In Veneto ci vantiamo spesso di avere uno dei tessuti imprenditoriali più forti e flessibili in Italia, sebbene siamo solo al sesto posto nella classifica delle regioni più ricche d’Italia (PIL pro capite). Mi è capitato di leggere un interessante libro di Simone Filippetti, giornalista economico che racconta la Borsa per il S24O; Serenissimi Affari commenta la storia e gli sviluppi più recenti delle imprese venete più grosse, che non vengono spesso considerate dalla letteratura economica. Abbandoniamo quindi le PMI, che senza dubbio caratterizzano l’imprenditoria nordestina e in particolare veneta, e concentriamoci su una decina di aziende che sono cresciute abbastanza da potersi quotare in Borsa (Marzotto, Safilo, Luxottica, Geox, Stefanel, Marcolin, Benetton, De Longhi, Aprilia, etc). Ne emergono alcuni schemi ricorrenti piuttosto interessanti, che commenterò in questo articolo.

Primo, tutte le aziende prese in esame crescono esponenzialmente negli anni ’80 per stabilizzarsi nei ’90 ed iniziare una lenta decadenza nei 2000. Talvolta, come nel caso Aprilia, c’è stato un vero e proprio fallimento ancora prima della terribile crisi del 2008. Cos’ha determinato questo stallo? Probabilmente ci sono una serie di ragioni che concorrono a spiegare il fenomeno. Innanzitutto, la maggior parte di queste aziende nascono (o si rivoluzionano, nel caso di Marzotto) dalla seconda metà degli anni ’70; dopo il rodaggio iniziale, i prodotti che vendono iniziano ad avere successo e le aziende cominciano ad espandersi in fretta. Tuttavia, dopo dieci anni di boom ininterrotto, i gusti cambiano e l’Italia inizia ad aprirsi al mondo. Gli anni ’90 sono il periodo in cui nasce la terza ondata di globalizzazione, quella che viviamo ancora oggi; le aziende venete iniziano a doversi confrontare con dei concorrenti agguerriti ed internazionali, e non tutte ce la fanno. Ecco spiegato il declino dei 2000.

A questo punto mi connetto al secondo punto: chi esporta guadagna, chi vende in Italia soffre. Questo è il secondo pattern che emerge da Serenissimi Affari. Certo, noi veneti non ce la caviamo male: Vicenza è la provincia con il più alto export pro capite in Italia e le aree del Veneto centrale seguono di buona lena. A dispetto di quanto vogliamo credere, siamo piuttosto abituati a relazionarci con l’estero. Tuttavia, non basta vendere qualche prodotto oltre confine per salvarsi dalla crisi. Se mi chiedeste di tracciare una linea precisa della quota di vendite all’estero sul turnover totale, vi direi che un’azienda che deve competere a livello internazionale deve dipendere per meno del 60% dall’Italia. Questo numero emerge chiaramente dal libro di Filippetti ed è semplice da spiegare: quelle imprese che dipendono molto dai consumi della penisola hanno registrato cali attorno al 2% negli anni della crisi, esattamente in linea con il PIL italiano. Alcune aziende venete tenevano il passo dei competitors internazionali grazie alla loro esposizione a più mercati, mentre altre arrancavano ed accumulavano debito.

Un terzo tratto che emerge fortemente dall’esame di questa decina di aziende è la conduzione familiare o addirittura personale. Sono tutte imprese che si identificano con la personalità del fondatore, che le guidano fino al successo ed oltre. Il problema, però, arriva quando bisogna affrontare il ricambio generazionale; spesso non si incontrano difficoltà nel primo passaggio, ma uno studio citato da Giovanni Costa (A.D. di Intesa San Paolo) durante il Festival Città Impresa mostra che l’80% delle aziende a conduzione familiare non sopravvive alla terza generazione. In sostanza, i nipoti sono troppo diversi dai nonni. La maggior parte delle aziende analizzate è piuttosto giovane ed è appena alla seconda generazione, ma cosa succederà tra poco? A questo punto emerge anche il problema della separazione fra proprietà e management. Questi fondatori illuminati si staccano difficilmente dalla loro maggioranza, rendendo così ancora più difficile il ricambio generazionale. L’imprenditore veneto è un factotum che disprezza i managers, ma la storia ci insegna – ahimé – che i loro figli non sempre hanno l’estro per gestire l’impresa come loro padre. Eppure i direttori d’azienda hanno sempre garantito ottime performance alle aziende; l’esempio più conosciuto è senza dubbio Andrea Guerra di Luxottica, ma anche Geox non sarebbe andata da nessuna parte senza i suoi managers. Potrei citare l’esempio di un’altra azienda veneta che prospera da duecentocinquant’anni grazie alla separazione fra proprietà e management: Keyline, leader mondiale nella produzione di chiavi, è da tempo controllata dalla famiglia ma gestita da professionisti.

Qui arriviamo al quarto punto, strettamente collegato al terzo: il rapporto fra le aziende venete e la Borsa. Ammesso che i proprietari stacchino parte della loro quota – che è quasi un totem – e la quotino, c’è sempre stato un rapporto difficile con il capitale. Molti imprenditori italiani (e i veneti non fanno certo eccezione) vedono Piazza Affari come un taxi: si quotano nei periodi di boom, segnando lauti guadagni, ed avviano il delisting nei momenti di crisi, così da poter gestire in autonomia la propria azienda. Tuttavia, la Borsa non può funzionare così, e i risultati si notano. Le aziende che hanno fatto affidamento in maniera seria e prolungata del capitale esterno hanno prosperato e si sono proposte sui mercati internazionali – in primis Luxottica ed Edizioni Holding, che controlla Benetton – mentre quelle che hanno usato Piazza Affari solo durante la turbofinanza degli anni ’90-primi 2000 hanno pagato un conto salato.

Riassumendo: essere presenti sui mercati internazionali, separare proprietà e direzione e fare uso di capitali esterni per crescere sono ormai diventati condizioni necessarie per prosperare e far fronte alla concorrenza estera. Ci sarebbe da aprire un altro vaso di Pandora: piccolo è bello? Le PMI sono ancora la soluzione giusta? Ne parlerò in un futuro articolo 😉