Gli Stati hanno molti modi per estendere la propria influenza su alcune aree strategiche: possono occuparle militarmente, strozzarle economicamente, fomentare una rivolta per poi sostenere un proprio fantoccio, esportare prodotti e modelli culturali oppure una combinazione fra questi. Tradizionalmente, gli interventi dei paesi occidentali in territori economicamente arretrati hanno visto l’intervento militare più o meno diretto – magari attraverso i Caschi Blu – e il tentativo di instaurare una democrazia nel paese. Questo modello si è spesso risolto in un fallimento, mancando ripetutamente il proprio obiettivo. Ciononostante, la storia continua a ripetersi: cinque anni fa cominciavano i bombardamenti sulla Libia, con i risultati che tutti conosciamo.

Se gli occidentali non imparano la lezione, i cinesi sembrano proporre una seconda via. Xi Jinping ha lanciato, nel 2005, la strategia Go Global, facendo lentamente uscire la Cina dal suo millenario isolazionismo. Una potenza da 1.2 miliardi di abitanti che cresce a ritmi vertiginosi ha fatto capolino nel panorama mondiale; era inevitabile che lasciasse il segno. Dal 2005, gli investimenti esteri del Dragone sono aumentati del 22% di media. Il denaro finisce in gran parte nei vicini paesi del Far East e in Africa, dove si costruiscono porti, strade e scuole.

Il cambiamento rispetto al paradigma occidentale è radicale: la Cina non ha alcun interesse ad esportare il proprio modello socio-culturale, ma vuole solo trovare partner commerciali da cui poter sviluppare un rapporto win-win. È facile capire che agli stati africani convenga aprire le porte a questi investitori, visto che si ritrovano con opere che per dimensioni e qualità non avrebbero mai potuto permettersi.

Ma cosa ci guadagna la Cina? Perché spendere decine di miliardi in un continente così distante? I motivi sono davvero tanti. Innanzitutto, l’Africa può essere un’ottima valvola di sfogo per la sovrapproduzione cinese. Il Dragone investe molto nello sviluppo agricolo e scolastico del continente nero, ma si guarda bene dal porre i semi per una potenziale industria. Ad oggi, il mercato della maggior parte dei paesi subsahariani è spartito fra India e Cina, se si escludono alcune multinazionali occidentali come Coca Cola, Nestlé o perfino Piaggio. Con questi continui investimenti, Xi Jinping si sta aggraziando i governi africani, scettici verso le importazioni a causa di bilance commerciali spesso in rosso.

La Cina sfrutta anche queste opportunità per dare lavoro alle proprie aziende, che si specializzano sempre di più in grandi opere. Nonostante la manodopera sia locale – e talvolta neppure integralmente! – gli strumenti e i responsabili vengono direttamente dalla Cina. In questo modo si riesce a combinare manodopera a basso costo con la proverbiale efficienza cinese, che portano a costruire in tempi brevi opere che in un paese normale avrebbero richiesto mesi se non addirittura anni.

Parallelamente, il Dragone investe da anni nelle obbligazioni dei paesi in via di sviluppo. Ciò fornisce immediata liquidità, ma è inevitabile che il debito aumenti. È così che la Cina si ritrova a controllare una larga fetta del debito africano.

La combinazione dei fattori sopra citati le ha fruttato la reputazione di predatrice. Devo però spezzare un paio di lance a favore del governo di Xi Jinping: primo, il loro approccio non ha finora prodotto guerre o tensioni politiche, creando il caos che noi occidentali abbiamo sempre seminato. Secondo, nel 2016 la Cina ha cancellato €60 milioni di debito dei paesi africani, toccando quota 3 miliardi di Euro fra il 1949 e il 2009. Non si può quindi dire che lo faccia per stritolare i propri partner con gli interessi, anche se non si fa nulla in modo puramente disinteressato.

Dobbiamo guardare con interesse anche la Asian Infrastructure Investment Bank, guidata e finanziata principalmente dalla Cina, che sta diventando il motore della nuova colonizzazione. La AIIB è nata solo un anno e mezzo fa ma è già capace di prestare ai propri clienti fra i 10 e i 15 miliardi di Dollari all’anno. Fra le opere finanziate nel 2016, abbiamo $165Mn per la distribuzione dell’energia in Bangladesh, $216.5Mn per migliorare e mettere in sicurezza una baraccopoli in Indonesia e $300Mn per un progetto idroelettrico in Pakistan. Queste mosse sono ben lungi dall’essere beneficienza, ma sono “un’ottima alternativa” allo sganciare bombe su Gheddafi invocando la democrazia.

La Cina è dunque un gigante emergente. Il suo principale avversario, gli Stati Uniti, si sta invece ritirando nella propria conchiglia protettiva, riducendo gli investimenti esteri e facendo di tutto per migliorare una bilancia commerciale pesantemente in rosso. Da una parte abbiamo un leader aperto e determinato a portare la Cina sulla vetta dell’economia globale, dall’altra un megalomane che passa le giornate a sbraitare su Twitter. Siamo di fronte ad un sorpasso lento ma inesorabile, che riscriverà le sorti del pianeta. Se in bene o in male, il tempo lo dirà.