Ho finalmente trovato il tempo di leggere “La caverna” del Nobel per la Letteratura José Saramago. Dopo aver divorato le cento, bellissime pagine de “Le intermittenze della morte”, ero curioso di cimentarmi con qualche altro racconto del portoghese. Nonostante la seconda lettura non sia al livello della prima, “La caverna” mi ha lasciato molti spunti di riflessione. In questo articolo ve ne lascerò qualcuno, senza la pretesa di essere esaustivo.

Comincio dalla trama: il protagonista è Cipriano Algor, vasaio di terza generazione, che si trova senza un lavoro dopo che il Centro decide di non commissionare più piatti e boccali in ceramica in favore di quelli in plastica. Cipriano reagirà grazie all’aiuto della figlia Marta, che propone di vendere statuine al posto degli oggetti da casa. Il progetto si rivela fallimentare e così la famiglia è costretta a lasciare l’amata fornace e la casa in campagna per trasferirsi al Centro, dove lavora il marito di Marta, Marçal Gacho. Il Centro è un enorme edificio polifunzionale, che ospita negozi, discoteche, bar, banche, un ospedale ed un’infinità di piccoli appartamenti distribuiti su 58 piani, di cui 10 interrati. Non si possono tenere animali, se non un acquario virtuale (un affare: nessun pesce da sfamare né alcun odore sgradevole!). Rappresenta la modernità che avanza, essendo dotato delle più avanzate comodità e di tutti gli svaghi possibili. Tuttavia, la maggior parte degli appartamenti non ha nemmeno una finestra – e se ci sono non si possono aprire. Ciò viene motivato dal fatto che il paesaggio circostante non merita una vista sull’esterno e per l’aria condizionata sempre attiva. Cipriano, da uomo sveglio e disilluso qual è, capisce subito che il vero motivo è per evitare i suicidi, che abbonderebbero in un mondo così alienante.

Proprio l’alienazione è uno dei temi centrali del romanzo. L’autore descrive spesso scene orwelliane, che sembrano uscite direttamente da “1984”. Per vendere le sue stoviglie passa dalla verde campagna in cui vive alla grigia città, dove si trova il Centro. Nel tragitto Saramago descrive un paesaggio apocalittico: continue sommosse ed attacchi da parte dei banditi, povertà endemica e baraccopoli, fabbriconi e serre grigie (chiamate ironicamente “Cintura Verde” perché serbatoio agricolo dell’area) che producono ortaggi ormai senza gusto. A ciò si oppone il bianco smagliante Centro, dove le persone possono trovare tutte le ultime novità in fatto di svago e tecnologia. Come in Orwell, la direzione del Centro riesce a controllare tutti gli abitanti tramite una stretta sorveglianza e propaganda insistente. Nonostante i totalitarismi siano finiti da tempo, Saramago ci avverte che ci sono altri modi per appiattire l’umanità ed omologarci tutti. Pochi coraggiosi e testardi – come Cipriano – riescono ad emergere dalla massa e a dare valore a ciò che veramente conta.

Un secondo tema, difficile da cogliere se non fosse suggerito dal titolo, è proprio quello trattato dal mito della caverna di Platone. Forse l’immagine vi aiuterà a comprendere ciò che vi spiegherò a parole. Immaginate che un gruppo di uomini rimanga legato ad un muro davanti alla fine della caverna sin dalla nascita e che vengano proiettate alcune immagini su questa superficie, grazie ad un fuoco acceso. Gli uomini crederanno che le ombre create dal fuoco siano in realtà gli oggetti reali, e non delle loro astrazioni. Se uno di loro riuscisse a liberarsi e ad uscire dalla caverna, rimarrebbe inizialmente abbagliato dalla luce del sole ma inizierebbe poi a mettere a fuoco gli oggetti reali, capendo così di essere stato ingannato fino ad allora. Il compito del saggio sarà quindi di andare ad informare i propri compagni, pur correndo il rischio di essere deriso, ignorato o perfino ucciso (si vedano i numerosi scienziati e filosofi con l’Inquisizione). Cipriano, da vasaio riflessivo ed attaccato al mondo rurale da cui veniva, aveva sempre nutrito forti dubbi sulla veracità della propaganda del Centro. Un episodio, verso la fine del libro, gli apre definitivamente gli occhi e lo porta a fuggire da quel mondo – cioè ad uscire dalla caverna – per evitare le menzogne. Nell’affrettata conclusione del romanzo, Cipriano non tenta nemmeno di rivelare la verità agli abitanti del Centro, ormai inebetiti dalle luci e dai suoni del luogo da cui non sentono nemmeno il bisogno di uscire. Forse possiamo dire che il vasaio è stato un “saggio egoista”.

Last but not least, in un libro di Saramago non può mancare una critica alla religione. Questa volta è molto velata e si gioca sullo sminuire la forza creatrice di Dio, comparandolo al semplice lavoro dell’umile vasaio. Ci sono precisi riferimenti alla Bibbia, tanto che troverete persino i “7 comandamenti della creta” e i giorni della Genesi. I toni non sono affatto epici; al contrario, la narrazione è scandita dalle difficoltà patetiche di Cipriano, che spesso non riesce a plasmare ciò che desidera.

Per tirare le somme, credo che il libro meriti una letta. Saramago riesce sempre ad imprimere una forza nelle parole che è difficile trovare in altri autori. Alcuni lo accusano di pesantezza e lentezza narrativa, ma io credo che non ci si possa annoiare se lo si legge con attenzione. Le continue provocazioni al nostro stile di vita e alle nostre abitudini sono troppo pungenti per addormentarsi con un suo libro in mano. Certo, serve attenzione finché lo si legge, ma credo che ne valga la pena. Il prossimo appuntamento è con “Cecità”, il suo grande capolavoro. Non vedo l’ora di tuffarmici dentro 😉