Sentiamo spesso parlare di startup ed Industria 4.0. La tecnologia invade sempre più spazi nella società, garantendo migliori processi, maggiore connettività e un incremento della produttività. Ma quali sono le sfide delle nostre imprese? Quanto dovranno investire nei prossimi anni per mantenere il passo dei concorrenti globali, e in che ambiti? Questo articolo cercherà di rispondere a queste ed altre domande, evidenziando il rapporto fra il nuovo capitalismo, l’innovazione dei processi e gli investimenti.

Innanzitutto credo sia importante sottolineare che occorre sempre una politica industriale per guidare un paese verso un certo modello di business. Possono esserci degli innovatori che si muovono prima del governo, ma alla fine servono una strategia e degli obiettivi condivisi per puntare all’ammodernamento del sistema produttivo. Ciò è successo con il Piano Calenda, l’ultima politica industriale italiana, che è il programma generale per lo sviluppo delle startup tecnologiche e l’Industria 4.0.

Fra i punti più interessanti del Piano troviamo il famoso iperammortamento al 250%, che è un incentivo fiscale per le aziende che acquistano macchinari innovativi, la creazione di sette poli universitari (i Competence Centers) che migliorano il collegamento fra università, ricerca e mondo del lavoro e numerosi incentivi per le startup ad alto contenuto tecnologico. Ora, ad esempio, un’impresa tradizionale può farsi carico delle perdite di una startup, favorendo così lo sviluppo di quest’ultima.

Nonostante il Piano Calenda sia considerato estremamente positivo dagli addetti ai lavori, i risultati stentano a farsi vedere. Mentre in Germania, nostro principale competitor nel manifatturiero, l’Industria 4.0 ha già attecchito con successo, in Italia solo il 65% delle imprese dice di conoscere questo ultimo sviluppo e pochissime erano interessate ad investirci negli anni futuri. Così l’anno scorso abbiamo perso un ulteriore 1% di produttiva, mentre la Germania hanno registrato uno strabiliante +5%. L’iperammortamento dovrebbe servire ad incentivare la sostituzione dei macchinari obsoleti con capitale moderno e altamente produttivo, ma le imprese non cambiano le loro linee di produzione.

Per darvi due numeri, meno del 5% dei macchinari italiani ha meno di cinque anni. Quanti di noi tengono un cellulare o un computer per cinque anni? Eppure questa è prassi comune per le nostre imprese. In questo modo si spiega la bassa efficienza italiana. Oltre a questo, l’iperammortamento è usato per sostituire macchinari datati con altri macchinari nuovi ma ancora obsoleti, per cui la produttività stenta a decollare.

Siamo di fronte ad una vera e propria rivoluzione tecnologica, ma pochi imprenditori se ne sono resi conto. L’Industria 4.0 collega il flusso fisico di oggetti con quello informativo, rendendo molto più efficiente la fabbrica ed incrementando le opportunità di personalizzazione. L’Italia ha perso il treno della Terza Rivoluzione Industriale (quella della robotica), perciò ora è estremamente importante riuscire ad implementare la Quarta. Oggi la tecnologia deve arrivare dappertutto, dall’amministrazione alla produzione, altrimenti l’impresa si auto-esclude dalla competizione internazionale. Più il tempo passa, meno ci sono scuse che tengono, perché le tecnologie stanno diventando sempre più economiche ed accessibili.

Dobbiamo saper cucire le innovazioni all’industria italiana, che si è sempre concentrata sulla personalizzazione e l’alto valore aggiunto. Mentre i robot favorivano la produzione di massa a basso costo – in cui l’Italia non ha mai eccelso – l’Industria 4.0 sembra proprio fare al caso del nostro paese, perché permette una maggiore interazione fra la fabbrica ed i clienti. Tuttavia, i nostri artigiani devono saper comprendere e sfruttare le nuove opportunità, saldando innovazione e tradizione. Mi rendo conto che queste parole possono sembrare un esercizio di retorica, ma non lo sono affatto: oggi un artigiano potrebbe raccogliere le ordinazioni fatte su misura ad ogni cliente, produrre l’oggetto e spedirlo a casa. Zero eccedenze di produzione, piena soddisfazione dei clienti, prezzo più alto rispetto ad un prodotto standardizzato. Ovviamente, ciò deve andare di pari passo con un consistente investimento in cybersecurity per proteggere le proprie linee di produzione ed i dati dei clienti e in banda larga, per migliorare la connettività dell’azienda.

Concludo dicendo che in Italia abbiamo bisogno di un nuovo modello di istruzione. Mentre noi abbiamo 50.000 istituti tecnici, la Germania ne ha 800.000; rapportateli pure alla popolazione, ma il risultato diventa solamente meno evidente. Perché succede questo? Principalmente perché i tedeschi hanno un’alternanza scuola-lavoro che funziona e che attira giovani verso gli istituti tecnici. Un altro cambiamento necessario è togliere il numero chiuso dalle facoltà di Ingegneria e renderle leggermente più abbordabili. In Italia abbiamo una carenza cronica di ingegneri ed è assurdo che ogni anno rigettiamo migliaia di ragazzi. Il governo deve investire per offrire più aule e più spazi per le facoltà di Ingegneria – anche a scapito delle materie umanistiche, se necessario.

L’Italia ha bisogno di priorità; tecnologia, rinnovamento dei mezzi di produzione ed investimenti in capitale umano sono probabilmente i più importanti. Il governo ci sta mettendo il suo, con l’ottimo Piano Calenda e l’ampliamento della banda larga, ma ora sta alle imprese cogliere le opportunità. Il rischio è quello di perdere definitivamente il treno della competitività mondiale.