Probabilmente ogni mio lettore avrà sentito il nome “Lars von Trier” (LvT) e alcuni conosceranno le sue opere. È famoso per essere controverso e scontroso, arrogante e instabile. Oggi voglio parlarvi della sua ultima fatica (sebbene il prossimo novembre esca The House that Jack built), la trilogia della depressione. Sebbene non abbia ricevuto altrettanti premi come la trilogia del cuore d’oro (Le onde del destino, Idioti e Dancer in the Dark), rappresenta il momento più oscuro della vita del regista ed è quindi estremamente densa. Il minimo comune denominatore dei tre film è Charlotte Gainsbourg, l’unica attrice che riesce a sostenere il peso di LvT in ognuno dei tre set.

Bando alle ciance, parto con Antichrist. Il film, scritto e girato nel pieno di una crisi depressiva, è senza dubbio il più crudo dei tre. Tutto si apre con la morte dell’unico figlio dei protagonisti, che getta in un profondo sconforto la madre del piccolo (C. Gainsbourg). Il marito (W. Dafoe), terapeuta di professione, cerca di risolvere le fobie della moglie e di risollevarla dalla depressione che l’ha colpita portandola nella loro casa, nel bosco di Eden – un nome che non sarà confermato dai fatti.

Il film si divide in quattro capitoli: afflizione, dolore (il caos regna), disperazione (ginocidio) e i tre mendicanti. Quest’ultimo è il culmine artistico, dove sono presenti le più belle immagini ma anche le più crude; i tre mendicanti non sono altro che l’afflizione, il dolore e la disperazione che dominano tutta la pellicola e che appaiono di tanto in tanto (in particolare all’inizio e alla fine), facendoci già intuire l’epilogo tragico. Tutto il film, come anche i due che seguono, non sono altro che una metafora della vita del regista: lei rappresenta la depressione che lo tormenta, mentre lui è il terapeuta razionale che cerca di guarire la malattia della moglie. Inutile ripetere che le cure non sortiranno alcun effetto, anzi. Antichrist è un inno alla paura e all’Es freudiano, le nostre pulsioni primitive. Von Trier ci convive da sempre ed è quindi naturale aspettarsi un giudizio così duro. Ultimo appunto: la scena finale è in assoluto una delle migliori che io abbia mai visto.

Il secondo componente della trilogia è Melancholia, che mostra molti punti di contatto con il precedente film. Qui però la riflessione sulle paure si attenua in favore di una sulla felicità umana, sentimento effimero e soggetto agli eventi esterni (vi ricorda il pendolo di Schopenhauer?). Come in Antichrist, la situazione iniziale mostra una scena di gioia e colori; questa volta la pellicola si apre con un matrimonio, che dovrebbe essere l’apice della vita di coppia. La tristezza che si annida nella sposa Justine (la bellissima K. Dunst) non tarda però ad emergere, rovinando la cerimonia e ponendo una brusca fine alla relazione con il neo-marito. Mentre le parole “felice” e “felicità” vengono ripetute fino alla nausea alla povera donna, nessuno cerca di capire dove si sia nascosto il seme del dolore – grande ipocrisia della nostra società, che LvT ha sperimentato sulla propria pelle. Justine, lasciata quindi da sola, non riesce a reagire e viene quindi accudita dalla sorella Claire (C. Gainsbourg), che la ospita nel castello in cui vive assieme al marito ed al figlio Leo. Nel frattempo, il pianeta Melancholia minaccia di schiantarsi sulla Terra e distruggerla. I tre personaggi principali reagiscono in maniera completamente diversa a questo rischio: Claire rappresenta il timore e la paura di ogni essere umano, il marito la scienza rassicuratrice e Justine il cinismo della depressione (se ne esce con un leopardiano “la Terra è cattiva, nessuno sentirà la sua mancanza”, riprendendo il tema della crudeltà della natura già presente in Antichrist). Non posso svelarvi come si svolgerà la vicenda, ma credo possiate ben immaginare come vada a finire. La malattia di LvT la fa nuovamente da padrona, mentre la scienza si arrende di fronte alla prima difficoltà. Non manca però la poesia: sarà Justine a riunire la famiglia nella scena finale. Non so cosa il regista ci abbia voluto dire, sebbene emerga in maniera evidente che la depressione trionfa su tutto. Mentre in Antichrist è stata l’ultima immagine a colpirmi, qui il capolavoro è il prologo: luci, surrealismo, musica e fotografia avvicinano ogni fotogramma ad un dipinto di Magritte, fra i miei artisti preferiti. Se non avete le due ore per guardarvi il film, prendetevi sette minuti per il prologo.

