Roberto Burioni è diventato famoso al grande pubblico per una frase destinata a diventare quasi un brand: “la scienza non è democratica”. In men che non si dica centinaia di migliaia di persone avevano iniziato a dibattere sulla scandalosa questione, perché tirare in ballo la democrazia su Facebook non è mai una buona idea. Oggi Burioni ha un seguito sui social di più di 300.000 persone ed è diventato il punto di riferimento per l’informazione medica in Italia – nonché il principale bersaglio degli antivaccinisti.

Il secondo libro del noto virologo pesarese è dedicato proprio ai suoi acerrimi nemici, che lui chiama affettuosamente “Somari”. Il saggio, uno snello volume di circa 150 pagine, è una raccolta delle esperienze dell’autore da medico, da padre e da divulgatore scientifico. Nonostante la brevità e la leggerezza con cui è scritto, ci ho trovato moltissimi spunti di riflessione da proporvi.

Burioni comincia col chiarire la frase con cui è diventato famoso: la scienza non è democratica, perché non si decide per alzata di mano in che verso e a che velocità le mele cadono dagli alberi. Nella nostra vita passiamo continuamente da maestri ad allievi e dobbiamo avere l’intelligenza e l’umiltà di comprendere il nostro ruolo in un determinato contesto. Ahimè, i social networks sono pieni di dimostrazioni in cui questo non accade: ognuno può esprimere liberamente la propria opinione pur essendo profondamente ignorante in materia. Una ventina di secoli fa, Platone ci spiegava la differenza fra doxa (opinione) e aletheia (verità). Non mi addentro nella differenza filosofica fra i due concetti perché vi annoierei e mi allontanerei dal punto che mi interessa, ossia che molta gente confonde un’opinione con la verità. Escludendo pochi casi, ognuno ha il diritto di esprimere la propria opinione a patto che non la spacci per verità; inoltre, si capisce che un’opinione ha un valore scientifico pressoché nullo. Possiamo accettare il parere su una certa canzone o sul colore dell’auto da acquistare, ma non sul riscaldamento globale o i vaccini. Per le questioni tecnico-scientifiche ci sono i dati, i modelli e le teorie (che si avvicinano all’aletheia platoniana, pur non potendo mai raggiungerla).

Burioni sottolinea a tal proposito che l’induttivismo (ossia il trarre una conclusione generale e universalmente valida da una serie di osservazioni empiriche) è un processo scientifico che porta spesso ad errori. Nel libro è citato il meraviglioso esempio del tacchino induttivista, ideato dal grande Bertrand Russell per spiegare che dall’esperienza di tutti i giorni non possiamo giungere ad una tesi sempre valida: il tacchino si abitua a ricevere il cibo alle 9 del mattino e ne induce che ogni giorno, a quell’ora, potrà rimpinzarsi di mangime. Sennonché, proprio il giorno in cui fa questa potente induzione, viene sgozzato per essere portato in tavola a Natale. Karl Popper, altro filosofo a me caro, stava sulla stessa linea: nonostante le osservazioni empiriche siano importantissime per esaminare le ipotesi, non possiamo giungere a conclusioni definitive solo con quelle. Einstein disse che “nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.” Se gli antivax avessero letto Bertrand e Popper (ma ho il sospetto che non l’abbiano fatto), probabilmente non darebbero conto ad uno studio che dall’analisi di 12 casi (e qui chi studia Statistica si farà una risata) deduce una causalità tra vaccini e autismo. Tutto il mondo antivax si regge su un articolo basato su 12 poveri bambini.

