Ultimamente mi sto appassionando di questioni che combinano la fisica e la filosofia. Dopo avervi proposto un articolo sulla filosofia digitale, stavolta vi parlo del tempo, un argomento che ha affascinato da sempre l’uomo. Kant, Einstein, Bergson sono solo alcune delle menti eccellenti che si sono cimentate con esso, producendo risultati molto diversi fra loro. Nell’articolo ve ne parlo un po’, giungendo alla conclusione che in realtà il tempo non è altro che calore (ebbene sì!).

Storicamente si sono affermate due visioni del tempo fra loro opposte: quella circolare, tipica del mondo pre-cristiano e ripresa da Nietzsche, e quella lineare, che è quella che adottiamo da più di duemila anni. Alla fine dell’articolo vi dirò che in realtà sono entrambe sbagliate, ma per ora facciamo finta di niente ed analizziamole. La visione circolare nasceva probabilmente dal ripetersi di alcuni elementi naturali, in primis le stagioni; come potrete immaginare, si escludeva il libero arbitrio, perché tutto torna al punto di partenza, indipendentemente dalle nostre azioni.

Il tempo lineare invece distingue fra passato, presente e futuro. Ciò comporta che le nostre azioni oggi avranno una conseguenza sulla nostra condizione domani; non stupisce quindi che sia una visione che si è sviluppata e diffusa parallelamente al cristianesimo.

In realtà c’è anche un terzo schema, che è quello del tempo a spirale. In parole povere, è una combinazione dei due: la storia procede sempre in avanti, ma si possono trovare delle somiglianze rispetto al passato.

Queste sono posizioni strettamente filosofiche; siccome voglio passare alla fisica, citerò solamente un altro autore, che è il mio buon Kant. Egli credeva che il tempo (assieme allo spazio) fosse un concetto insito all’animo umano: ognuno di noi, senza alcuna esclusione, nasce sapendo misurare il tempo, nel senso che sappiamo distinguere cosa sia passato, presente e futuro. Tempo e spazio sono delle categorie necessarie, perché senza di esse non potremmo orientarci nel mondo.

Con Einstein alcune delle precedenti teorie vengono sconfessate. La relatività ristretta mostra infatti che la misura del tempo è in qualche modo soggettiva: a causa della dilatazione dei tempi, due soggetti che viaggiano a velocità diverse (possibilmente una molto elevata e una zero, o molto bassa) misureranno un tempo diverso per la stessa azione. Attenzione però: ciò non significa che il tempo sia soggettivo. C’è una precisa formula per misurarlo, e da lì non ci si scappa.

In realtà, i fisici di oggi sanno che neppure Einstein aveva completamente ragione. Le relatività ristretta e generale si scontrano infatti con l’altro corpus di teorie ad oggi dominanti, che è la quantistica. Le prime ci insegnano che la realtà è “mobile”, fluida, relativa, assumendo che la natura sia continua. La quantistica è l’esatto opposto: offre un’immagine piuttosto statica della realtà e la spacchetta in tante piccole unità, i quanti. Sembrerebbe che dobbiamo prenderne una e lasciarne un’altra, perché si escludono a vicenda. Eppure, entrambe hanno provato inequivocabilmente di essere vere. Che si fa, dunque? Beh, i fisici sono contenti: possono lavorare per unire le due teorie, invece che capire quale delle due sia migliore.

Il modello che unisce relatività e quantistica si chiama “teoria dei loop”, ed ha delle conseguenze molto interessanti sul concetto di tempo. Il modello prevede che la realtà sia formata da granuli infinitamente piccoli (sposando quindi la visione discreta della quantistica) che sono fra loro collegati, come gli anelli di una catena; le loro combinazioni compongono ogni cosa: sono, di fatto, lo spazio. Il tempo non appare nemmeno nelle equazioni che regolerebbero questi loop. Significa che il tempo non esiste – o che non ha alcuna rilevanza per la realtà, ma che è una semplice convenzione utile a noi umani. Il tempo, inteso come consequenzialità fra eventi, non trova spazio nel mondo dei loop, perché questi si muovono in modo totalmente indipendente l’uno dall’altro. Non essendoci consequenzialità (si è mosso un loop à si muoverà quest’altro) non ha senso parlare di passato, presente e futuro. Disastro? Non direi. In fondo la teoria dei loop non è ancora stata dimostrata, e anche se lo fosse noi continueremmo ad usare la misura del tempo come convenzione. Certo che tutte le teorie filosofiche prima citate (più la concezione di tempo di Bergson, ossia soggettivo: se ci si annoia il tempo passa più lentamente) sarebbero sconfessate.

La fisica ci dà però un altro spunto interessante per riflettere sul tempo. Lo si può infatti vedere come calore, o energia: se un pendolo oscilla nel vuoto è impossibile distinguere fra passato, presente e futuro; esso continuerà ad oscillare ininterrottamente, e il tempo del pendolo sarà, diciamo, un eterno presente. Se invece ammettiamo che ci sia attrito – come in qualsiasi situazione reale – il pendolo si fermerà dopo qualche oscillazione. Ci sarebbe dunque un passato (era fermo), un presente (oscilla) e un futuro (sarà fermo). Perciò il calore generato dall’attrito coincide con la possibilità di distinguere i momenti temporali. In termini prosaici, no attrito, no party.

Dunque, cos’è il tempo? Forse è calore, forse non esiste; se nel mondo non ci fossero attriti, tutto si ripeterebbe in maniera uguale, e quindi avrebbero avuto ragione i greci: vivremmo immersi in un tempo circolare. Tanti “se” e tanti “ma” caratterizzano ancora una delle domande che più ha affascinato i filosofi nel corso della storia. Chissà se riusciremo mai a trovarvi una risposta definitiva. Nel frattempo, non facciamoci consumare dal ticchettio di qualcosa che forse nemmeno esiste.