Dopo che Draghi ha messo a tacere gli euroscettici con il suo famoso “Whatever it takes”, le polemiche dei politici che criticano l’Europa si sono spostate sulla gestione dei migranti. Ci siamo abituati a slogan piuttosto volgari e/o banali, come la “ruspa” o l’ “aiutiamoli a casa loro”. Come spesso accade, questo tipo di dibattiti è privo di vere argomentazioni: mancano numeri, riferimenti legislativi, proposte concrete. È quindi necessario iniziare a riflettere in modo serio sulla questione, anche perché stanno accadendo fatti molto gravi mentre noi ci accapigliamo. “Vergogna ed esclusione”, del filosofo padovano Umberto Curi, può essere un buon inizio.

È un libro che raccoglie nove saggi di dieci autori, tutti a tema immigrazione. I singoli pezzi sono molto diversi fra loro: si passa da un saggio filosofico – come quello di Luciano Manicardi, che a me è piaciuto molto – ad uno sulla situazione veneta ad uno prettamente sul Diritto dell’immigrazione. Questo amalgama di diversi punti di vista offre in modo naturale parecchi spunti di riflessione sul tema immigrazione, per cui è una buona base per dibatterne in modo consapevole.

Uno degli argomenti che ricorre più spesso nel libro è la differenza fra migranti pushed – ossia quelli che abbandonano la propria terra spinti da un avvenimento avverso – e i migranti pulled, che si trasferiscono perché attratti da migliori condizioni di vita. Questa categorizzazione è stata teorizzata da Egon Kunz, noto demografo australiano emigrato in Australia per completare gli studi e fuggire dal regime comunista; tuttavia, egli aveva in mente una differenziazione solamente soggettiva per descrivere in maniera semplice il fenomeno complesso dell’emigrazione. Ahimé, la teoria di Kunz è stata male interpretata ed ora è normale sentir parlare di migranti economici (pulled) e di profughi (pushed), come se facesse differenza morire di fame o sotto una bomba. Se fra l’altro consideriamo che l’immigrazione non è mai frutto di un solo fattore, ma intreccio di diverse motivazioni, allora la differenza diventa ancora più flebile.

Ora vi snocciolerò qualche dato che ho trovato nel libro, in modo da offrirvi un quadro generale sul fenomeno dell’immigrazione. Innanzitutto, oltre il 60% dei migranti si sposta all’interno del proprio paese per cercare un riparo o migliori condizioni di vita; del 40% che si sposta, la maggior parte di trasferisce in un paese limitrofo (Kenya, Sudafrica, Turchia, Tunisia, etc). Quindi quelli che arrivano in Europa sono solo una minima parte di chi soffre. Il numero totale di immigrati che ha chiesto asilo o sta aspettando di farlo si aggira sui due milioni; come ha detto giustamente il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, un continente di 508 milioni di abitanti dovrebbe essere in grado di gestire tale flusso, perché si tratta di meno dello 0.5% della popolazione. Con questo dato possiamo anche mettere a tacere tutti i timori sulla fantomatica “invasione” o sul pericolo per le nostre tradizioni, perché dubito fortemente che lo 0.4% della popolazione riesca ad influenzare a cultura e gli usi sedimentatisi nel corso dei secoli. A ciò si aggiunge che l’Italia è solo il 17o paese dell’UE per numero di richieste d’asilo: i migranti vogliono salire verso Nord. Peraltro, i nostri migranti producono un saldo positivo di €3,1 miliardi – cioè contribuiscono al sistema più di quanto non venga dato loro – a cui dovremmo rinunciare se chiudessimo le frontiere e li rimandassimo tutti a casa. In questo scenario perderemmo anche una media di 4.5 milioni di lavoratori all’anno fra il 2015 ed il 2035, con un inevitabile aumento dell’età pensionistica e delle pressione fiscale. Se voleste essere rassicurati sulla presenza islamica, siamo al 3% in Italia e al 6.5% in Francia, per una media europea del 4%. Presenza percepita? Spesso più del 10%, e quindi facciamo leggi per proibire la costruzione di moschee (vedi, ad esempio, le leggi regionali di Veneto e Lombardia).

Se ci lamentiamo di chi arriva in Europa, dovremmo prima capire com’è il mondo di oggi. 1,2 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno e 2,8 miliardi con meno di due dollari; un essere umano su sei non ha accesso all’acqua potabile e ogni anno più di 1,9 milioni di bambini sotto i cinque anni muoiono di diarrea, mentre altri 6 milioni muoiono di fame. Potrei continuare all’infinito: malaria, AIDS, morte post-parto, sfruttamento del suolo e schiavitù. Non possiamo davvero lamentarci se aspirano ad una vita umana. Il fenomeno dell’immigrazione è dunque destinato a durare ancora molto, checché ne dicano i vari politici. Finché ci saranno questi squilibri nel mondo, il flusso di persone non si fermerà affatto; al contrario, l’aumento delle disuguaglianze economiche sta peggiorando a livello globale.

È necessario fermarsi a riflettere su questi numeri impietosi e sul trattamento che stiamo riservando a degli esseri umani. Nel 1938, in tempi non sospetti, i leader europei si incontrarono ad Evian per discutere di come spartirsi gli ebrei, zingari, testimoni di Geova, etc, che Hitler e Mussolini stavano cacciando dai loro paesi. Dopo nove giorni di dibattito, non si raggiunge alcun accordo e tutti noi conosciamo la conclusione di questa storia. Oggi, a distanza di ottant’anni, stiamo ripetendo gli stessi errori del passato.

L’Unione Europea sta agendo in maniera troppo timida. Il libro sottolinea spesso l’ipocrisia dell’accordo con la Turchia, che viola in più punti i trattati internazionali. Ad esempio, la penisola anatolica non può essere considerato un “paese sicuro” secondo i rigidi parametri dei trattati, non offre libero accesso al mercato del lavoro e non rispetta la Convenzione di Ginevra per i migranti di origine extraeuropea. D’altro canto non possiamo pretendere che una debole unione di stati con poteri limitati e l’1% di budget rispetto al PIL europeo possa agire in maniera seria e decisa. La soluzione, come spesso accade, potrebbero essere gli Stati Uniti d’Europa; se i leader nazionali contassero meno del Presidente europeo, non ci sarebbero più Orban che tengano e la ripartizione di migranti avverrebbe in maniera equa ed efficiente. Invece stiamo ad ascoltare i disgregatori, che vogliono meno Europa e meno apertura globale, inconsapevoli dei danni che ciò comporterebbe.

Il Guanxinet presenterà il libro a Valdagno domani, 26 aprile, alle ore 20:30 presso Palazzo Festari. Non mancate! Sarà una bella occasione per poter fare delle domande direttamente al Prof. Curi.