Donald Trump: la grande sorpresa, il fenomeno che ha sbalordito l’Occidente, ha soffiato da poco la sua prima candelina da Presidente degli Stati Uniti d’America. Le sue dichiarazioni eclatanti lo hanno portato al centro della scena globale, così come la sua politica e le sue politiche. Tuttavia, in questo articolo vorrei mostrarvi come la sua attività di silenzioso “picconatore” del sistema mondiale avvenga lontano dai riflettori, nel mondo presumibilmente grigio e senza interesse delle Organizzazioni Internazionali.

I media portano spesso l’enfasi sulle sortite più clamorose del 45º Presidente degli Stati Uniti: Trump molla l’Accordo di Parigi sul clima, firmato sotto l’egida delle Nazioni Unite nel dicembre 2015.

Allo stesso modo, il Presidente abbandona il TTP (Trans-Pacific Partnership), che si pone come obiettivo la regolamentazione del commercio nella zona del Pacifico, e minaccia di lasciare lo stesso NAFTA (North-American Free Trade Agreement), l’accordo commerciale tra USA, Messico e Canada.

Infine, il 13 Aprile 2017, un MC-130 a stelle e strisce sgancia in Afghanistan la cosiddetta MOAB (Massive Ordnance Air Blast Bomb – o più graziosamente “Mother of All Bombs”); 11 tonnellate di esplosivo che ne fanno l’ordigno non atomico più potente mai visto. L’obiettivo è smembrare un sistema di tunnel sotterranei utilizzato dallo Stato Islamico (IS). Di qualche giorno fa, invece, la notizia dello spostamento dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme

Clima, commercio e sicurezza: tre aree dove Trump rompe gli schemi adottando soluzioni unilaterali a problemi che hanno le caratteristiche di beni (o mali) comuni. Sfilacciare il gomitolo mondiale, però, richiede un’azione ben più vasta.

La politica del Presidente è passata infatti anche per l’UNESCO – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. In seguito a una controversia, gli Stati Uniti hanno seguito Israele nel ritirare la loro partecipazione, a causa del presunto stampo “anti-Israele” dell’istituzione.

Non è ad ogni modo la prima volta nella storia: Reagan lascia l’UNESCO nel 1984 perché “comunista” e “pro-Sovietico”, il Regno Unito segue, e i due non torneranno fino al 2003.

Cambiando fronte troviamo la Banca Mondiale, che si occupa di combattere la povertà assoluta e di promuovere lo sviluppo economico. Qui il Presidente si oppone ad un qualsiasi aumento di capitale – dare più soldi alla Banca perché possa prestarne ancor di più – finché i crediti erogati alla Cina non vengono ridimensionati. Il paese è infatti il primo della lista per finanziamenti ricevuti.

Per terminare, c’è la cara Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), nemico giurato di Trump. Qui la controversia è probabilmente la più grave e silenziosa: gli Stati Uniti e il loro “Tsar del commercio”, un certo Robert Lighthizer, stanno al momento bloccando l’elezione di nuovi giudici nell’ Organo di Conciliazione, che si occupa appunto di risolvere problemi legati al commercio.

Per quanto noioso possa sembrare, questo significa che se gli Stati Uniti continuassero ad esercitare il loro potere di veto nell’ elezione di nuovi giudici, il meccanismo giuridico – forse l’unico veramente efficace a livello internazionale – potrebbe rallentare nelle sue sentenze e perfino essere reso non-operazionale, una volta che il numero totale di giudici sarà inferiore a tre su sei (il che potrebbe succedere a partire dal 10 Dicembre 2019).

Questo avrebbe delle conseguenze considerabili: è infatti l’Organo di Conciliazione che si occupa di trattare casi estremamente sensibili, come il riconoscimento alla Cina dello status d’economia di mercato, che al momento fa girare parecchie teste a Bruxelles. Senza quest’organo sarebbe difficile trattare con i paesi che alzano barriere ai prodotti e servizi stranieri, il che meterebbe gli stati membri gli uni contro gli altri senza la possibilità di un giudizio indipendente per risolvere le loro divergenze. In breve, un danno al commercio e alla sicurezza.

Ho cercato di aggiungere un punto di vista personale solo sull’ultimo dei cambiamenti riportati, ma è forse l’orientamento generale delle politiche USA ad essere preoccupante, e quindi a meritare un po’ più d’analisi.

Per fare un bilancio equilibrato, credo ci siano buone ragioni per rimettere in questione le regole e le istituzioni internazionali: Trump è espressione di un malcontento reale che è riduttivo bollare come “populista” o infondato.

La globalizzazione fa pressione sul lavoro, soprattutto quando meno qualificato, apre nuovi orizzonti al capitale, remunera l’innovazione tecnologica e, a volte, lascia indietro i molti e desertifica le regioni meno produttive. Le conseguenze per la redistribuzione sono reali.

Tuttavia, le istituzioni, le organizzazioni, le agenzie – o qualsiasi altro tipo di ente internazionale che possiamo scrivere con una lettera maiuscola – servono esattamente a questo: provvedere un forum di dibattito e di confronto per leader decisionali che rimarrebbero altrimenti segregati nei propri confini. L’utilizzo della parola “forum” non è casuale, ma piuttosto legato alla sua etimologia, che indica appunto un luogo “al di fuori”, esterno.

Per allacciare il punto all’Antropologia, René Girard considera i meccanismi giuridici come la forza maggiore che interrompe i cicli di violenza. Mentre in una società disorganizzata la vendetta agisce come motore del circolo vizioso di conflitti interni, la sentenza di un potere giuridico super partes ferma il botta e risposta delle rappresaglie, salvando la comunità dall’ implosione. Credo che l’idea possa andare bene anche per la comunità internazionale: portare i conflitti fuori dagli stati per permetterne la risoluzione.

Questo non significa che le Istituzioni stesse non debbano cambiare, e neanche che sia facile farlo: l’orientamento iniziale di un’organizzazione ne detta lo stampo e genera dipendenza nelle pratiche e nelle decisioni, come viene spesso indicato con il termine path dependency in inglese. Tuttavia, smantellare tutto e fare da soli non è un passo più vicino alla soluzione, ma piuttosto un passo dritto verso un problema più grande.

In un mondo in cui l’America, la Germania, il Regno Unito o l’Italia che siano diventano più piccoli, demograficamente ed economicamente, le sfide della nostra generazione richiedono per definizione uno sforzo collettivo e globale. Clima, commercio e sicurezza, così come migrazione, diseguaglianza e evasione fiscale, sono punti sull’agenda del futuro, e la giocata di un paese singolo può essere nel migliore dei casi obsoleta, persino se parliamo del colosso USA.

Insomma, non mi auguro personalmente un futuro di fenomeni, ma piuttosto di cambiamenti fatti con la testa, e soprattutto in cui la politica, anche quella internazionale, torni al suo ruolo: trovare soluzioni condivisibili, creare consenso e agire sui problemi comuni.

P.S.: Spero di non aver offeso la memoria di Francesco Cossiga usando la parola “picconatore” riferendomi a Trump.