Vi capitava mai, da bambini, di dover sopportare durante una festa di compleanno il gioco delle sedie musicali? Parlo di quel gioco in cui, una volta partita la musica, bisogna camminare intorno a un gruppo di sedie e cercare di sedersici prima degli altri, anticipando lo ‘stop’ dello stereo; chi rimane in piedi è fuori, si toglie una sedia e si ricomincia con il turno successivo.

Ecco, i negoziati Brexit sono in grado di farmi rivivere questo trauma infantile: partita la musica delle trattative, ogni Stato membro si prepara e guarda con diffidenza i compagni di classe, pronto a gettarsi sui 73 seggi al Parlamento Europeo che si libereranno una volta completata l’uscita del Regno Unito dall’Unione.

Infatti, l’aria che tira a Strasburgo è più fredda del solito di questi tempi: non sono pochi i racconti dell’epopea di questi poveri parlamentari britannici, divisi per la maggior parte tra l’UKIP di Farage (24), il Partito Laborista (20) e il Partito Conservatore (19), costretti a vagare per l’Europarlamento con uno sguardo disilluso al futuro e pochi stimoli alla partecipazione della costruzione europea.

Più che legittimo, credo, il loro scoraggiamento: fatta eccezione per gli ‘Euroscettici’, i rappresentanti britannici hanno contribuito in maniera costruttiva al dibattito democratico europeo, e la loro partenza causa sinceramente un dispiacere.

Prendiamo per esempio il liberale democratico Andrew Duff, che nel 2011 ha proposto per primo la formazione di un collegio elettorale pan-europeo: in termini semplici, ha proposto di poter votare alcuni dei propri rappresentanti al Parlamento Europeo da qualsiasi lista di qualsiasi paese, che si tratti di Verhofstad da Roma, Le Pen da Lisbona, Schulz da Atene, Pittella da Berlino o, perché no, Salvini da Varsavia.

L’ironia vuole che sia proprio la proposta formulata da quest’inglese a prendere slancio quando è il Regno Unito a lasciare l’Unione, ed è facile capire il perché tornando sulle 73 sedie e la musica dei negoziati Brexit… Seguite dove voglio arrivare?

Senza entrare in dettagli giuridici, con la partenza del Regno Unito  i paesi europei dovranno decidere come distribuire i seggi in Parlamento e il rimpasto potrebbe aprire delle fratture politiche.

L’Europarlamento viene eletto infatti secondo il principio della “proporzionalità degressiva”, che significa che un parlamentare di uno stato più popoloso rappresenta un maggior numero di cittadini. Per esempio, la Germania è il paese con più rappresentanti (96) per una popolazione di circa 83 milioni, che significa che ogni MEP (Membro del Parlamento Europeo) rappresenta all’incirca  865 000 cittadini. Dal lato opposto, il Lussemburgo, con circa 580 000 abitanti e 6 MEP, può contare su un rappresentante per ogni 10 000 cittadini… una bella differenza, direi.

Diventa quindi evidente come la redistribuzione dei seggi del Regno Unito potrebbe spingere i paesi membri gli uni contro gli altri: da un lato gli stati piccoli, fautori di un approccio puramente federale che non aumenti la rappresentanza degli stati più popolosi, che già approfittano di un numero assoluto di MEP maggiore; dall’altro i paesi più grandi, che mettono in evidenza la disparità nel numero di MEP relativo all’elettorato tra paesi grandi e paesi piccoli.

Le soluzioni sembrano quindi essere tre: la prima è cercare di spartire la torta in maniera di accontentare tutti: a mio parere, l’ opzione più difficile da raggiungere politicamente. La seconda è semplicemente tagliare il numero di seggi e dimenticarsi che una volta anche i deputati di Sua Maestà si aggiravano per Strasburgo, come proposto dal think-thank Bruegel: questa sembra la soluzione più drastica. Tre: creare un collegio elettorale pan-europeo per rimpiazzare i 73 candidati uscenti.

Torniamo quindi al caro Andrew Duff: al posto di creare un collegio sovranazionale ex-novo potrebbero essere le sedie dei britannici ad essere rimesse al centro e i cittadini europei (indipendentemente dalla loro nazionalità) a decidere chi far accomodare, mantenendo ovviamente il sistema corrente in vigore per tutti i restanti seggi.

L’idea ha recentemente ricevuto il supporto del Presidente Juncker nel suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, del Presidente francese Macron, ed è inoltre una delle proposte riportate nell’ultimo libro di Enrico Letta Contro Venti e Maree. La proposta è in questi mesi in fase di deliberazione a Strasburgo e l’esito di qualsiasi decisione definitiva, così come la sua adozione, dipenderà ovviamente dalla volontà dei leader europei, e soprattutto dalla loro capacità di imboccare l’uscita di soccorso da una situazione conflittuale.

Da parte mia, accolgo con ottimismo la novità: avvicinare i leader ai cittadini europei significa renderli più responsabili del loro operato, in quanto tenuti a rispondere a un gruppo di persone che va oltre il loro semplice elettorato nazionale. Inoltre, il cambiamento potrebbe portare l’attenzione comune ben al di fuori dei confini nazionali e arricchire il dibattito politico europeo, contribuendo al rafforzamento di una coscienza condivisa. Insomma, perché no?

In ogni caso, come dicono gli inglesi, Time will tell.