Si dice che la scuola formi il futuro del paese. Se ciò è vero – e mi sembra abbia senso – ho più di qualche motivo per allarmarmi. Sulla spinta dei partiti nazionalisti e antiglobalisti, molti stati stanno tornando ad una scuola all’antica, dove si cantano gli inni alla patria e si esalta la storia nazionale. Il problema è che sta avvenendo in paesi che sono geograficamente e/o culturalmente vicini all’Italia, con cui noi abbiamo spesso a che vedere. In questo articolo vi parlerò di un paio di casi che mi hanno particolarmente colpito, traendo poi delle conclusioni più generali.

Partiamo dal presupposto che nessuna scuola è veramente internazionale. Ad esempio, è piuttosto naturale che i programmi di storia prediligano sempre i fatti accaduti nel territorio nazionale, perché un buon cittadino deve conoscere le proprie origini. L’importante è che non ci sia esclusivamente la storia statale e che non sia trattata in maniera patriottica, dando eccessivo risalto alle vittorie militari e alle conquiste politiche e spazzando sotto il tappeto dell’oblio gli errori del passato. Non pretendo certo che uno studente italiano conosca meglio la storia spagnola di quella del proprio paese, ma basta che le materie gli vengano insegnate in maniera imparziale – e non ottusamente nazionalista.

Mantenendomi sul binario della storia, che è disciplina politicamente delicata, potrei proporvi l’esempio americano. Sono talmente concentrati ad autoesaltarsi che propongono due corsi diversi durante la High School: storia americana e storia internazionale. La ricchissima storia americana è trattata in ogni suo risvolto, dal primo all’ultimo Presidente USA, mentre per la misera storia internazionale è riservato un corso della stessa durata di quello di storia americana, spesso snobbato dagli studenti. Praticamente trecento anni di storia americana valgono di più di tremila di storia internazionale.

Anche se non sono un fan di come viene insegnata la storia negli States, entro ora nel cuore delle questioni più spinose. La Russia sta chiudendo alcune università internazionali sul proprio suolo, colpevoli di essere filiali di istituti europei – e a Putin non devono piacere troppo le sanzioni imposte contro di lui dall’Unione Europea. Orban lo ha seguito a ruota, cacciando la Central European University (CEU) di Soros da Budapest. L’Ungheria perde così una delle due università che compaiono nei ranking internazionali di Economia, ma la priorità di Orban era ottenere la “cacciata di Soros” entro il 2017.

È curioso come si stia formando un nuovo blocco antidemocratico – perché ordinare la chiusura di un’università è certamente un provvedimento antidemocratico – che ricalca i confini dell’Unione Sovietica. I leader dell’Est Europa si compattano attorno a Vladimir Putin contro la matrigna Unione Europea, che pure continua a finanziarli in modo consistente. Questi capi di governo hanno bisogno di far risorgere il nazionalismo nel cuore dei loro popoli, e cosa c’è di meglio di una bella riforma della scuola combinata ad un maggior controllo sugli istituti superiori?

Ma non pensate che la libertà d’insegnamento stia tremando solo nel poco democratico Est europeo: l’insospettabile Giappone, da settant’anni alleato e partner dell’Occidente, sta vivendo un revival delle scuole a “metodo tradizionale”. I coniugi Abe, di cui il marito è alla guida del paese, sono notoriamente favorevoli ad un insegnamento che esalti il Giappone ed in particolare delle scuole private del gruppo Morimoto Gakuen, dove gli studenti delle elementari sono filmati mentre dicono “Gli adulti dovrebbero proteggere le isole Senkaku e Takeshima e i territori settentrionali! I cinesi e i sudcoreani che trattano il Giappone come un paese cattivo dovrebbero cambiare idea”. Shinzo Abe fa parte, assieme a 15 dei 19 ministri del suo governo, del gruppo “Nippon Kaigi”, che vuole restaurare il culto dell’imperatore e riportare in auge in Giappone. Sembra retorica d’altri tempi – di tempi non particolarmente felici.

Le scuole formano le classi dirigenti ed il popolo del futuro. È scontato dire che il sistema d’insegnamento abbia una responsabilità immensa, ma forse questo principio viene meno quando un governo ne limita l’operato. Credo sia preoccupante che si stia investendo in una scuola sempre più nazionalista e si ostacolino gli istituti internazionali. Ci troveremo con una generazione abituata ad una retorica sbagliata ed impreparata alle sfide che ci riserverà il mondo.

Concludo con una provocazione, in caso qualche insegnante fosse su questa riga. Io sono convinto che sia necessario insegnare l’europeismo a scuola. Quanti studenti italiani conoscono Altiero Spinelli, padre dell’Unione Europea a cui è dedicato il Parlamento Europeo? E quanti i “padri della patria” Garibaldi o Mazzini? È giusto e necessario conoscere la nostra storia, ma dovremmo essere almeno altrettanto informati sul nostro futuro – e mi sembra indiscutibile che il nostro futuro sia l’Europa.