E voi, avete paura che un robot vi rubi il lavoro? Non siete certo gli unici. In tutte le società industrializzate si è diffusa la preoccupazione di poter essere licenziati a causa di una macchina che fa il vostro lavoro con maggior precisione e in minor tempo. Ci sono validi motivi per provare una certa apprensione, ma altrettanto validi motivi che ci aiuterebbero a levare un po’ di angoscia, se mai dovessimo averne.

Viviamo nel bel mezzo della Quarta Rivoluzione Industriale, che sta ridisegnando non solo le fabbriche, ma tutta la società. Come ogni importante cambiamento, il 4.0 porta con sé anche tensioni. Possiamo rievocare il luddismo, il movimento operaio che distruggeva i telai che ottimizzavano l’efficienza delle tessiture inglesi. In generale, la fine del lavoro è stata profetizzata più volte, ma non si è mai avverata. Sono sparite occupazioni come il cocchiere, ma sono nati gli autisti; la società ha creato dal nulla alcuni bisogni per sopperire al bisogno di occupazione di una fetta della popolazione: quanti centri estetici esistevano quarant’anni fa, rispetto ad oggi?

Gli uccelli del malaugurio – quelli che sostengono che non si lavorerà più – portano però un argomento serio e a cui è difficile controbattere. C’è, infatti, una fondamentale differenza fra la Quarta Rivoluzione Industriale e le precedenti tre: mentre i cambiamenti passati si limitavano ad introdurre migliorie tecniche ma “stupide” – ossia che necessitavano ancora di un input umano – l’intelligenza artificiale dona ai robot la capacità di pensare ed adattarsi al cambiamento, cosa che fino ad ora ci aveva tenuti a galla. Se l’auto ha reso i cavalli, e non gli uomini, obsoleti è perché i cavalli non sanno adattarsi in fretta, mentre l’uomo ha imparato a guidare. Ma cosa succede se un robot può assimilare i meccanismi della guida meglio di noi?

È necessario fare un distinguo per chiarire la situazione: sbagliate di grosso se pensate che i vostri potenziali nemici siano robottini umanoidi o in stile Wall-E. Al contrario, la vera minaccia sono i soft robots, ossia i software capaci di apprendere dal contesto e dalle proprie azioni. Già oggi i primi, rudimentali bot stanno sostituendo avvocati, commercialisti e qualsiasi occupazione che richieda l’applicazione di un codice rigido. La novità sta nei soft robot di ultima generazione, che riescono a produrre articoli di commento, opere d’arte e persino poesie. Vi sfido qui a riconoscere se i versi sono stati scritti da un uomo o da un’arida stringa di codice.

Sembra, quindi, che l’intelligenza artificiale costituisca una minaccia concreta a tutti i tipi di occupazione, perché sfida la nostra capacità di adattamento. Fino ad oggi gli studi scientifici hanno mostrato un basso impatto dell’applicazione della robotica nel mondo reale, ma dobbiamo ancora sviluppare un’intelligenza artificiale che entri a pieno regime nelle fabbriche dei paesi industrializzati. Forse è presto per pensarci, ma economisti, sociologi e filosofi si interrogano già sulle implicazioni di una società senza occupazione. Il nostro reddito deriva, nella maggior parte dei casi, proprio dal lavoro; se quel lavoro dovesse venire a mancare, il nostro potere d’acquisto sarebbe virtualmente azzerato. Una seconda conseguenza sarebbe l’aumento delle diseguaglianze fra chi possiede i robot (il capitale) e chi invece è un semplice lavoratore. La società si polarizzerebbe ancora di più di quanto non sia già ora, con evidenti pericoli per la stabilità della democrazia.

Se veramente i bot dovessero essere così bravi da rubarci tutti i lavori, dovremmo capire come distribuire la ricchezza nella società. Deve nascere un nuovo paradigma da zero: il reddito non potrebbe più essere ancorato alle ore di lavoro svolte, ma ad un altro parametro deciso dalla comunità. Cosa dovrebbe fare un individuo per meritarsi un certo compenso? Questa è la domanda che dovremmo porci tutti noi. Chiaramente, la risposta più semplice e banale è il reddito di cittadinanza: lo Stato distribuisce una certa somma ad ogni suo cittadino, solamente per il fatto di essere cittadino. Altre proposte possono rendere lo stipendio dipendente dalle ore di lavori sociali, dalla quantità di innovazioni prodotte oppure dalle ore dedicate alla politica, piuttosto che allo studio all’università. Queste sono alcune idee che mi sono uscite di getto, senza troppa riflessione, mentre la decisione dei drivers del reddito sarebbe una delle discussioni chiave per la società. Parallelamente, bisognerà trovare la giusta tassazione sul capitale per evitare la crescita incontrollata delle diseguaglianze.

Tutti i ragionamenti che ho proposto sopra valgono solamente se noi umani permetteremo l’avvento dell’intelligenza artificiale, il vero capodanno della robotica. L’IA ha pro e contro: ci leverebbe occupazioni pesanti, noiose e ripetitive; potrebbe accudire gli anziani che ora vivono soli, comprendendo meglio di noi le loro necessità e prevenendo i potenziali pericoli; soprattutto, libererebbe una quantità di tempo enorme per noi umani. Potremmo dedicarci ad altre attività nel tempo che oggi dedichiamo al lavoro. Ci guadagnerebbe sicuramente la nostra salute (più attività aerobica), la famiglia e la comunità in generale. Tuttavia, dovremmo essere capaci di superare un cambiamento di portata epocale quale la fine del lavoro.

Sono tutti argomenti spinosi, a cui nessuno ha dato risposta – e io non sarò certo il primo, con questo articolo. Tuttavia, è bene iniziare a riflettere e prendere delle decisioni motivate. L’avvento dell’intelligenza artificiale è dietro le porte e dobbiamo arrivarci preparati.