È scientificamente dimostrato che siamo tutti un po’ razzisti. Il nostro cervello categorizza continuamente le persone che incontriamo e ci dice se possiamo fidarci o meno, se sono “come noi” o “diverse da noi”. Grazie a questo meccanismo immediato ed inconscio siamo sopravvissuti alla storia, continuando ad adattarci ed evolverci. Eppure, quanti di voi pensano di essere razzisti? Penso che a quasi nessuno farebbe piacere sentirsi indirizzare un epiteto del genere, eppure ci sono molti modi per dimostrare che ognuno di noi cova pregiudizi.

Innanzitutto, è bene chiarire che non tutti siamo intolleranti, ma la stragrande maggioranza di noi discrimina inconsciamente in base alla razza, alla religione, al peso corporeo, all’aspetto fisico, etc. “Discriminare” significa semplicemente “separare in due”, e una categorizzazione può essere assolutamente innocua – al contrario dell’intolleranza, che porta sistematicamente all’odio e a volte alla violenza. Tuttavia, la discriminazione più o meno esplicita porta con sé diseguaglianze e giustizia. Se avete una preferenza inconscia per i bianchi sui neri, è molto probabile che darete maggiori opportunità ed attenzioni ad un bianco rispetto ad un nero.

“Non tutte le discriminazioni vengono per nuocere”: a volte il nostro cervello categorizza il diverso come migliore del gruppo a cui si appartiene. Ad esempio, Margaret Thatcher aveva composto il proprio consiglio da un quarto di ministri ebrei, perché, per sua stessa ammissione, “volevo un governo di individui intelligenti, energici, tutte qualità che si ritrovano di frequente in queste persone”.

Come vi dicevo, potete misurare il vostro grado di razzismo in modo preciso. Degli psicologi di Harvard hanno messo a punto, nel 1998, il test IAT (Implicit Association Test). Si tratta di un breve questionario online in cui si viene bombardati di immagini e parole, a cui bisogna associare dei concetti come buono-cattivo. Attraverso una serie di brevi e ripetuti test, si avrà il responso: quasi il 75% dei bianchi ha mostrato una preferenza per i bianchi sui neri, nonostante tre quarti dei respondents si siano dichiarati assolutamente imparziali. Potete fare il test per molte categorie, come sugli obesi, sugli asiatici, sui disabili, sull’orientamento sessuale e perfino sulla popolarità del Presidente Trump (ossia su quanto lo discriminiate, al di là dei suoi meriti e demeriti). Ogni test, consultabile qui, vi richiederà circa 10 minuti e una buona dose di concentrazione, ma perlomeno saprete quanto tendete a discriminare in base alla categoria che sceglierete. L’unico problema che potreste avere è che tutti i test sono in inglese, quindi potreste non conoscere alcune parole. Tuttavia, le parole usate verranno mostrate nella schermata iniziale, quindi vi basterà tradurle prima di iniziare.

Ancora più sconvolgente è l’origine di questo sentimento recondito: secondo Jan Van Basel, docente di neuroscienze all’Università di New York, c’è anche una componente genetica nella nostra tendenza a discriminare. In sostanza, “nasciamo razzisti”, chi più chi meno. Poi è l’ambiente familiare e culturale che forma il nostro carattere, promuovendo o reprimendo quella vena che è in noi.

In sostanza, tutti noi nutriamo pregiudizi sugli altri. Ciò non significa che possiamo giustificare chi compie atti di violenza in nome della presunta supremazia di una determinata razza, né che dobbiamo accettare i quotidiani atti di ingiustizia che vengono perpetrati nei confronti di alcune categorie (donne, omosessuali, neri, etc.). La soluzione migliore è essere consapevoli del proprio grado di “razzismo innato/implicito”, in modo da controllare in maniera più attenta le proprie decisioni. Ad esempio, ha fatto scalpore l’uscita del candidato della Lega Attilio Fontana, secondo cui “la razza bianca è a rischio”. Nonostante lui abbia prontamente dichiarato di non aver avuto intenti razzisti, credo che quella dichiarazione non sia altro che una forma di razzismo implicita, impressa nella mente di Fontana (come in quella di tutti noi, non dimenticatelo). Il suo unico errore è stato quello di parlare senza pensare, dando fiato a ciò che pensa veramente.

La sfida è proprio questa: usare la razionalità per reprimere l’impulso automatico a categorizzare le persone. Spesso abbiamo tempo per riflettere sulle nostre decisioni ed è nostro compito pesare attentamente le opzioni sul tavolo. Il passo necessario e sufficiente è il prendere coscienza delle categorie contro cui tendiamo a discriminare. Per questo motivo gli IAT sono così importanti. Secondo Dominic Abrams (Kent University), il modo in cui affrontiamo i pregiudizi seguirà un percorso simile a quello delle campagne contro il fumo: le discriminazioni diventeranno consce (esplicite) solo quando verranno messi in discussione. Quando si è mostrato che il fumo passivo danneggiava tutti coloro che stanno nelle vicinanze di un fumatore, il consumo di tabacco è drasticamente diminuito.

Mentre noi ci impegneremo a renderci conto del nostro grado di razzismo, iniziano a comparire libri scolastici che vedono famiglie composte da due papà o due madri oppure storie di innamoramenti fra due bambine. Nonostante alcuni credano che sia in atto un qualche tipo di complotto internazionale, queste storie servono a categorizzare gli omosessuali come “noi”. In poche parole, si usa il nostro meccanismo di difesa in modo inverso, così da far accettare ai bambini la diversità. Interessante, no? 😉

 Personalmente, mi sono sottoposto agli IAT sulla razza, sulla religione e sulla sessualità; sono risultato moderatamente incline a discriminare un nero, leggermente una persona con una sessualità diversa dalla mia e neutro sulla religione. E voi, come siete messi? 😉