Spesso, quando si parla di Resistenza, lo si fa osannando un drappello di partigiani o l’eroe che si è distinto in una sortita contro i tedeschi. Ci sono però molte altre categorie di “resistenti” che si sono opposti almeno altrettanto strenuamente ai regimi, ma che non hanno ricevuto la stessa gloria. Elio, l’ultimo dei Giusti  racconta la storia di una di queste ombre, vittime della violenza repubblichina e dimenticate dalla storia fino alla recente riabilitazione.

Frediano Sessi è noto per i suoi tanti – nonché ottimi – libri sulla Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza. Ho già avuto l’opportunità di ascoltarlo al Guanxinet in occasione della presentazione de “Mano Nera”, un suo libro che tratta degli orrori dei medici nazisti. Visto l’interesse che aveva suscitato in me il primo libro, non ho perso l’occasione di leggermi anche questo secondo saggio.

Il libro, scritto in maniera piacevole e chiara, si può dividere in quattro parti: l’arresto, il viaggio e la detenzione, la liberazione e il ritorno e alcune riflessioni finali. Prima di parlarvi degli aspetti del saggio che più mi hanno colpito devo raccontarvi brevemente la storia del protagonista, che il Prof. Sessi ha avuto la pazienza e la bravura di recuperare e valorizzare.

Elio Bartolozzi era un contadino come tanti, che viveva tranquillo nella sua casa a Ceppeto, a pochi chilometri da Firenze. Aveva sempre cercato di stare lontano dai guai, evitando di esprimersi in favore dei fascisti o dei partigiani, ma un evento cambierà la sua vita: due ragazzi vengono feriti in un’imboscata che avevano preparato contro i tedeschi nella stazione di Montorsoli. I loro compagni li portano da Elio, chiedendogli di portare i due feriti a Pescina, a pochi chilometri dalla sua casa. Elio accetta di farsi carico dei “due poveri cristiani”, pur a malincuore: sapeva che stava mettendo a rischio la sua vita. E infatti una squadra di fascisti verrà a svegliarlo nella notte, dopo che aveva svolto con successo la sua pericolosa missione, perché riveli loro dove avesse portato i due ragazzi. Elio rifiuterà eroicamente di fare la spia, nonostante le botte e minacce subite. Da qui comincia il suo calvario: prima le torture a Villa Triste, poi la reclusione alle Murate, poi Fossoli, Bolzano e infine Mauthausen. Tutto per aver portato in salvo due partigiani feriti. Non è Resistenza questa?

Ci sono vari motivi per cui vi consiglio di leggere il libro. Primo, perché racconta passo per passo tutte le atroci sofferenze che doveva passare un prigioniero del regime: dalla cattura alla liberazione, Elio ha sofferto pene inimmaginabili. Non è semplice trovare tutte le difficoltà condensate in poco più di cento pagine e spesso fatichiamo a collegare i dolori patiti prima, durante e dopo la prigionia. Ci focalizziamo troppo su un singolo momento – spesso la permanenza nel campo di concentramento o sterminio – dimenticando le condizioni in cui i prigionieri hanno viaggiato fino a lì o le torture subite dopo la cattura.

Un secondo motivo per cui leggere il libro è per apprezzare i decenni di pace che stiamo vivendo in Europa. Troppi giovani la danno per scontata; non avendo mai vissuto conflitti, essendo abituati ai videogiochi e rimanendo ormai senza testimoni diretti, la mia generazione non riesce a concepire gli orrori di una guerra. Elio, l’ultimo dei Giusti non risparmia sul linguaggio e mostra tutto ciò che c’è da mostrare, senza sconti. Cancellare o censurare la Storia è l’errore più grosso che possiamo fare; al contrario, va raccontata e valorizzata.

Il terzo motivo, che può essere collegato al primo, è che il libro mostra l’organizzazione dei regimi nazista e fascista, dalle squadre di provincia ai centri di smistamento alla vita nei campi di concentramento, e tutti gli orrori di Mauthausen. Mentre leggevo le pagine in cui si descrive la prigionia di Elio nel campo austriaco non potevo che pensare alle bestialità di cui è capace l’uomo. Posso citarvi il famoso “esperimento di Stanford” (qui potete mettere i sottotitoli), dove un gruppo di persone libere è stata divisa in due: un gruppo faceva la parte dei carcerati, l’altro delle guardie. Dopo solo due giorni si verificarono i primi episodi di violenza e al quinto i prigionieri iniziarono a manifestare segni di squilibrio mentale, per cui si dovette interrompere l’esperimento. Tutto ciò venne svolto nel 1971 nella modernissima Palo Alto, con giovani studenti: non stiamo parlando di condizioni estreme. Il libro ci racconta proprio come i tedeschi cercassero di de-individualizzare l’uomo, togliendogli il nome e la possibilità di interagire. Per contro, i prigionieri dei campi sopravvivevano solo se si dimostravano capaci di mantenere solidarietà e rispetto pure nelle difficoltà.

C’è anche un aspetto delicato nella storia di Elio. Una volta tornato a casa, si troverà infatti emarginato e impossibilitato a raccontare la propria storia. La neonata Repubblica Italiana aveva preferito dare spazio agli eroici partigiani che avevano scacciato i tedeschi a fucilate, mentre un deportato non era altro che la prova della disfatta italiana. Meno parlavano, meglio era. Questo ci dovrebbe mettere in guardia contro la manipolazione delle informazioni e della Storia. La memoria dei deportati è stata riabilitata solo pochi anni fa, dopo un lungo dibattito storiografico, e ora anche Elio è entrato con merito nella narrativa della Resistenza.

Se vi interessa l’argomento, vi invito a venire con me alla presentazione del libro venerdì 20 aprile, alle ore 20:30, a Palazzo Festari (Valdagno). Il Guanxinet ospiterà il Prof. Sessi e potrete fargli tutte le domande che desideriate. Sarà un ottimo modo per onorare (con un po’ di anticipo) la Giornata della Memoria: questo  è l’unico modo che abbiamo per evitare di ripetere quelle pagine tremende della nostra Storia.