Ormai i miei lettori sapranno che ho la fortuna di avere una miniera inesauribile di buone letture a portata di mano. Stavolta gli amici del Guanxinet mi hanno consigliato “Le parole della cura”, del filosofo padovano Umberto Curi. Sei mesi fa avevo letto e recensito un saggio da lui curato (“Vergogna ed Esclusione”), per cui calpestavo un terreno già battuto. Stavolta però non si parla di migrazioni e società, bensì di Medicina – o, più precisamente, delle parole della medicina.

Non mi stupirei se vi chiedeste il motivo di un argomento così particolare. Perché parlare dei termini principali usati per riferirci al mondo della salute? Curi parte da un presupposto molto interessante e che mi sta particolarmente a cuore: la Medicina sta cambiando rapidamente e sta attraversando una fase di crisi. Internet e i social network danno la parola anche a chi non si è fatto i canonici 6+6 anni di studio per ottenere la laurea in campo medico e molte persone non prendono nemmeno il disturbo di documentarsi prima di scrivere. Come se non bastasse, anche le pubblicazioni accademiche lasciano a desiderare. Vi propongo qui un Ted Talk di un medico statunitense che vi spiega come solo gli studi con esito positivo vengano pubblicati, mentre i ricercatori tengono per sé quelli che smentiscono le loro ipotesi (anche perché vengono spesso pagati solo se dimostrano X, ma se la ricerca mostra Y non riceveranno un tallero e lo studio non sarà pubblicato). Il risultato è che i nostri medici ci prescrivono farmaci o cure basati su ricerche sbagliate. Vi rimando al Ted per saperne di più.

Avendo dunque introdotto questo problema fondamentale nel mondo della Medicina, Curi compie un’operazione interessante: per recuperare lo spirito originario di questa arte, ne ripercorre la storia fino alle origini. Abbiamo bisogno di conoscere le radici di una scienza per comprenderla al meglio, e questo è ciò che il filosofo padovano fa con la Medicina ne “Le parole della cura”. Nel saggio troverete un gran numero di riferimenti storici e culturali che spiegano l’origine e il concetto di Medicina, terapia, farmaco e chirurgia. Ricordate che solo conoscendo la storia possiamo guidare consapevolmente il futuro. Tutti questi fattori lo rendono un libro estremamente interessante.

La Medicina nasce da Asclepio, figlio di Apollo e Coronide, allevato dal centauro Chirone. Da lui impara a curare, cioè a prendersi cura degli altri (in latino “cura” significa “attenzione, responsabilità”). “Medicina” deriva dal latino medeor – prendersi cura, provvedere – che indica più una predisposizione interiore che un atto reale. Già qui potremmo lanciare una provocazione: quanti medici si prendono cura dei propri pazienti negli ospedali-aziende di oggi? Purtroppo sempre meno, tanto che il corpo infermieri deve spesso sopperire a questa mancanza di relazioni. Un tempo “curare” non implicava spendere delle energie per migliorare la salute degli infermi (to cure in inglese), ma semplicemente dedicare del tempo e dei pensieri al malato (to care, che mantiene ancora la radice latina), un po’ come fa una mamma. Oggi il to care sta venendo surclassato dal to cure, a discapito della relazione coi pazienti. Pensiamoci.

La seconda parola è “terapia”, dal greco terapheia – servizio. Un terapeuta è dunque un servitore che si mette a disposizione del paziente. Oggi la relazione si è invertita: mentre un tempo il medico, in quanto datore di un servizio, obbediva all’infermo (ob-audire = ascoltare), oggi il medico detta e il malato annuisce. Non c’è dubbio che questo tipo di rapporto sia più efficiente, ma probabilmente un paziente si sentirebbe più coccolato (più curato, nell’etimologia latina del termine) nel primo caso. La cura dovrebbe essere una conseguenza della terapia, ossia del servizio offerto. Considerato anche il distacco della popolazione dalla medicina, i medici di oggi dovrebbe staccarsi dalla mera applicazione della scienza medica per aprirsi umanamente al paziente.

Il terzo termine della cura è “farmaco”, la cui etimologia non è accertata ma dovrebbe essere una sostanza che presa a piccole dose risolve un problema, mentre in grandi quantità può uccidere. Torna sempre utile citare Paracelso: “tutto è veleno […] solo la dose fa sì che non lo diventi”. Un tempo gli ateniesi espellevano dalla polis due pharmakoi, un uomo e una donna, per allontanare le sciagure dalla comunità. I farmaci di oggi seguono lo stesso principio: eliminano dal nostro corpo una parte malevola, in modo da farci stare meglio. Potrei riaprire il vaso di Pandora sui “farmaci” omeopatici (omeo-pathos = stessa sofferenza, seguendo il principio di somiglianza del farmaco: i simili si curino coi simili. Inutile dire che tale principio sia priva di fondamenti scientifici), ma vi risparmio la discussione.

Infine, “chirurgia” deriva dal greco cheir-ergon. Un chirurgo è quindi colui che lavora (ergon) con la mano (cheir). Il padre mitologico della chirurgia è il già citato Chirone (e il suo nome era un buon indizio), che inizia ad usare erbe e strumenti tecnici per curare le persone. Ci sono state fortune alterne per la figura del chirurgo: con l’avvento della scienza moderna, le figure di medico e chirurgo si separano. Mentre il primo acquista valore, il secondo non diventa che un praticone pronto ad operare senza le competenze e gli strumenti adeguati. Nell’Ottocento, con l’introduzione della sterilizzazione e dell’anestesia, la distinzione si attenua sempre più; oggi un chirurgo deve possedere una solida conoscenza medica per poter operare, per cui la differenza si è sostanzialmente azzerata.

Locandina dell’evento

Se volete conoscere il Prof. Curi e ascoltare gli affascinanti miti greci che hanno dato origine alla Medicina (e che qui non ho avuto il tempo di presentare), vi consiglio di non perdervi la presentazione del libro organizzata dal Guanxi martedì 24 ottobre. Come sempre, si comincia alle 20:30 nella splendida cornice di Palazzo Festari (Valdagno).

 

P.S.: voglio chiarire che con questo articolo non intendo dire che ogni medico sia uno spietato esecutore della scienza senza pietas o empatia per il paziente. Al contrario, dobbiamo dare fiducia alla Medicina ed aiutarla a conquistare quelle persone che l’hanno sempre vista con diffidenza. Tuttavia, i medici devono fare la loro parte in questo. Un buon primo passo è stato introdurre un esame di Psicologia nel percorso di Medicina; anche se è spesso trascurato e considerato inutile, le nuove generazioni di medici saranno sicuramente più consapevoli dei bisogni e dei disagi dei pazienti e potranno finalmente curare.