anche ai meno abbienti.

Il problema, però, è capire se questi nuovi working poors che spesso vengono da un ceto medio ormai ridotto all’osso, accetteranno il crescente divario fra loro e chi detiene il capitale (ossia i robots, per farla semplice). La risposta, probabilmente è no. Il malcontento già lievita e fa traballare la democrazia anche nel mondo occidentale, dove il populismo cavalca l’onda della rabbia anti-casta. La politica si è fatta cogliere impreparata un po’ dappertutto. Mancano gli strumenti di formazione che permetterebbero il lifelong learning che ormai non è un optional, di fronte all’avanzata dei robot. Mancano anche le competenze di base per poter affrontare una questione così seria: “How do you make money from a business where people do not pay for access?” “We run ads, Senator.” Questa è stata una delle tante imbarazzanti domande poste dal Senato e dal Congresso USA all’AD di Facebook, Mark Zuckerberg. Io ci faccio due risate, ma c’è davvero da preoccuparsi. Big Tech – Apple, Amazon, Facebook, Microsoft e Google – hanno una capitalizzazione pari al PIL russo, per cui riescono ad esercitare un forte controllo sulla politica. Se l’UE si fa timidamente sentire con multe dall’ammontare ridicolmente basso per l’elusione fiscale di questi grandi gruppi, gli States sono paralizzati dalla disponibilità di cassa delle lobby di queste aziende. Mentre l’Antitrust è entrato a gamba tesa sui monopoli di Rockfeller o Carnegie, le big tech agiscono indisturbate. Noi consumatori non ci accorgiamo di nulla, stregati dai servizi apparentemente gratuiti che offrono queste aziende (dalla bacheca di Facebook a Gmaps). Gaggi riporta un sondaggio dell’Università di Harvard in cui il 51% dei giovani intervistati (18-29 anni) si è detto non a favore del capitalismo – che non significa che siano contrari, ma comunque è un dato preoccupante. Allo stesso modo, la mia generazione si sta spostando sempre di più verso la democrazia diretta, dove ogni decisione è un referendum popolare. La mediazione, sotto la spinta della sharing economy e della blockchain, sta andando in soffitta. Quando tocca alla politica, però, rimango alquanto perplesso.

Credo di aver già messo abbastanza carne al fuoco. Il libro di Gaggi è davvero una miniera di spunti; nonostante io sia fieramente tecnottimista, la lettura ha messo in crisi alcuni miei punti fermi ed è stata davvero utile per riflettere sulle sfide del futuro. Se anche voi siete appassionati di questi temi, giovedì 31 maggio l’autore sarà ospite del Guanxi per presentare Homo Premium (Valdagno, Palazzo Festari, ore 20:30). Io non mancherò di certo!