L’Italia ha bisogno di una spinta giovane ed innovativa per riprendere il treno della crescita ed uscire dal tunnel in cui siamo entrati troppi anni fa. Il governo deve elaborare degli strumenti per sprigionare il potenziale e l’energia dei giovani, che a loro volta devono dimostrare di avere la stoffa per schiodarsi da percentuali di disoccupazione giovanile prossime al 40%. In questo articolo dipingerò un quadro generale degli incentivi del governo e della situazione delle startup italiane.

Cominciamo dall’imprenditoria giovanile: il 10.3% delle aziende attive nella penisola sono composte da under 35, per un totale di 623.755 unità. Le imprese giovani stanno registrando una forte crescita, tanto che hanno segnato nel 2016 un saldo positivo di 66.000 unità, aprendone 120.000 e chiudendone 54.000. Queste aziende operano principalmente in settori tradizionali, come il commercio, le costruzioni, l’agricoltura e la ristorazione. Tuttavia, alcune aree molto tecniche ed innovative – come i servizi finanziari ed alla persona – sono marcati da un’altissima partecipazione giovanile, che sfiora spesso il 50%. Sembra quindi che i giovani stiano facendo capolino nel mondo del lavoro, consapevoli delle sfide che li attendono.

D’altro canto, il governo non sta a guardare e garantisce numerosi sgravi fiscali alle imprese giovani. Le norme che vogliono incentivare l’autoimprenditorialità concedono, ad esempio, una garanzia statale fino all’80% dei prestiti oppure un finanziamento agevolato a tasso zero, da pagarsi entro 8 anni, per un importo massimo pari al 70% dell’investimento e comunque inferiore ai 200.000 Euro.

A questo fondo, che può contare su una liquidità di 100 milioni, si aggiunge quello per le startup innovative. Queste aziende, che per definizione devono essere composte da giovani ed avere meno di cinque anni di vita, non operano nei settori tradizionali – al contrario di una classica impresa giovanile – ma lavorano a stretto contatto con le tecnologie più innovative. La maggior parte offre consulenza informatica, produzione di software ed attività di ricerca e sviluppo (R&S). A ciò si aggiunge che l’imprenditoria giovanile e le startup innovative attraggono donne e stranieri molto più di quanto non faccia un’azienda strutturata: delle 120.000 nuove unità, 36.000 sono controllate da donne e 29.000 da uno/a straniero/a.

Il governo Renzi ha adottato più di una strategia per incoraggiare questo tipo di investimenti. Oltre al solito accesso al credito agevolato e garantito, le startup innovative godono di costi di avviamento più bassi, consulenza all’internazionalizzazione, fail fast, sgravi fiscali in caso di assunzione di personale altamente qualificato e molto altro ancora. Le risposte non tardano ad arrivare: non solo le startup innovative crescono in numero e in volume (+2500 impiegati negli ultimi sei mesi del 2016), ma gli investitori stranieri iniziano a guardare al mercato italiano (+35 milioni nel 2016) e sempre più cittadini extraeuropei chiedono di costituire una startup in Italia, grazie al programma Startup Visa (222 candidature per aprire altrettante imprese innovative, nel 2016).

Anche gli incubatori stanno facendo dei passi in avanti. Nonostante siamo ancora una realtà ancora lontana dai paesi che contano, sia per numero di incubatori che per la loro dimensione, possiamo vantare più di qualche eccellenza a livello europeo e mondiale. Vi darò tre esempi: secondo UBI Global, Polihub è il secondo incubatore universitario in Europa, H-Farm il terzo incubatore privato associato ad un’università, Knowbel il quarto acceleratore (vedi sotto per la differenza fra incubatore ed acceleratore). Nonostante questi picchi, la maggior parte degli incubatori soffre di nanismo, riuscendo a trattare una media di tredici startup. Anche il bilancio piange: la perdita annuale media è di 116.000 Euro, per un fatturato che spesso non supera i 5 milioni. Per questa ragione gli incubatori, consci del proprio valore sociale, stanno chiedendo al legislatore di intervenire in loro aiuto. Dovremo tenere d’occhio i prossimi movimenti del Ministro Calenda per scoprire cosa se ne farà.

Bisogna notare che c’è una correlazione molto forte fra la presenza di università e quella di startup. L’educazione superiore permette lo sviluppo di competenze e conoscenze necessarie per competere in uno scenario sempre più globale, per cui è naturale osservare tale rapporto. Peraltro la maggior parte degli incubatori è controllato da una o più università – oppure ci collabora, come nel caso di H-Farm – quindi il tasso di nascita e di sopravvivenza delle startup è molto più alto in presenza di un polo universitario. Ciò si rafforzerà ulteriormente grazie ai nuovissimi Competence Center, gestiti in collaborazione con alcuni atenei italiani per diffondere tecnologie e, appunto, competenze.

Perché dovrebbero interessarci le imprese giovanili e quelle che si occupano di innovazione? Perché attirano investitori e cervelli stranieri, perché fanno ricerca e sviluppo per le aziende consolidate, perché portano innovazione nel paese. Questi sono solo alcuni dei motivi per cui le startup e gli incubatori vanno sostenuti con tutte le forze possibili, anche se mostrano perdite considerevoli. Oggi un’azienda consolidata può farsi carico dei debiti di una startup in cambio dei servizi da lei forniti; così si risolve il problema cronico dell’avviamento dell’azienda, che mostra il 57% delle startup in rosso, beneficiando così l’intero sistema.

Tirando le somme, direi che in Italia c’è ancora molto da fare per raggiungere il livello di investimenti dei nostri competitors internazionali, ma ci sono segnali estremamente positivi da tutte le parti in gioco. Il governo ha capito dove deve spingere, i giovani si stanno mettendo in gioco e le aziende strutturate collaborano, creando un win-win che produce occupazione e reddito. Avanti tutta, dunque!

Glossario

Incubatore vs acceleratore à per spiegarvi la differenza, userò una metafora umana: un incubatore agisce nelle fasi iniziali di vita della startup, portando alla sua nascita o ai suoi primi passi, mentre un acceleratore interviene fra l’adolescenza e l’età adulta, per dare una spinta al business. Sostanzialmente svolgono gli stessi compiti: aiutano nel marketing, nella gestione dei marchi e della proprietà intellettuale, consulenza tecnologia o di internazionalizzazione, gestione contabile o finanziaria, creano opportunità di networking per sviluppare idee o reperire finanziamenti. L’unica differenza sta nel momento in cui intervengono.