Il terzo e ultimo tassello è Nymphomaniac, opus magna di von Trier. La versione integrale (5:30 di film) è difficile da trovare, per cui mi sono “accontentato” della versione ridotta in italiano (che sono comunque 4 ore di registrazione, divise in volume I e volume II per un totale di otto capitoli). Il titolo è abbastanza self-explaining: la trama non è nient’altro che la storia personale di una ninfomane che si confessa ad un settantenne ancora vergine, raccontando tutte le sue avventure sessuali (senza risparmiarsi nulla, e vi garantisco che 50 sfumature di grigio impallidisce a confronto). Abbiamo nuovamente un confessore ed una peccatrice, un terapeuta e una malata. L’anziano ha origini ebraiche (come LvT) e si chiama Seligman, che significa “colui che è felice”. Al contrario, Joe (C. Gainsbourg) è profondamente triste e continua ad auto accusarsi, fino al punto di affermare che “in fondo aspettiamo tutti il permesso di morire”. Nonostante conduca una vita dissoluta ed incontri fino a dieci uomini al giorno, le sue uniche compagne sono la solitudine e la noia.

Anche se la ninfomania non è formalmente depressione, ci sono almeno due analogie con la storia di LvT: in entrambi i casi l’empatia e il sentimento vengono totalmente cancellati da un cinismo che spinge solamente a soddisfare il proprio corpo, le pulsioni dell’Es, ed entrambi i mali derivano dai giudizi di chi ci circonda. In questo film il regista fa un passo indietro e racconta l’origine della sua malattia, facendo una feroce critica della nostra società. Lui stesso non ha avuto remore a dire ciò che pensa oppure a provocare i benpensanti, come nella famosa intervista per il Festival di Cannes nel 2011 dove disse che comprendeva Hitler e che era nazista – probabilmente sotto l’effetto dell’alcol. Nel secondo volume l’uomo e la donna dialogano sul politicamente corretto: “Ogni volta che una parola diventa proibita si toglie una pietra dalle fondamenta della democrazia. La società dimostra la propria impotenza di fronte ad un soggetto togliendo le parole dal linguaggio.” A ciò Seligman risponde che il politicamente corretto è un modo democratico per proteggere le minoranze, ma Joe ribatte che “ciò denota che la società è vigliacca come le persone che lo compongono”. Così von Trier spiega il suo esilio volontario dal 2011, dopo aver pronunciato le parole sul nazismo, al 2014, quando esce Nymphomaniac. In questa breve sequenza condensa tutta la rabbia che prova per la società, addirittura facendo dire a Joe che “la qualità umana è l’ipocrisia”. LvT è sempre stato schietto e diretto e non teme le ritorsioni che possono provocare le sue parole. Arriva persino a giustificare un pedofilo perché anche lui, come Joe, è costretto a reprimere i suoi impulsi. Il regista vuole provocare e risvegliare i nostri animi dicendo tutto ciò che pensa, senza filtri. Al minuto 69 (non a caso 😉), in un breve ma intenso monologo, la ninfomane dice che “la lussuria dev’essere repressa per evitare l’imbarazzo dei borghesi”. LvT viene da una famiglia di nudisti, quindi immaginate cosa ne pensi in materia.

Una polemica parallela è quella contro la religione: Joe è una sorta di Messia blasfemo, che recita il “mea vulva, mea maxima vulva” e viene assunta in cielo dopo aver avuto una visione con Messalina e la Gran Meretrice di Babilonia, dopo la quale non avrà più orgasmi. Si sbloccherà solo dopo aver ricevuto 40 frustrate, una in più di Cristo sulla croce – a simboleggiare una “passione per la passione”. Come tocco finale, von Trier accosta ad un dibattito sulla Chiesa d’Oriente e d’Occidente la pratica anale della “papera silenziosa” (non vi svelo altro 😉).

Verso la fine il regista ci invita a riflettere sul rapporto uomo-donna, che spesso priva il gentil sesso di svariate libertà rispetto al genere maschile e le costringe ad assumersi responsabilità e colpe anche per i mariti/compagni (bambini, amanti, etc.), con il rischio di venire ammazzate se non ci si comporta come vogliono i costumi.

Lars von Trier è un intellettuale fuori dal coro. Come Pasolini, non teme di giocarsi la reputazione provocando e mettendo in discussione cose che la nostra società dà ormai per scontate. Sesso estremo, masochismo, pedofilia e omosessualità sono elementi comuni di due capolavori come Nymphomaniac e Salò, o le 120 giornate di Sodoma. Pasolini ci ha rimesso la vita, anticipando troppo i tempi, mentre il danese ha avuto la fortuna di superare i sessant’anni e non ha intenzione di cedere ai soldi ed alla notorietà per chiudere la sua vena provocatoria. “Sono gli emarginati che lottano contro la società”. Il film è un inno alla ribellione: Joe vuole liberarsi dalla “società basata sull’amore” in favore dell’erotismo e dell’indipendenza sessuale.

Consigli per gli acquisti: guardate la trilogia della depressione, se siete di mente aperta. Guardare un solo film o cominciare dall’ultimo non vi pregiudicherà la comprensione della sua malattia (io li guarderei al contrario!), quindi non vi servono nemmeno dieci ore di tempo. Mentre Melancholia è tutto sommato leggero, Antichrist ed il secondo volume di Nymphomaniac sono piuttosto duri; il primo ha solo qualche scena di sesso ordinario, ma di per sé è meno illuminante del secondo. Se iniziate Nymphomaniac dovete vederlo tutto per capire il messaggio di LvT, quindi fatelo solo se il sadismo non vi impressiona. Ad ogni modo, Salò è senza dubbio molto più crudo e discutibile.