Un amico mi ha consigliato la lettura di un interessante articolo accademico sulla “produzione di idee” nel mondo. I quattro autori, quasi tutti dell’Università di Harvard, sostenevano che sta diventando sempre più difficile migliorare le tecnologie esistenti, e quindi la produttività dei ricercatori si sta drasticamente abbassando. In questo articolo spiegherò i motivi per cui mi trovo in disaccordo con le loro posizioni, cercando di portarvi sulla mia barca.

L’articolo prende in analisi tre tecnologie fra loro molto diverse: i transistor dei processori dei nostri dispositivi elettronici, i prodotti usati in agricoltura e i medicinali. Gli autori sostengono che in questi campi si sta notando una veloce diminuzione della produttività dei ricercatori: servono un numero molto più alto di ricercatori per portare alla stessa innovazione, rispetto a vent’anni fa. Questo concetto è misurato da un indicatore che gli economisti chiamano “Idea Total Factor Productivity” – per gli amici “Idea TFP” – che indica l’incidenza della ricerca nella crescita di un determinato paese. Non entro nei dettagli di questo indice perché non è necessario; vi basterà sapere che esiste uno strumento di comprovata validità per misurare la portata delle idee.

Entriamo ora nel merito della questione. Comincio dalla Legge di Moore, che afferma che il numero di transistor per microchip raddoppia ogni 18 mesi (e quindi la velocità dei dispositivi elettronici raddoppia ogni anno e mezzo), mantenendo invariato il costo di produzione. Si nota un’incredibile corrispondenza fra la realtà e la legge, che ci rende sicuri della sua validità. Tuttavia, la legge viene messa in dubbio da quando è stata creata: pochi credono che con i mezzi attuali si riuscirà a dimezzare la dimensione dei transistor. Oggi si dice che i semiconduttori siano arrivati al limite fisico, perché i transistor sono grandi solamente tre nanometri. Eppure sembra che i ricercatori abbiano trovato il modo per aggirare il problema, per cui assisteremo di nuovo al raddoppio del numero di transistor fra pochi mesi.

Ma quello che gli autori sostengono è che per arrivare all’innovazione che ha permesso di scendere sotto i tre nanometri sono serviti molti più ricercatori rispetto a due anni fa. In altre parole, la produttività dei ricercatori è calata. Si possono osservare gli stessi dati empirici anche per la ricerca medico-farmaceutica e per quella agricola, che comprende lo sviluppo di pesticidi, semenza, etc. Io però ho qualche obiezione.

Primo, non hanno scelto proprio dei campi di ricerca innovativi, ma degli ambienti già ipertestati e saturi di studiosi che vi lavorano. Se avessero esaminato l’Idea TFP (cioè, ripeto, la produzione di innovazione con lo stesso numero di ricercatori, ossia la loro produttività) per delle tecnologie più fresche, sono sicuro che l’avrebbero trovato in forte crescita. È normale che i primi studiosi, isolati e con scarsa visibilità, riescano ad aumentare la propria produttività appena ricevono aiuto dalla comunità scientifica. Al contrario, è difficile giungere a brillanti risultati se si è già detto tutto su un particolare argomento – ed è normale che i ricercatori si concentrino lì, perché le università formano su ciò che è già consolidato, non sulle tecnologie ancora in fase embrionale. Se provassimo a vedere, ad esempio, i TFP per l’intelligenza artificiale o per la finanza comportamentale, sono convinto che li vedremmo in forte crescita.

I ricercatori non sono più scemi di cinquant’anni fa, anzi: con una preparazione più solida e gli strumenti moderni, sono sicuramente molto più produttivi dei loro colleghi del passato. Il problema è che il numero di dottorati sta aumentando vertiginosamente, e con esso il numero di ricercatori. Pochi di questi si dedicano alle frontiere inesplorate delle nuove tecnologie, mentre molti proseguono gli studi sulla terra già battuta. L’errore degli autori – piuttosto grossolano – sta nell’aver esaminato solamente campi già abbondantemente esplorati, traendo conclusioni generali da questi tre esempi.

Ciò che è più importante è la velocità della ricerca. Se voi pensate al mondo di dieci anni fa, scoprirete che è totalmente diverso da quello di oggi. Pensate a quante innovazioni sono state introdotte in un lasso di tempo così breve! Il progresso scientifico non è mai stato così veloce, ma gli autori si sono concentrati su dei campi che non possono offrire nulla di nuovo. Big data, protesi robotiche, industria 4.0: la ricerca si sta velocemente espandendo, garantendo un aumento di produttività che bilancia il calo nelle discipline tradizionali.

Un’altra considerazione da fare è che ci sono sempre più ricercatori e i campi di ricerca, all’interno della stessa materia, si stanno moltiplicando. È quindi difficile stabilire con esattezza se includere un gruppo di studiosi all’interno di una materia. Se gli autori lo hanno fatto, allora è comprensibile che la produttività diminuisce: non ci si può aspettare che uno studioso di Big Data apporti un aiuto determinante all’Industria 4.0, eppure sono temi fra loro strettamente collegati.

Per concludere, mi sento di dire che sia piuttosto facile dimostrare che la produttività dei ricercatori stia diminuendo analizzando dei campi tradizionali. Sarebbe più interessante sviluppare uno studio sulle nuove tecnologie, per vedere se davvero i ricercatori di oggi sono più stupidi di quelli del passato. Io non credo che si arriverebbe a questa conclusione, perché il mondo sta cambiando in maniera velocissima. Fra dieci anni potremmo sedere su auto che si guidano da sole, volare su Marte e sicuramente avremo sconfitto alcuni tipi di tumore. Ma se ci fermiamo all’innovazione sui pesticidi, ci credo che non vedremo alcun miglioramento 😉