Probabilmente molti di voi conosceranno già H Farm. Si tratta del terzo miglior incubatore di start-up associato ad un’università in Europa, secondo l’Ubi Global Index. Meglio fa solo il Polihub, secondo incubatore universitario in Europa, che però ha dimensioni molto più limitate rispetto a H Farm. Possiamo quindi affermare senza troppe remore che sia uno fra i più importanti incubatori del continente e che rappresenti, quindi, un’importante occasione di rilancio per il paese.

Tuttavia, l’azienda sta attraversando un momento piuttosto delicato: nel 2015 ha perso quasi €4.5 Mn su un fatturato di €15.4 Mn, mentre nel 2016 ha bruciato più di €6 Mn a fronte di vendite per €32 Mn; il 2017 ha visto un ulteriore aumento del fatturato, che ha raggiunto €48 Mn, mentre la perdita si è stabilizzata sui €6 Mn. È vero che siamo ancora in fase di rodaggio – è una start-up che eroga servizi per altre start-up – ma l’ammontare delle perdite inizia a intimorire più di qualcuno. A peggiorare la situazione ci si è messa la Regione Veneto, che ha rallentato l’approvazione del piano per costruire il campus (qui il botta e risposta fra le due parti sul Corriere del Veneto).

H Farm ha infatti pianificato di entrare nel business dell’education per generare la profittabilità che ora manca. L’idea è ottima: mentre le start-up forniscono, in media, un basso ritorno e sono un investimento rischioso, l’istruzione privata porta ottimi risultati finanziari, sia in termini di flussi di cassa che di utile. H Farm seguirebbe quindi un percorso inverso rispetto alle università tradizionali: parte come incubatore e poi offre servizi di educazione. L’investimento ha senso sia per i motivi economici illustrati sopra, sia per la quasi totale assenza di corsi di Digital Management offerti nel nostro paese. Solo la Bocconi offre, a partire dal 2016, un percorso simile (il BEMACS), per cui H Farm si troverebbe virtualmente senza concorrenza. Inoltre, gli studenti potrebbero dar vita a nuove start-up incubate dallo stesso istituto che frequentano, essendo a stretto contatto con gli investitori e i giovani imprenditori che vivono nel campus.

Ciò aiuterebbe H Farm, visto che uno dei problemi fondamentali è di carattere dimensionale. Gli incubatori sono infatti soggetti a forti economie di scala, dovute ai costi fissi per i servizi che erogano (marketing, amministrazione, consulenza di vario tipo). Ad oggi, l’azienda è presente nel capitale di una quarantina di start-up ed ha un attivo di €50 Mn, appena sufficiente per competere a livello internazionale. L’incubatore dovrà quindi crescere in maniera decisa, pur mantenendo una certa severità nel processo di selezione – pena l’ingresso in start-up fallimentari.

Cosa diventerà l’incubatore di Roncade? Continuerà ad investire in start-up oppure punterà a sviluppare il ramo education? Qui sta racchiusa la sfida strategica per l’azienda. L’Italia ha bisogno di un punto di riferimento per l’innovazione e la tecnologia che sviluppi il paese sia economicamente che culturalmente. Mentre la Francia sta scalando la vetta dello start-upping europeo a suon di investimenti – iniziati da Macron quando ancora era Ministro dell’Economia – l’Italia rischia di perdere definitivamente il treno del rinnovamento.

Di fronte a queste difficoltà, c’è addirittura chi invoca l’intervento statale per sussidiare H Farm, data la sua importanza strategica. Mi sembrerebbe però una misura estrema e non credo che gli azionisti lo vedrebbero di buon’occhio – anche perché loro continuano ad investirci, convinti di essere vicini alla svolta. La performance sembra effettivamente migliorare, nonostante i dati siano lontani dall’essere confortanti. Il fatturato cresce più che proporzionalmente alla perdita e la marginalità aumenta, forse frutto di un maggiore assorbimento dei costi fissi grazie alla crescita dimensionale. Il nuovo campus sarebbe senza dubbio un passaggio chiave per H Farm, perché troverebbe la cash cow di cui ora ha bisogno e crescerebbe ulteriormente, sia in termini di fatturato che di importanza strategica. Vedremo quindi se la battaglia sarà vinta dalla burocrazia veneto-italiana oppure dall’ambizioso progetto di Donadon & Co. Proprio il leader dell’incubatore ha dichiarato che il business model può sopportare il rinvio dell’apertura del campus nel settembre 2019, ma ulteriori ritardi sarebbero probabilmente fatali: l’azienda ha bisogno di liquidità, che la divisione start-up ora brucia in fretta. Se H Farm riuscisse ad attraversare il melmoso guado in cui si trova ora, il futuro potrebbe essere decisamente più roseo. C’è in gioco nientemeno che il futuro dello start-upping italiano, per cui teniamo d’occhio l’argomento.