Viviamo in un periodo dominato dal populismo e dalle figure autoritarie. Non esiste un singolo paese al mondo che riesca a scappare da questa trappola: Putin, Erdogan, Orban, Fico, Grillo & Co, Le Pen, Farage & Johnson, Trump, Wilders, e potrei continuare fino a finire la pagina Word. Ho già discusso dei motivi per cui siamo arrivati a questo punti e delle responsabilità dei media, ma ora vorrei parlarvene in termini più generali. Questo sarà un articolo sulle caratteristiche del populismo e dell’uomo forte, ispirato alla conferenza del Festival Città Impresa con Ilvo Diamanti e Gad Lerner.

Comincio con una riflessione sul termine “populismo”: se una persona ci piace, è popolare, se non ci piace, è populista. Noi non ci definiremo mai populisti, né lo faremo con la forza politica che sosteniamo. Ormai la parola “populismo” ha scarso valore descrittivo, perché viene usata esclusivamente in modo denigratorio. Tuttavia, sempre più esponenti di spicco della politica nazionale ed internazionale non temono più di essere chiamati populisti; al contrario, più di qualcuno ne fa il proprio cavallo di battaglia – vedi l’insospettabile e moderato Sarkozy, che disse Je suis de la parte du peuple.

C’è un forte legame fra populismo e democrazia, evidente perfino dall’etimologia di “democrazia” (governo del POPOLO). Purtroppo ora stiamo sfociando in una popolocrazia dove è il popolo a governare. È esattamente ciò che propone il M5S con la sua democrazia diretta: Grillo&Co vogliono eliminare l’intermediazione dei politici e delle Camere (tipico delle democrazie rappresentative) per consegnare il potere direttamente nelle mani dei cittadini. Chiamiamolo pure “potere a chilometro zero”.

Uno dei grandi problemi del populismo è che ne basta uno perché tutti gli altri politici diventino a loro volta populisti. Questo circolo vizioso è ulteriormente alimentato dalla scarsa qualità della televisione, che funge da megafono e predilige un messaggio falso ma semplice e di presa sul pubblico ad uno complesso e noioso. Quanti economisti avete visto difendere l’Euro in TV? Quasi nessuno, perché come puoi spiegare in cinque minuti i vantaggi di una moneta unica? Al contrario, dire che la Lira era migliore è molto più semplice ed intuitivo.

È curioso come i leader impopulisti stiano comunque guadagnando consensi. Due esempi che tutti conosciamo sono Gentiloni e la Merkel: entrambi sono molto misurati, non urlano e prendono decisioni impopolari, ma vengono premiati per questo (con un consenso sull’operato del governo che supera il 40%). I politici che si collocano nel mezzo sono quelli che soffrono di più – vedasi Renzi e Macron, che ora sta subendo il ritorno di fiamma dei populisti Melenchon e Le Pen.

Diamanti e Lerner sottolineavano come il populismo vinca specialmente nelle periferie. La Raggi e la Appendino hanno perso solo nei quartieri centrali, il Remain ha vinto solo a Londra, Erdogan ha perso ad Istanbul ed Ankara, etc. Questa polarizzazione sociale si spiega considerando che il populismo individua un nemico esterno contro cui la società deve lottare. Le periferie si sentono già sconfitte ed emarginate, per cui sono contro l’afflusso dei migranti ed odiano il benestante establishment, che fa poco o nulla per migliorare le loro condizioni di vita. A ciò si aggiunge che le periferie spesso soffrono e si sentono messe in secondo piano, per cui abboccano più facilmente a chi offre loro un cambiamento. Ciò si riflette anche nelle richieste di abolire Schengen, pilastro e cuore del progetto europeo.

Cos’hanno in comune populismo e uomo forte? Entrambi si inseriscono in un vuoto istituzionale che ora è piuttosto palese. Molto spesso i due concetti vanno a braccetto, nel senso che una figura autoritaria è populista ed i populisti d’oggi fanno spesso leva sulla necessità di una maggiore capacità decisionale. Diamanti citava un suo studio compiuto sugli italiani: l’82% dei nostri compatrioti si dice “favorevole ad una figura autoritaria”. Lì per lì potreste preoccuparvi seriamente – e forse fareste bene – ma Diamanti interpreta questo dato in una maniera più positiva. Secondo lui, infatti, gli italiani intendono che vogliono una figura AUTOREVOLE, non autoritaria. Di fronte agli stalli e alle lungaggini del normale processo democratico, complicato dai sistemi di checks and balances, una figurata decisa è vista in modo sempre più favorevole.

Populismo e desiderio dell’uomo forte sono entrambi alimentati dalla paura; la paura, a sua volta, tende a distorcere la realtà. Non mi riferisco solo alle “verità alternative” (alternative facts) di Trump, ma anche al sentimento contro i migranti ed il diverso che domina in Europa. L’Ungheria ospita la bellezza di 1500 migranti, eppure i suoi politici la stanno dipingendo come un’invasione. In Italia c’è solo il 10% di popolazione di origine straniera, eppure la presenza percepita è più del 20%. Idem con i francesi per la presenza di musulmani nel loro territorio. La realtà è distorta per colpa della debolezza delle istituzioni, che non riescono a far fronte allo strapotere dei populisti. La soluzione è solamente aprire gli occhi ed iniziare a fare attivismo politico; servono dati ed argomentazioni, non urla e paura. Tutto comincia da noi, il popolo.