Con una popolazione sempre più anziana e le stesse risorse economiche, i sistemi previdenziali diventeranno la sfida principale dei paesi industrializzati. Lo sono già per gli stati ad alto indebitamento ed alta disoccupazione come la Grecia, il Portogallo e l’Italia, ma anche l’insospettabile Giappone. È inevitabile che vadano pensate alcune riforme per modificare l’attuale sistema pensionistico, pena il crack del sistema stesso. In questo articolo mi concentrerò sul caso italiano, che ci tocca più da vicino.

Si sta discutendo in queste settimane l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni, partendo da 66.7 per gli uomini e 65.7 per le donne. Si vorrebbe quindi seguire il percorso tracciato da Monti con la riforma Fornero, che innalzava progressivamente l’età delle lavoratrici da 62 a 66 anni. La legge prevede che ogni tre anni l’età pensionabile vada ricalcolata secondo l’aspettativa di vita dopo i 65 anni, basata su dati Istat; se questa aumenta, si alzerà anche l’età minima. Questo dovrebbe succedere nel gennaio 2019, ma il governo deve emettere un decreto direttoriale entro questo novembre per decidere in materia. Chiaramente, i problemi non hanno tardato a manifestarsi: non solo i sindacati si sono messi di traverso, ma anche molti partiti hanno chiesto di non agire nel 2019. La maggioranza crede però che rimandare la decisione metterebbe a rischio i conti pubblici, per cui la tendenza è quella di rimandare la decisione a dopo le elezioni. Il ragionamento è che un governo eletto dal popolo avrebbe maggiore autorità per prendere una decisione così importante, mentre Gentiloni non ha ricevuto un mandato dai cittadini – e lui se ne lava volentieri le mani.

In questa faccenda ci sono due ordini di problemi, che mostrano le due facce della cronica debolezza italiana: da un lato abbiamo l’instabilità politica, dall’altra la fragilità economica.

Il 4 dicembre scorso, data del più grande suicidio politico della storia italiana, abbiamo deciso di restare nel solco dell’ingovernabilità. I nostri primi ministri continuano a rimandare le scelte più delicate, come lo ius soli o l’aumento dell’età pensionabile, perché non hanno l’autorità per agire. Allo stesso tempo, andremo alle urne con una legge elettorale che non risolve assolutamente la grana dell’instabilità. Mentre la politica ci dice che il governo eletto in primavera avrà un forte mandato popolare, mi domando come si potrà vincere alle urne: con un 30% circa al M5S e al PD, 15% circa a FI e Lega e il resto da dividersi fra i partitini, quale coalizione potrà vincere? Ci sono due possibilità: o il M5S vince con sufficiente margine da governare (con una maggioranza ridicola), o Mattarella si troverà a dover designare un altro governo tecnico. In ogni caso, la legittimità popolare tanto invocata come scusa per rinviare la decisione non esisterà. Vorrei sottolineare un’altra volta come questo problema non esisterebbe con l’Italicum e la riforma costituzionale bocciata il 4/12, ma tant’è. Contenti noi.

Dopodiché c’è la questione economica: con una disoccupazione che supera il 10%, quasi il 40% dei giovani che non studia né cerca lavoro, la bellezza di 16.2 milioni di pensionati da sostenere – più di un quarto della popolazione – e una demografia in calo, il sistema previdenziale italiano è sotto forti pressioni. La Corte dei Conti, la Banca d’Italia e il ministro Padoan hanno parlato chiaro: rimandare (o addirittura annullare) l’aumento dell’età pensionabile sarà un onere gravoso per le casse dello Stato, costando 1.2 miliardi di Euro. Inutile dire che non abbiamo soldi da sprecare, specialmente considerando che siamo gli osservati numero 1 da Bruxelles rispetto al Deficit/PIL. Quest’anno ci è andata bene che il PIL (denominatore) è aumentato, ma il Deficit non accenna a diminuire. Peggiorare la situazione per debolezza politica mi sembrerebbe davvero imperdonabile.

Colgo l’occasione per sfatare il mito che vedrebbe il mercato occupazione come un monolite. Molte persone pensano che se una persona lavora 3 mesi in più a fine carriera, un giovane rimarrà disoccupato 3 mesi in più. Grazie a Dio, il mercato del lavoro non funziona 1 in, 1 out. Tutti i paesi industrializzati stanno riformando l’età pensionabile a causa delle più alte aspettative di vita, ma non si registrano aumenti di disoccupazione in maniera generalizzata. Noi stessi, da quando è entrata in vigore la legge Fornero, non abbiamo assistito ad un aumento significativo dei senza lavoro.

Quindi non raccontiamoci frottole: abbiamo vissuto decenni di bambagia e ora è giunto il momento di pagarne le conseguenze. Viviamo nell’unico paese al mondo dove i nonni mantengono i nipoti, e questo mi sembra un capovolgimento di come dovrebbe funzionare una società. L’alternativa – e credo sarà la strada che seguiremo, vista la nostra debolezza politica – sono i fondi pensione privati. Altrimenti facciamo come in Giappone, dove si può lavorare (se in salute) fino a 85 anni. E voi, quale versione preferite? Capacità decisionale del governo, fondi pensione o modello giapponese?