Il Veneto e la Lombardia, rispettivamente quinta e prima regione in Italia per PIL pro capite, si esprimeranno fra pochi giorni sulla loro autonomia. In questo articolo scriverò tutto ciò che penso in merito, come ho fatto per il referendum catalano.

Comincio dagli aspetti meramente tecnici. Si tratta di due referendum consultivi che si pongono lo stesso obiettivo (maggiore autonomia regionale) e sono promossi dallo stesso partito (Lega Nord), ma hanno alcune differenze fra di loro. Ad esempio, in Lombardia non sarà necessaria la tessera elettorale per votare, ma basterà presentare la propria carta d’identità. In Veneto, invece, la tessera elettorale è richiesta ma non verrà marcata, perché non si tratta di un voto nazionale – e in teoria si dovrebbe avere il diritto di esprimere la propria opinione anche senza, vista l’officiosità della questione. Un’altra differenza è che in Veneto si voterà sulla cara, vecchia carta, mentre Maroni ha optato per dei curiosi dispositivi elettronici che hanno già suscitato polemiche per il costo elevato (€24 milioni).

Prima di cominciare qualsiasi discussione, è bene sottolineare che si tratta di referendum consultivi. Ciò significa che non hanno alcuna valenza legislativa, ma mantengono comunque un alto valore fattuale. In sostanza, un referendum consultivo richiede il parere della popolazione su una determinata questione, ma il legislatore non è vincolato dall’esito finale del voto. Il Parlamento potrebbe fingere (legittimamente) che nulla sia successo.

Detto questo, è innegabile che il referendum abbia un grande valore politico. Dopo 25 anni dalla creazione della Liga, veneti e lombardi sono chiamati ad esprimere il proprio parere riguardo l’autonomia da Roma. Devo dire che i consigli regionali di Lombardia e Veneto si sono dimostrati coraggiosi nel promuovere questa consultazione in un momento così delicato. Dopo le batoste ricevute da Cameron ed Orban su referenda dati dall’esito scontato (ricordo: in UK il Remain veniva dato al 60% e in Ungheria Orban non è nemmeno arrivato al quorum chiedendo «Volete che l’Unione europea possa prescrivere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento nazionale?»), la Lega ha mostrato di volersi giocare l’asso nella manica, sapendo di rischiare grosso.

Non c’è alcun dubbio che i votanti saranno massicciamente a favore dell’autonomia, ma non credo che si raggiungerà il 50% in Veneto – né tantomeno in Lombardia. Il referendum rischia quindi di essere un’arma a doppio taglio: da un lato è un potente strumento per dare voce al popolo su una questione molto delicata, dall’altra, in caso non si raggiungesse il 50%, rappresenterebbe una dura sconfitta per la Lega e mettere a tacere per qualche mese le pretese autonomiste.

Ma entriamo nel merito del referendum: è giusto o non è giusto? Più autonomia o meno autonomia? Parto dal presupposto che se siamo arrivati a questo punto è perché abbiamo politici a livello regionale che non sono capaci di dialogare in maniera efficace con lo Stato. Fare muro contro muro è una strategia che non paga (vedasi Catalogna VS Madrid: chi ci guadagna?) e forse dovremmo lamentarci meno e prestare un po’ più di attenzione a chi votiamo.

Credo però che il referendum sia un’ottima occasione per dialogare con Roma. Il dramma catalano si è creato perché è mancato totalmente il dibattito interno e non sono state fatte concessioni né da una parte né dall’altra. Tuttavia, l’autonomia un po’ mi spaventa: in Spagna, Catalogna, Paesi Baschi e Navarra sono le tre regioni spagnole che godono di ampli margini di manovra economica e le prime due spingono per ottenere l’indipendenza. Questo è un punto fondamentale: mentre l’autonomia può essere accettabile se adottata responsabilmente e dopo un dialogo costruttivo, l’indipendenza non porta MAI a nulla di buono. Tutti i movimenti indipendentisti vorrebbero separarsi dal proprio Stato ma rimanere all’interno dell’Unione Europea, ma nessuno fa i conti con la realtà: siccome per accettare un nuovo membro serve l’unanimità, Catalogna, Veneto, Scozia o qualsiasi altra regione non potranno mai rimanere membri UE, perché Spagna, Italia e UK voterebbero contro. Ciò significa perdere almeno momentaneamente Schengen, Euro e tutti i benefici che l’Unione Europea ci garantisce.

La strada da percorrere non è verso il microstato o la maggiore autonomia, ma verso gli Stati Uniti d’Europa. I cittadini devono abituarsi a rivolgersi alle istituzioni e le istituzioni devono abituarsi a rispondere. Questa è l’unica strada per evitare la debacle completa del nostro continente. Che ben venga il referendum, quindi: può essere una buona occasione per cominciare un dialogo costruttivo. Spero solo che le due parti in gioco (politica nazionale e cittadini lombardo-veneti) sappiano accettare il risultato della consultazione, perché questa sarà un’ulteriore prova della salute della nostra democrazia.

Ultimo appunto: diffidate da chi vi dà la ricetta economica per la crescita. Non è detto che l’autonomia porti crescita, né che danneggi il Veneto. Purtroppo l’Economia non è una scienza esatta e non esistono modelli di previsione privi di grossi margini di errore. Ergo, diffidate dai dati economici. L’autonomia è una questione politica, non economica. Detto questo, buon voto a tutti 😊