La maestra e la camorrista è stata una folgorazione. Avevo già letto il secondo libro dell’ottimo Federico Fubini, editorialista economico del Corriere della Sera, e mi aveva particolarmente colpito per la delicatezza dei temi che trattava e per la profondità con cui li trattava. Questo nuovo libro, uscito nelle librerie di tutta Italia il 30 gennaio scorso, si conferma un capolavoro di giornalismo. Fubini è un attento, acuto, silezioso osservatore dei tòpoi umani: è facile perdersi nelle pagine dei suoi libri, fra le disincantate descrizioni di spaccati d’umanità. Ora vi spiegherò i motivi per cui il saggio mi ha colpito così tanto.

La maestra e la camorrista è un’inchiesta sull’immobilismo della società italiana. Viviamo nel paese con la più alta concentrazione di patrimoni privati al mondo, con il tasso di natalità fra i più bassi e con un ascensore sociale rotto almeno dagli anni ’70. In poche parole, il libro dimostra come il “sistema Italia” non sia altro che un freezer che cristallizza la posizione sociale delle famiglie: chi sta bene starà bene anche in futuro, ma chi sta male ha poche chance di migliorare la propria condizione. Fubini comincia infatti con una comparazione fra le dichiarazioni dei redditi del censimento di Firenze del 1427 con le attuali dichiarazioni dei redditi, raggruppate per ceppo familiare. I risultati mostrano una sorprendente somiglianza fra la situazione economica delle famiglie rinascimentali con i corrispondenti nuclei contemporanei. Gli Antinori, noti produttori di vino, sono rimasti ricchi, i Mannucci sono rimasti nel ceto medio. Ancora più sorprendente è la continuità di queste famiglie: gli Antinori sono viticoltori da secoli, i Mannucci hanno sempre lavorato con l’arte. C’è una sorta di imprinting che determina l’incanalamento di alcuni eredi verso le attività tradizionalmente svolte dalla famiglia. L’effetto è un congelamento della società.

La “curva del Grande Gatsby” cattura il rapporto fra disuguaglianze economiche e mobilità sociale. Troverete l’Italia in alto a destra, con disuguaglianze comparabili ai paesi anglosassoni ma una mobilità sociale estremamente bassa. Strano per un paese con le spese per il Welfare fra le più alte al mondo (in rapporto al PIL). Come possiamo spiegare questo strano fenomeno?

Fubini parte dalla considerazione che negli ultimi vent’anni il nostro paese è cresciuto al ritmo medio dello 0.5%; la torta non si espande più, quindi la scalata sociale si trasforma in un gioco a somma zero: per migliorare la mia condizione, qualcun altro la deve peggiorare. Ciò genera un clima di generale sfiducia, che si acuisce fra i ceti inferiori. Viviamo in un ambiente che incoraggia il mors tua, vita mea, ricordando il detto di Hobbes: homo homini lupus. Roberto Bonzio, autore de Italiani di frontiera, la chiamerebbe “sindrome del Palio di Siena”: tutti contro tutti, e si salvi chi può. Fubini non si limita però a descrivere e denunciare questo fenomeno, ma dimostra quanto forte sia l’imprinting familiare e il conseguente sentimento di sfiducia. Nel libro ci presenta i risultati di vari, interessantissimi esperimenti sociali condotti da lui stesso. Ad esempio, chiede a tre classi del professionale “Stefanelli” di Mondragone, fra le città con i più alti tassi di criminalità in Italia, quanto sarebbero d’accordo con l’espressione “non bisogna mai fidarsi degli altri”. Gli studenti danno un voto medio di 8.1 (su 10) e il 40% gli assegna un 10/10. Ripetendo la stessa domanda in un professionale di Padova e al Liceo classico “Parini” di Milano, il voto medio si abbassa in entrambi i casi a 5. Gli iscritti del Collegio Ghislieri, prestigiosa scuola d’eccellenza pavese, e dell’Aspen Institute rispondono mediamente con un 4.3. In sostanza, migliore è il contesto familiare di provenienza, maggiore sarà la fiducia verso il prossimo.

Si crea così un cortocircuito: chi sta peggio non riesce a fidarsi della società; si diventa fatalisti, pensando che il proprio futuro non dipenda dagli sforzi profusi. Ci si percepisce impotenti e ci si adagia quindi nella condizione di partenza, senza nemmeno provare a premere il bottone dell’ascensore sociale. Per il principio del mors tua, vita mea, non si bada più ai danni alla società. Se posso trarre vantaggio a breve termine dall’inquinare o dall’evadere, non ci penserò due volte. “Tanto lo fanno tutti”. Si crea così quella che gli economisti chiamano Tragedy of Commons, dai campi comuni scozzesi in cui venivano fatte brucare le pecore dei vari contadini della comunità: senza regole e senso civico, il common si deteriorava velocemente.

In Italia stiamo vivendo, senza nemmeno rendercene conto, una tragedy of commons finanziaria: il deficit annuale fra il ’75 e il ’95 è stato del 9.8%, prima dell’introduzione dei benedetti vincoli di spesa di Bruxelles – sì, quelli che tutti i nostri politici odiano tanto. Ciò ha favorito un travaso di ricchezza verso le famiglie, che risparmiavano sempre di più (tasso di risparmio del 15% dal ’70 al 2010), portando la ricchezza privata da tre a nove volte il reddito medio disponibile. I patrimoni sono dunque sproporzionatamente più alti dell’effettiva ricchezza prodotta dall’individuo ed è naturale che la forbice si stia chiudendo: la Banca d’Italia stima che la ricchezza familiare media sia scesa dell’11% a causa della svalutazione degli immobili, fra il 2012 e il 2014. L’equazione è semplice: meno figli, meno domanda per le abitazioni. Tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi.

È illusorio, commenta Fubini, “contare su un modello sociale fondato su alti tassi di risparmio e patrimoni familiari diffusi, in una nazione in cui crescono sempre meno figli”. Basandoci su patrimoni ed immobilismo, ci autocondanniamo alla stagnazione secolare. Lo vogliamo davvero?

Il libro è pieno zeppo di altri riferimenti ed esperimenti interessanti. Posso senz’altro dire che sia uno fra i saggi più illuminanti che abbia letto negli ultimi anni, al pari de La via di fuga. Non posso nemmeno definirlo pessimista, perché Fubini dipinge semplicemente un quadro oggettivo e impietoso della italiana. Dobbiamo prendere atto delle nostre debolezze per affrontarle; altrimenti continueremo così, cullandoci nell’indolenza e nella sfiducia che caratterizza una buona fetta della popolazione. Per questo motivo vi consiglio caldamente di comprare, leggere e/o regalare La maestra e la camorrista. La consapevolezza che costruisce questo breve ma denso libro è il primo passo per salvare l’Italia. Colgo l’occasione per segnalarvi che il Guanxi presenterà il saggio giovedì 15 febbraio (ore 20:30, Palazzo Festari, Valdagno). Sarà una bella occasione per conoscere Fubini, riflettere un po’ ed eventualmente acquistare il libro. Io finisco le lezioni a Milano e prendo il primo treno per Vicenza; non ci sono davvero scuse per mancare!

P.S.: scusatemi per la lunghezza dell’articolo, ma ci tenevo a darvi una visuale completa de La maestra e la camorrista e degli importanti argomenti che tratta. Vi garantisco che il libro contiene molti altri spunti interessanti di cui non ho potuto parlare. Spero tuttavia che questa recensione vi abbia fatto riflettere, così come la scrittura ha fatto riflettere il sottoscritto. Fubini è un mago!