La disuguaglianza è un tema che si ritrova spesso sulle pagine dei giornali e ai vari eventi dei festival socio-culturali. Anche gli accademici mostrano interesse per il tema: due anni fa Angus Deaton, noto economista scozzese, vinse il Nobel per l’Economia per i suoi lavori sulla disuguaglianza e un anno prima Il Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty diventava un best seller. Nonostante se ne parli molto – o forse proprio per questo – la qualità del dibattito è piuttosto scarsa e il dialogo è sempre incentrato su pochi, semplici indicatori. Di Vico, nel suo ultimo libro Nel paese dei disuguali – Noi, i cinesi e la giustizia sociale, cerca di recuperare la complessità del fenomeno, dando così una panoramica più completa e fedele alla realtà rispetto alla narrazione a cui siamo abituati.

Il saggio è diviso in tre capitoli e ciascuno è seguito dai “contrappunti”, ossia dei sottocapitoli di approfondimento che toccano un tema specifico – ossia il coefficiente di Gini, la deprivazione relativa e il populismo. Forse vi sarete già incuriositi: quale sarà il legame fra populismo e disuguaglianza? Di Vico compie esattamente questa operazione: invece di dipingere la disuguaglianza come un fenomeno esclusivamente economico, riconosce che l’Italia è un paese duale. Siamo spaccati a metà sotto molti aspetti, dal “giovani contro vecchi” al gender gap, passando per un imbarazzante percentuale di povertà minorile.

Di Vico denuncia come il Bel Paese offra casa ad 1.3 milioni di bambini (definiti come individui sotto i 14 anni) in condizioni di povertà assoluta. Nessuno lo sa perché nessuno ne parla, eppure è un segnale d’allarme preoccupante. In sostanza, circa il 15% dei bambini vive in una casa non adeguatamente riscaldata, o la sua famiglia non può permettersi di fornire loro un’alimentazione adeguata. Sono numeri da Terzo Mondo. Allo stesso tempo, quasi a voler dimostrare che siamo un paese occidentale ed europeo, abbiamo la spesa pensionistica più alta al mondo. Spendiamo ogni anno il 14% del PIL per la tutela della vecchiaia, mentre siamo ben sotto il 10% per le voci di spese che dovrebbero aiutare i più giovani (ad esempio l’istruzione e la ricerca). Stiamo silenziosamente ammazzando il futuro dell’Italia, nonostante ci sia una buona schiera di politici – e di elettori – che chiede l’abolizione della riforma Fornero.

Ciò crea inevitabilmente disuguaglianza: si sta creando un polo giovane e povero e uno anziano ma ricco. Si stima che il 60% del patrimonio immobiliare italiano sia in mano ad over 65. Se lo Stato non riequilibra la situazione, ci pensano i privati. Si spiega così l’alto tasso di donazioni dei nonni ai propri nipoti; è un meccanismo perequativo informale che però sembra risollevare leggermente l’ago della bilancia verso gli under 35.

Collegato a questo aspetto c’è anche il divario fra Nord e Sud. Ahimé, quella che sembrava una frattura richiudibile si sta trasformando in un abisso senza fine. Mentre il tessuto industriale meridionale ancora tiene (vedasi investimenti di FCA, Apple, General Electric, etc.), la società si sta sfaldando. I giovani ormai non considerano nemmeno più di rimanere nella loro terra natia, ma vogliono andarsene il prima possibile. In Bocconi, dove studio, si dice scherzosamente che ci siano più iscritti pugliesi che milanesi – e ho la netta sensazione che potrebbe essere la verità. Mentre l’emorragia di cervelli non si ferma, il gap socio-culturale continua a crescere. I dati INVALSI e quelli Eduscopio parlano chiaro: se consideriamo i dati della ricerca della Fondazione Agnelli, i 5 migliori licei scientifici di Vicenza hanno un indice FGA superiore a 83.5, mentre il migliore nella provincia di Bari non arriva nemmeno a 71 (la scala è in centesimi). La disuguaglianza economica e sociale fra Nord e Sud è destinata quindi a crescere in fretta, complici i “Vaffa” leghisti, il disinteresse della politica e il gattopardismo cronico del Sud.

L’Italia è anche un paese duale nei confronti del sesso: non solo gli uomini sono pagati di più per svolgere la stessa mansione, ma ci sono profondi fossati fra una donna milanese e una romena che raccoglie i pomodori ciliegino in provincia di Ragusa. Mentre a Milano stiamo andando verso la parità occupazionale – ossia uno stesso numero di occupati uomo e donna – il profondo Sud è ancora teatro di scene da Terzo Mondo, con forme di semi-schiavitù, stupri ed omertà. Se Milano compete con le dinamiche Londra e Stoccolma, Ragusa si trova ancorata a logiche quasi feudali.

Persino la classe operaia è divisa in tre: operai specializzati, operai fordisti (ossia coloro che svolgono un lavoro ripetitivo) e facchini&badanti, che fanno un mondo a sé. Queste tre categorie hanno aspettative e richieste diverse fra loro, per cui la frase “proletari di tutti i paesi, unitevi!”, contenuta nel Manifesto del Partito Comunista del 1848, ha perso ormai qualsiasi senso. La disuguaglianza non è solo fra classi, ma anche all’interno delle stesse!

Concludo riportandovi le riflessioni di Di Vico sull’ascensore sociale, che in passato garantiva la scalata dal basso ma che oggi sembra irrimediabilmente danneggiato. Non funziona più perché, secondo Di Vico, “mancano i piani alti”: mentre i posti da dirigente calano, quelli da quadro aumentano. Allo stesso tempo cade il mito del posto fisso e i giovani si mostrano sempre più decisi a crearsi il proprio lavoro, dando spinta alla vena imprenditoriale che ha sempre contraddistinto il nostro Paese. C’è però chi non ce la fa e decide di ritirarsi per sempre in una stanza buia, al riparo dalla società poco gli ha dato e molto gli ha tolto. Sono gli hikikomori, un fenomeno che arriva dal Giappone ma che in Italia si stima abbia già coinvolto 100.000 ragazzi. Altri prendono una decisione meno drastica, ma si ritirano comunque dai canoni classici dell’impegno giovanile: sono i NEET (Not in Employment, Education, Training), ossia ragazzi fra i 16 e i 24 anni che non studiando né lavorano. Molti di loro fanno volontariato nella speranza di inserire qualche esperienza significativa nel curriculum, ma ciò inevitabilmente porta a malcontento e così si alimenta il populismo. Capite ora il legame fra populismo e disuguaglianza che vi citavo all’inizio? Ecco perché dobbiamo combattere le differenze che si stanno aprendo sempre più in Italia, il “paese dei disuguali”. Più aspettiamo e più il divario si fa difficile da colmare.

Il libro verrà presentato giovedì 1 febbraio a Palazzo Festari (ore 20:30, Valdagno), grazie alla rete del Guanxinet. Non mancate assolutamente! Di Vico vi spiegherà di persona il suo punto di vista sulle dinamiche della disuguaglianza nel nostro paese.