Questo aprile sono stato a Parigi, ospite di un amico. Una delle mete obbligate è stato il Pantheon, dove sono sepolti i francesi che si sono distinti per particolari meriti. Fra le tante, la tomba che mi ha colpito di più è stata quella di Voltaire; sarà che ho sempre ammirato il suo coraggio nell’andare contro il conservatorismo religioso del tempo – con il rischio di perderci la pelle – e la sua acuta ironia, con cui attaccava i propri avversari in maniera elegante. Tornato a casa, ho deciso di leggermi i racconti meno famosi di Voltaire. In quarta superiore mi ero divorato le cento paginette del Candido, suo grande capolavoro che vi consiglio. In questi giorni mi sono cimentato con il resto delle sue opere di prosa, ovvero “Zadig o il Destino”, “L’Ingenuo”, “La Principessa di Babilonia”, “Il mondo così com’è”, “Memnone”, “Micromegas – storia filosofica” e “Jeannot e Colin”. Qui di seguito vi lascerò le mie impressioni.

Prima di iniziare, è necessario sottolineare che Voltaire usava questi racconti come pretesto per lamentarsi della censura e dei problemi del suo tempo. Se avrete intenzione di leggere un suo libro (Candide compreso), dovrete quindi munirvi di un’edizione commentata. Il rischio è quello di non capire il messaggio e l’ironia di Voltaire, senza i quali le sue opere si trasformano in banali pagine. Ci troverete molti riferimenti alla sua filosofia ed al pensiero di altri autori a lui contemporanei, per cui è una buona opportunità per leggersi della buona letteratura e allo stesso tempo immergersi nelle dispute illuministe.

Entrando nel particolare dei racconti, è curioso come l’ambientazione sia sempre una terra lontana, in un tempo indefinito. Voltaire sceglie spesso la magnifica Babilonia come luogo d’inizio dei suoi racconti, in modo da affascinare il lettore ed astrarre la storia, rendendola universalmente valida (“classico dei classici”). Per noi, che siamo abituati ad avere foto ed immagini di tutto ciò a cui pensiamo, questo viaggio in una terra che non esiste più è un fantastico toccasana con cui scolleghiamo la mente dalle pseudo-certezze dei nostri giorni.

Ci sono ancora dei pezzi molto attuali, degni del nome di Voltaire. Vi propongo un piccolo stralcio preso dallo Zadig: “[…] è meglio rischiare di salvare un colpevole che condannare un innocente. Egli credeva che le leggi fossero fatte per soccorrere i cittadini quanto per intimorirli.” Ne La Principessa di Babilonia si trova un altro passo degno di citazione: (parlando del miglior imperatore) “La prima delle sue leggi è stata la tolleranza di tutte le religioni e l’indulgenza per tutti gli errori. Il suo sommo genio ha capito che, anche se i culti sono differenti, la morale è dappertutto la stessa”. Ancora oggi, nonostante la libertà di credo sia difesa dalle Costituzioni degli stati democratici, questo concetto non è ancora chiaro consolidato nell’opinione pubblica. Voltaire, filosofo delle libertà, aveva il coraggio di scrivere queste parole in un periodo in cui la Chiesa ancora dominava la scena socio-politica. Aveva capito che non ci può essere libertà se non c’è tolleranza. Ripetete questa frase dieci volte prima di andare a letto, come una piccola preghiera laica della sera.

Voltaire usa spesso la sua tagliente ironia contro la Chiesa ed il bigottismo dominante. Non c’è racconto in cui, più o meno esplicitamente, si critichi il cattolicesimo ed i suoi emissari in terra. Nello Zadig fa discutere un greco, un indiano, un egiziano ed un caldeo; ognuno di loro è convinto che le sue divinità siano più potenti delle altre, ma nessuno riesce a convincere gli altri finché il saggio Zadig fa loro notare che “siete tutti del medesimo parere e non c’è motivo di litigare”. La religione non è assoluta: ognuno ha il proprio credo e deve imparare a rispettare gli altri (ateismo compreso).

Ne L’Ingenuo Voltaire si azzarda persino a sfidare la Bibbia con la sua ironia, facendoci notare le tante contraddizioni nel libro e fra le Scritture e la vita reale dei cristiani. Anche a costo della sua reputazione e salute fisica, il filosofo non si è mai tirato indietro dall’attaccare le ipocrisie del suo tempo. Così dipinge una Chiesa ricca e corrotta, dedita ai piaceri del corpo, fino a lasciar intendere persino degli episodi di pedofilia ne La Principessa di Babilonia.

Ma i suoi racconti sono molto più di uno scontro culturale e di un pretesto per polemizzare. Contengono vere e proprie perle di saggezza. I protagonisti sono spesso dei filosofi in miniatura, che si interrogano sulla natura e riescono a districare anche le situazioni più complesse con eleganti battute e spiegazioni. Molti dei personaggi incarnano la saggezza stessa, mostrando così cosa succede ai giusti ed ai riflessivi. La natura e la felicità erano due argomenti di gran moda al tempo di Voltaire. È quindi normale aspettarsi di trovare numerosi riferimenti a questi temi. Un intero racconto (il Candide) si basa sulla ricerca della felicità e sulla giustizia del mondo. Nello Zadig un angelo spiega al protagonista che il mondo si caratterizza per la presenza di bene e male, perciò è inutile lamentarsi quando accade una disgrazia. “Cessa di disputare contro quello che si deve adorare” – anche se adorare una disgrazia può sembrarci esagerato, questo è ciò che ci consiglia l’angelo. D’altro canto, cosa guadagniamo dai piagnistei?

In Micromegas, Voltaire adotta il punto di vista leopardiano nel ricordarci che la felicità è relativa: tutto dipende dalle nostre aspettative e dalle soddisfazioni che cogliamo successivamente. Chi si lamenta di vivere troppo poco non capisce l’essenza stessa della vita, che è fatta di momenti. Nonostante gli abitanti di Saturno siano 700 volte più longevi di quelli di Sirio, Micromegas spiega che non ci troverà meno infelicità: tutto dipende da come affrontiamo la vita.

L’ultimo punto che mi ha colpito è stata la rassegna dei diversi paesi europei ne La Principessa di Babilonia. Voltaire usa il viaggio disperato di Formosante (la famosa principessa) come un pretesto per analizzare i pregi ed i difetti per ciascuno stato, senza risparmiare alcunché. Al contrario, i più colpiti siamo proprio noi italiani, popolo rozzo e bigotto, ancora troppo soggetto alla Chiesa, e tanto ancorato alle antichità da perdere il treno della modernità. Usando le parole di un romano, siamo una “specie di rigattieri”. Oggi le cose sono cambiate, ma il gattopardismo resiste ancora in molte zone del nostro paese.

I racconti di Voltaire sono dunque un ottimo strumento per fermarsi e riflettere su ciò che avviene attorno a noi. Nonostante siano stati scritti qualche secolo fa, la saggezza dei protagonisti non smette di stupire e di darci materiale per qualche risposta arguta. L’Occidente deve molto al filosofo francese e dobbiamo ancora pienamente metabolizzare i suoi insegnamenti. Dopo aver letto i suoi racconti, forse ci sono un po’ più vicino.