Avete mai sentito parlare di ADHD? È una sigla inglese che sta diventando piuttosto comune ed indica il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (Attention Deficit Hiperactivity Disorder). Il numero di diagnosi è in costante aumento da quando si è iniziato a tracciare in modo sistematico il fenomeno; nonostante parte dell’incremento sia dovuto ad una definizione più stringente di deficit di attenzione, la popolazione mondiale sembra sempre più incapace di concentrarsi per un tempo prolungato. Le vittime preferite sono i bambini, che vengono curati con interventi psicoterapeutici e talvolta psicofarmaci. Varie organizzazioni hanno lanciato uno J’accuse contro gli smartphone ed Internet; credo sia un argomento che tocca tutti, dallo studente al lavoratore, quindi vi propongo qualche spunto in merito.

Comincio con una citazione che calza a pennello: “Information wealth will produce attention poverty” (Herbert Simon, Premio Nobel per l’Economia 1978). Questa frase ci è stata proposta dal Prof. Masciandaro alla prima lezione di International Macroeconomics; ironia della sorte, alla fine dell’ora un ragazzo ha alzato la mano e gli ha chiesto una cosa su cui il Prof. Masciandaro aveva insistito per tutta la lezione. La citazione di Simon aveva centrato l’obiettivo, pur senza saperlo. Oggi viviamo in un mondo iperconnesso e abbiamo libero accesso ad un’incredibile quantità di informazioni. Chiaramente è una grossa opportunità, ma c’è il rischio di ridurre drasticamente il nostro livello di attenzione: meglio ascoltare il Prof. Masciandaro – peraltro uno dei migliori docenti che abbia mai avuto – oppure scrollare la bacheca di Facebook?

Cerco di darvi qualche numero, così inquadriamo la situazione. Secondo uno studio di Microsoft, la capacità di concentrazione media (misurata come attenzione continuativa in un determinato compito) per un essere umano era 12 secondi nel 2000, che si riducono ad 8 nel 2017. Si tratta di un brusco calo del 33%, che ci relega dietro persino ai pesci rossi. La differenza fra noi e gli animali è che ci riconnettiamo più facilmente al compito che avevamo abbandonato, ma sembra che abbiamo sempre più bisogno di brevi pause. Come se non bastasse, un adulto viene interrotto in media ogni 12 minuti a causa di notifiche sullo smartphone e quasi nessuno riesce a rimandare la lettura del messaggio per più di un minuto (“sarà importante?”). Il lato peggiore non è, in realtà, la distrazione in sé, quanto il tempo che ci mettiamo per rifocalizzarci appieno sul compito che avevamo lasciato: secondo uno studio dell’Università della California, ci si mette dai 5 ai 23 minuti! Il danno non è quindi limitato al tempo che si passa a rispondere alla mail, al messaggio o su Facebook, ma è molto più grave la difficoltà a riconnettersi al lavoro lasciato da parte.

Abbiamo capito che il problema esiste; a peggiorarlo ulteriormente sono i social e i produttori di smartphone, che guadagnano dalla nostra dipendenza ad Internet. La lista di esempi sarebbe molto lunga. Facebook ha inventato l’autoplay dei video e lo scroll della bacheca per rubarci qualche minuto in più della nostra concentrazione; Snapchat ti invia notifiche se non scrivi per 24 ore di seguito ad un amico che in passato contattavi spesso; quasi tutti i social usano le “finte notifiche”, ossia notifiche create dal social stesso per stimolarti a creare nuovi contenuti, mostrare l’attività di amici o la performance di un vecchio post.

Trovare soluzioni non è semplice, ma possiamo fare qualcosa. C’è chi inneggia ad un intervento legislativo volto ad inserire in ogni applicazione il livello di attenzione richiesto, un po’ come si misura l’impatto ambientale di una fabbrica. Personalmente trovo questa proposta balorda e sicuramente complicata da mettere in atto. Piuttosto, esistono delle applicazioni fatte apposta per combattere l’impulso ad usare lo smartphone. Forest, ad esempio, vi dà la possibilità di piantare un alberello virtuale e impostare un timer da 10 minuti a 2 ore; se userete qualsiasi applicazione all’interno del periodo impostato, l’alberello morirà. Riuscirete a crescere una foresta rigogliosa? 😉

Peraltro Apple ha bloccato l’accesso all’App store di un’app simile (Space), perché “Ogni applicazione progettata per aiutare a le persone a usare meno il telefono non può essere venduta sull’App store.” Un’altra semplice soluzione è togliere la vibrazione (a parte, magari, per le chiamate) e mettere il cellulare face down, possibilmente a 2/3 metri dalla scrivania. In Francia si sta dibattendo di introdurre misure ancora più serie nelle scuole, come il “sequestro” di tutti gli smartphone all’inizio della giornata e la riconsegna al momento dell’uscita. Non so se funzionerà, perché è difficile stabilire chi ha un cellulare e chi no (alle medie non è scontato) e c’è sempre la possibilità del doppio dispositivo, ma sarebbe un segnale importante dallo Stato. Altro consiglio: evitate il multitasking. È una leggenda inventata nel XXI secolo, ma il cervello è capace di portare a termine solo un’azione alla volta. Ci mettete più tempo a fare due cose allo stesso tempo che non una dopo l’altra, ma dedicandoci piena attenzione.

Oggi la concentrazione è il bene più importante che abbiamo; come tale, va difeso dagli attacchi dei “pirati dell’attenzione”, come Harris (un ex ingegnere di Google) chiama le aziende che vivono con Internet. I benefici sarebbero tanti, ma prima bisogna prendere piena consapevolezza del problema. Provate a cronometrare il tempo che passate sui vari social: rimarrete sorpresi 😉