Avendo trascorso tutta l’infanzia e la gioventù nella vallata dell’Agno e coltivando una grande passione per l’imprenditoria, è impossibile non notare come le nostre aziende abbiano modellato il nostro paesaggio. Dalle zone industriali – ormai naturale estensione di ogni centro abitato – alla cittadina sociale dei Marzotto, il territorio è pieno di impronte che ci ricordano il passato, pur ancorandoci saldamente al presente. L’Alto Vicentino è una delle aree a più densità imprenditoriale in Italia, perciò gli effetti di tale industrializzazione si vedono chiaramente, sia in positivo che in negativo (vedi, ad esempio, il caso Miteni, diventato uno scandalo nazionale dopo il servizio de “Le Iene”). Ho appena finito di leggere Terra e buoi dei paesi tuoi di Marco Magnani, professore di Economia alla LUISS di Roma, che parla proprio del rapporto fra le aziende e il territorio a cui appartengono. È un saggio carico di spunti interessanti e di esempi meritevoli di essere diffusi, per cui ho deciso di scriverci un articolo.

Direi che possiamo classificare il territorio in tre categorie: il territorio come rete, come calamita e come trampolino. Qui di seguito vi spiegherò cosa intendo.

Procedo con ordine. Per funzionare, un’area dev’essere una rete aperta; il modello dei distretti chiusi, che tanto hanno dato al Nord Est, hanno mostrato i propri limiti con l’avvento della globalizzazione: le aziende tendono ad avere scarsa internalizzazione, ad investire poco in R&S e (di conseguenza) a perdere competitività. Il modello della rete aperta risolve tutte queste problematiche, garantendo la flessibilità e l’innovazione necessarie per sopravvivere e prosperare nello scenario globale. Il distretto deve quindi diventare multi-territoriale: non esiste più il distretto della sedia di Manzano, ma semplicemente il distretto della sedia. Le competenze e le conoscenze vengono condivise e messe a disposizione di aziende che vanno oltre il confine territoriale di una vallata, costruendo comunità dei saperi allargate. Servono però dei leader (dei knowledge integrators) che trainino questo processo. La miccia viene spesso accesa da aziende che già esportano una grossa fetta del fatturato e fanno ricerca; la miriade di multinazionali tascabili assumono volentieri questo ruolo, viste le loro caratteristiche (in primis proiezione internazionale e radicamento nel territorio).

Il distretto deve poi fungere da calamita. Quante zone sono rimaste quasi disabitate dopo un calo dell’occupazione? Ricordo un articolo del settimanale statunitense TIME che mostrava alcune città industriali totalmente spopolate – a dire di Trump a causa della competizione cinese, più probabilmente per una riallocazione delle risorse verso i grandi centri americani. Sebbene l’Italia e l’Europa non stiano vivendo un fenomeno così evidente, i vecchi distretti sono sempre meno appetibili per i giovani lavoratori. Come dovrebbero cambiare volto per diventare calamite? Le strade da percorrere sono tante e diverse fra loro, ma tutto passa nelle mani delle imprese che animano quotidianamente il territorio. Ad esempio, la Loccioni, che fattura 80 milioni risolvendo problemi complessi a multinazionali italiane e straniere, punta sull’ambiente: nel 2008 ha cominciato una serie di investimenti che hanno portato alla creazione della Leaf Community, la prima smart grid  funzionante nel nostro paese. L’azienda ha fatto nascere un parco intelligente, che produce energia pulita e la utilizza nel momento di bisogno; il tutto corredato da piste ciclabili e giardini dove è possibile immergersi nel verde delle campagne marchigiane. Altri imprenditori attraggono cervelli con contratti invitanti, garantendo flessibilità oraria, consulenza psicologica, l’abbonamento in palestra, l’iscrizione dei figli all’asilo o altri benefit di questo tipo. Anche la città sociale di Marzotto o il finanziamento per la messa in sicurezza del Ponte degli Alpini di Bassano da parte di Renzo Rosso sono interventi che riqualificano il territorio e lo fanno diventare una piccola calamita. Quando gli interessi dell’impresa e della comunità coincidono, i risultati non possono che essere positivi.

Arrivo quindi all’ultimo punto: i nostri poli produttivi devono diventare dei trampolini di rilancio, sia sociale che economico, per tutta l’area – pena lo spopolamento di cui sopra. Come fare? Anche in questo caso ci sono più vie che possono essere imboccate; nel libro si parla ampiamente del rapporto fra aziende e giovani, che costituiscono il futuro e il destino di ogni territorio. Le imprese possono avvicinarsi alle nuove generazioni attraverso la scuola, con progetti di alternanza scuola-lavoro, lo sport, con sponsorizzazioni di squadre locali, oppure l’università, con collaborazioni di R&S ed inserimento nel mondo del lavoro.

Tirando le fila, il messaggio che emerge dal libro è che l’impresa deve diventare un punto di riferimento per il territorio, assieme alle istituzioni. Il capitalismo ha indiscutibilmente vinto, ma ciò non significa che si debba perseguire esclusivamente profitto. Al contrario, questa mentalità predatoria rischia di impoverire la comunità e di danneggiare l’ambiente, facendo sprofondare il distretto in una melma da cui sarebbe difficile districarsi. La creazione delle Benefit Corporations anche in Italia è un ottimo segno – e ne abbiamo un eccellente esempio con la falegnameria Zordan 1965 di Valdagno. Questo è il tipo di aziende che contribuisce al rilancio del territorio, aggregando conoscenze, attirando cervelli e generando una CRESCITA FELICE per tutta la società (alla faccia della maledettamente popolare decrescita felice).

Non ho potuto parlarvi delle tantissime imprese virtuose citate da Magnani, perché non voglio tediarvi oltre. Vi garantisco che c’è molto cibo per la mente nelle 200 pagine del saggio. Se volete conoscere l’autore ed ascoltare un dibattito sulle tematiche del libro, vi consiglio di non perdervi l’incontro organizzato dal Guanxinet a Palazzo Festari, nel cuore del paese più “imprenditorialmente responsabile” del mondo (Valdagno, per chi non l’avesse capito 😉). La data è fissata per giovedì 5 ottobre, alle ore 20:30. Come potete mancare?

P.S.: in caso voleste approfondire il tema del rapporto fra imprese ed istituzioni pubbliche, vi consiglio il libro – peraltro presentato al Guanxi qualche mese fa – La cultura è come la marmellata  di Marina Valensise, in cui l’autrice racconta la sua avventura alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.