Ciò vale anche per i genitori che si ritrovano con un figlio autistico dopo averlo vaccinato. Primo, la singola esperienza non determina una regola universalmente valida (altrimenti saremmo tutti autistici); secondo, la singola esperienza non determina causalità. Per spiegarlo, Burioni usa un esempio molto efficace: nell’avanzatissima Corea del Sud, si è diffusa la credenza che tenere acceso un ventilatore in camera riduca l’apporto di ossigeno e aumenti il rischio di infarto. Questo è successo perché molti anziani, nelle umide e afose estati sudcoreane, sono stati trovati morti nel letto di fronte al ventilatore. Purtroppo il nostro cervello cerca continuamente scorciatoie, e quindi viene naturale collegare la morte con lo strumento elettronico. Naturalmente la scienza smentisce alcun collegamento, eppure i sudcoreani ci credono ancora oggi. Allo stesso modo, i vaccini sono sicuri al 100% e non esiste alcuna correlazione fra vaccinazione e autismo. Crederlo è altrettanto assurdo al pensare che un ventilatore ammazzi, eppure migliaia di italiani non dubitano che i vaccini facciano male.

Qui giungo al punto cruciale: è giusto rendere obbligatori la vaccinazione? Sì, e i motivi sono tanti. Innanzitutto, si diffonde una cultura per cui non vaccinare è moralmente sbagliato e danneggia la comunità (proprio come fumare in uno spazio chiuso). Ancora più importante, l’Italia è vergognosamente ultima nella classifica delle vaccinazioni, con un 87% che fa invidia solo ai paesi del Terzo Mondo. La Polonia, tanto per farvi un esempio, tocca il 98% senza alcun obbligo, perché assicurare la comunità contro le malattie è considerato positivamente. Infine, lo Stato esprime chiaramente da che parte sta, schierandosi dalla parte della scienza. C’è chi dice che così si perde la libertà, ma Kant sosteneva “[…] che la sua libertà possa coesistere con la libertà di ogni altro secondo una possibile legge universale (cioè non leda questo diritto degli altri)”. In sostanza, la tua libertà finisce dove comincia la mia. Purtroppo molte persone non possono vaccinarsi a causa di deficienze immunitarie o perdono le difese a seguito di gravi malattie. Per difendere la loro libertà/diritto di vivere, ognuno di noi ha il dovere di vaccinarsi in modo da garantire l’immunità di gregge.

Il Somaro, però, non si arrende facilmente. Godendo del supporto di centinaia di pagine spazzatura sul Web e di un folto gruppo di sostenitori (il branco dei Somari), si opporrà strenuamente a qualsiasi ragione che gli verrà posta; il Prof. Burioni è un esempio di un quasi-martire della crociata contro la cultura antiscientifica del nostro paese. Dopo tante esperienze, il libro contiene la definizione del tipico Somaro: «un essere umano tanto babbeo da ritenersi tanto intelligente da riuscire a sapere e capire le cose senza averle studiate». In poche parole, è una persona che non conosce o non applica il concetto socratico della saggezza, definita come “so di non sapere”. Come vedete, fra Socrate, Platone, Kant, Bertrand e Popper, la filosofia e la cultura potrebbero salvarci dall’ondata antiscientifica. Secondo Burioni, il miglior modo per mettersi al riparo dalla pseudoscienza (omeopatia, antivax, astrologia, etc) è studiare e leggere, nulla più. Tutto dipende da noi: iniziate da questo libro e non vi fermerete più.

Il Prof. Burioni ci darà l’onore di venire a Valdagno, ospite del mitico Guanxinet. La data è martedì 5 dicembre, dalle 20:30, presso la bella cornice di Palazzo Festari. Vi consiglio di andarci non solo per ascoltare un bravissimo divulgatore scientifico, ma  anche per assistere alla presentazione del libro che ho appena recensito. L’ho trovato molto leggero e può essere un ottimo regalo di Natale. È adatto per tutte le età, ma lo consiglio ai ragazzi dai 10 ai 15 anni perché, fra le altre cose, spiega molto bene le dinamiche del mondo della scienza e fa una divertente raccolta di “balle antiscientifiche”. Così diminuiamo la probabilità di crescere futuri antivaccinisti 😉