Sinceramente avrei preferito evitare di scrivere questo articolo: raramente commento un risultato elettorale, perché guardare indietro è spesso inutile. Questa volta faccio un’eccezione non solo perché i commenti che ho letto su Facebook mi hanno fatto capire che c’è molta confusione sull’argomento, ma anche perché si tratta di un evento che probabilmente rimetterà in discussione la nostra Costituzione.

Ricapitolo velocemente i fatti: dopo mesi di preavviso e qualche settimana di campagna elettorale piuttosto spinta, veneti e lombardi sono andati al voto. Pochi giorni prima, il Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna aveva firmato una carta d’impegno con il Governo per ottenere maggiore autonomia da Roma. Il risultato della consultazione ha superato ogni mia aspettativa e non lascia spazio a molte interpretazioni: quasi il 60% dei veneti ed il 40% dei lombardi si sono recati alle urne la scorsa domenica e le opinioni sono state plebiscitarie. Il 98% dei votanti si sono espressi per il e il 2% ha sbagliato a mettere la crocetta (si scherza, anche se francamente non mi spiego perché prendersi il disturbo di uscire, prendersi la pioggia e contribuire ad alzare il quorum in Veneto).

Nonostante i risultati siano straordinari in entrambe le regioni, c’è perfino chi argomenta che è stata una buffonata e che il referendum non si doveva fare. Non riesco a capire come si possa pensarlo, visto che è previsto dalla Costituzione e che la Corte Costituzionale ha dato il benestare. Dove sta la buffonata? Nella libera espressione di un malessere popolare? Certo, Zaia e Maroni ne sono usciti molto rinforzati, ma quali referendum non sono politicizzati?

Altri argomentano che non c’era bisogno del referendum, perché l’Emilia Romagna ha ottenuto un’ottima promessa senza bisogno di chiedere la legittimità dai cittadini. Evidentemente queste persone non conoscono la storia del Veneto e della Lombardia (in particolare del primo), che si sono viste rispedite al mittente decine di richieste simili a quelle dell’Emilia. Ergo, la legittimità popolare non solo aiuta, ma è necessaria per dialogare in modo serio con Roma. Tuttavia, ribadisco anche in questo articolo che effettivamente abbiamo avuto una politica regionale probabilmente inadeguata a raggiungere scopi così complicati. Spero che la prossima volta che i veneti eleggeranno il Consiglio Regionale ne terranno conto. Lamentarsi serve a poco se poi si eleggono persone che parlano a stento l’italiano o sono semi fasciste.

Dopodiché, c’è chi dice che il referendum sia costato troppo. Anche questo argomento mi sembra debolino, visto che la consultazione è stata pagata in toto dalle due regioni che le hanno chieste. Questo è il prezzo che i veneti ed i lombardi hanno contribuito per dare legittimità ai propri governatori. E a quanto pare apprezzato l’iniziativa. Peraltro in Veneto si tratta di cifre irrisorie, che si aggirano sui €3 a persona. La Lombardia ha fatto peggio a causa dei tablet (€5.20/persona), ma di certo non si tratta di spese folli.

Un’ulteriore considerazione: il 4 dicembre abbiamo perso il treno del federalismo, con il Senato che sarebbe diventato una Camera delle Regioni. Questa è un’ottima opportunità per re-intavolare le discussioni e rimescolare le carte. Se il dialogo procede costruttivamente, potrebbe trovarci con otto fra le più grandi, popolose e ricche regioni italiane con particolari autonomie. A quel punto, sarebbe naturale ridisegnare tutto l’assetto strutturale del nostro paese verso un modello più decentrato. Di certo non si concederanno benefici fiscali ad emiliani, veneti e lombardi se le altre regioni non ottengono maggiori responsabilità. I tre consigli regionali si trovano ora con lo stesso obiettivo e devono mostrare l’intelligenza di remare dalla stessa parte, e non combattersi in uno sterile mors tua, vita mea.

Il referendum è stata anche una sconfitta per la “Lega nazionale” di Salvini, nonostante lui si dica contento della vittoria. In realtà, due suoi possibili avversari si sono piuttosto rafforzati – e, manco a dirlo, quei due avversari hanno visioni diametralmente opposte a quelle del segretario. Questo non è stato un referendum leghista, come molti lo hanno letto. Tutto il Consiglio Regionale del Veneto si era espresso a favore e gli elettori venivano da ogni partito politico, a parte quelli di estrema sinistra e i meloniani (che per fortuna sono pochi). Invece che criticare gli elettori, provate a pensare al malessere che deve provare una regione per spingere il 60% degli aventi diritto a votare. Il problema c’è, e va risolto.

La Spagna potrebbe diventare un modello per l’Italia: le 17 regioni hanno ampie autonomie e sono molto differenziate fra di loro. A mio parere, però, il modello federale è più funzionale, perché si manterrebbe il controllo a livello centrale pur concedendo significativi spazi alle unità subnazionali. Ad esempio, mentre una federazione ha una camera dove le regioni si incontrano e votano determinate questioni, in Spagna ogni regione ha il proprio parlamento. Il risultato è un’atomizzazione che rischia di portare allo scontro, come in Catalogna. Sarebbe quindi un errore copiare il modello regionale spagnolo, perché non fa altro che generare confusione e tensione fra i vari territori.

E questo è l’assist per il commento finale: autonomia sì, INDIPENDENZA MAI! Mentre sono convinto che l’autonomia generi maggiore responsabilizzazione e virtuosismo, l’indipendenza non fa altro che creare un nuovo Stato – che spesso ha gli stessi difetti del primo, se non peggio. Peraltro molti indipendentisti vorrebbero rimanere all’interno dell’Unione Europea, ma non è chiaro che ciò non sarebbe in alcun modo possibile. Per accettare un nuovo membro all’interno della Comunità serve l’unanimità, e indovinate un po’ chi voterà sempre contro? Quindi scordatevi Euro, Schengen, Erasmus e tutto il “pacchetto UE”. Direi che non ne vale la pena no? E per i leoni da tastiera che la pensano al contrario, vi inviterei qui a Madrid per vedere cosa sta succedendo. Rajoy ha dovuto garantire alle aziende catalane che non ci sarà mai una secessione, ma ciò non ha frenato l’enorme uscita di capitali da Barcellona. Volete ancora l’indipendenza?

Ora staremo a vedere cosa accade. Zaia e Maroni hanno una responsabilità enorme e finalmente capiremo se sono politici capaci o meno. Il popolo ha chiesto loro l’autonomia e se falliranno ne pagheranno le conseguenze, specialmente perché l’Emilia ha ottenuto un impegno informale senza bisogno di troppi sforzi. Per una volta, noi veneti dovremo dimostrarci capaci di parlare oltre che di lavorare.

P.S.: a chi piacciono i grafici e le spiegazioni corroborate dai numeri, qui a fianco vedete il motivo per cui Veneto, Lombardia ed Emilia hanno chiesto l’autonomia e il perché la Meloni era contraria. Ora il problema sarà chiaro a tutti (fonte: Ragioneria Generale dello Stato, quindi non proprio un’istituzione venetista).