Ognuno di noi aveva il 50% di probabilità di nascere maschio o femmina. Fifty-fifty, e non ci dovrebbero essere differenze fra le due condizioni. Eppure, per qualche strana ragione, nascere donna comporta numerosi svantaggi. Intendiamoci: non sono il tipo che ama guardare il bicchiere mezzo vuoto e ho sempre provato un certo astio verso il “femminismo di guerra”, quello che contrappone uomo e donna impedendo qualsiasi tipo di dibattito costruttivo. Al contrario, partirò dai dati concreti e li commenterò, cercando di darvi un quadro il più chiaro e oggettivo possibile sulle diseguaglianze di genere, una questione che mi sta particolarmente a cuore. Dovrò sfatare alcuni luoghi comuni, quindi vi chiedo di aprire la mente e leggere attentamente ciò che scrivo.

Cominciamo con la questione più spinosa e dibattuta, cioè la differenza salariale fra uomo e donna. In questo caso l’Italia si dimostra un’eccellenza a livello mondiale, con un gender pay gap (GPG) medio di appena 5.5% (dati Eurostat). Siamo i secondi in Europa, praticamente al pari con la Romania. La fotografia si fa ancora più positiva se aggiungiamo il trend annuale: nel 2012 eravamo al 7%, nel 2014 al 6.1% e nel 2016 al 5.5%. Stiamo quindi procedendo verso la perfetta parità, a parità di competenze. In questo caso, sembrerebbe che l’alta percentuale di lavoratori statali – il cui salario è spesso determinato in blocco – aiuti a ridurre la media del GPG, che è più alta nel privato. Un altro dato estremamente positivo sul caso italiano è lo squilibrio salariale fra donna e uomo per un’occupazione full time: ci attestiamo appena allo 0.1%, al primissimo posto in Europa. Paghiamo però un GPG appena sotto il 12% sul part time, dove le donne trovano spesso uno sbocco lavorativo.

Fra i grandi successi del sistema-Italia inserisco anche la Golfo-Mosca, che nel 2011 ha introdotto l’obbligo di inserire una componente femminile nei CdA delle aziende quotate. Più precisamente, si richiede almeno il 20% di donne al primo rinnovo e almeno un terzo dal secondo in poi, fino all’esaurimento dell’efficacia della legge (previsto in data 1/1/2023). I risultati positivi si sono visti: siamo passati dal 17.5% del 2013 al 35.4% per le società quotate che hanno già eseguito il terzo rinnovo. Nonostante siamo ancora lontani dalla parità, abbiamo raddoppiato le quote rosa. Molti argomentano che la Golfo-Mosca svilisce la donna e ammazza la meritocrazia – peraltro molte ragazze che conosco mostrano un certo senso di sadismo, remando contro la causa femminile. In realtà, sfido chiunque a sostenere che gli uomini sono “strutturalmente” più capaci delle donne, e meriterebbero quindi più posti nei CdA. Se il messaggio non passa in questo modo, allora che ben venga l’intervento legislativo. Peraltro Maria Latella, nel suo Il potere delle donne, riporta uno studio di McKinsey che mostra come le aziende che hanno superato i parametri della Golfo-Mosca in anticipo rispetto alle richieste stiano avendo risultati economici migliori rispetto a quelle che si sono attenute ai tempi massimi indicati dalla legge. Avere un CdA diverso, in termini di razza, sesso, religione, etc., aiuta a comprendere meglio tutti gli stakeholders e in particolare i clienti. Le vendite aumenteranno in maniera naturale. Dobbiamo fare attenzione alla “data di scadenza” della Golfo-Mosca: Emma Marcegaglia ha già avanzato le proprie preoccupazione per il rinnovo. Visti gli ottimi risultati, direi che sarà il caso di riproporla.

Arriviamo però al tasto dolente, ossia la partecipazione delle donne nel mondo del lavoro. Se la Golfo-Mosca ha riordinato un po’ i piani alti, siamo ancora distanti dal risolvere il problema della bassa occupazione femminile. Il nostro paese ha un employment gap del 20.1%: mentre il 71.7% degli uomini è occupato, le donne raggiungono appena il 51.6%. In sostanza, una donna ogni due o non trova lavoro o nemmeno lo cerca (ricordo che forza lavoro=occupati+disoccupati, dove i disoccupati sono coloro che cercano lavoro ma non lo trovano; il 40% circa delle donne non cerca un’occupazione). C’è però un lato positivo: siamo passati da un tasso di occupazione femminile del 46% nel 2010 al 51.6% già citato prima, che costituisce un record anche per i livelli pre-crisi. Abbiamo troppe casalinghe, ma stiamo lavorando nel verso giusto. Liberare la forza lavoro femminile dev’essere uno dei principali obiettivi di qualsiasi governo ci guiderà: potrebbe essere lo slancio di cui ha bisogno la nostra economia.

Concludo sfatando un altro falso mito, che dipinge i paesi scandinavi come i più egualitari al mondo. Dario Di Vico, ne Il paese dei disuguali, mostra come la realtà sia ben diversa quando tocchiamo il gender gap. Non solo i paesi scandinavi si ritrovano con un GPG anche tre volte superiore al nostro, ma pure la qualità del lavoro è totalmente diversa. Di Vico porta come esempio concreto un confronto fra Milano e Stoccolma, due fra le città più vive e ricche d’Europa; il risultato è che le donne raggiungono posti di riguardo più facilmente a Milano che a Stoccolma, oltre ad avere un’occupazione superiore. Il motivo è presto spiegato: i vari governi svedesi hanno preferito dare lavoro alle donne piuttosto che accettare un influsso di immigrati per coprire i lavori meno pagati e desiderati, come i posti negli uffici pubblici. Ancora oggi le svedesi faticano a svincolarsi dai lavori meno stimolanti e remunerati.

Qualche parola sulla politica. Più del 36% dei parlamentari italiani è donna; questo Parlamento sarà il più rosa della storia, con un aumento del 20% rispetto al precedente (eravamo al 30.1%) e ci permette di entrare nella top ten dei Parlamenti più gender equal d’Europa. Considerando che tutte le decisioni importanti passano per la politica, l’aumento è il benvenuto.

Concludo con il falso mito che mi sta più a cuore, ossia la divisione uomo-scienza e donna-umanesimo. La convinzione che le ragazze siano più portate per le materie letterarie e i ragazzi per quelle scientifiche ha prodotto tutti i divari di cui parlo diffusamente sopra. La matrice del problema è prettamente culturale: sta ai genitori educare in modo corretto i propri figli, senza precludere loro alcune strade solo in base al loro sesso. Oltre all’equità e alle pari opportunità, c’è anche un’argomentazione economica dietro la mia considerazione: le occupazioni di carattere scientifico, che coinvolgono le discipline STEM, sono più retribuite di quelle umanistiche; indirizzando automaticamente vostra figlia verso lettere, filosofia o lingue contribuirete inconsciamente a rinvigorire il GPG che tanto combattiamo. Ovviamente ciò non significa che tutte le ragazze debbano diventare programmatrici, ma perlomeno devono essere consapevoli che quella è una strada possibile.

Abbiamo visto che il quadro generale della condizione femminile è più roseo di quello che un italiano medio possa pensare. C’è ancora molto lavoro da fare – in particolare nell’aumentare la partecipazione nella forza lavoro – ed è bene che ciascuno faccia la propria parte. Un piccolo sforzo può fare una grande differenza.