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Letteratura

Se la morte smette di uccidere

Ricevo sempre molti libri per il mio compleanno. Tenendo conto della mia voracità, non c’è regalo migliore. Quest’anno ho aggiunto al mio comodino un libro veramente fantastico, che non ho potuto fare a meno di condividere con voi. Sto parlando de “Le intermittenze della morte” di José Saramago. Non mi era mai capitato di cimentarmi in un libro del portoghese, nonostante ne avessi sempre sentito parlare bene. Il primo impatto è stato più che positivo e direi, dall’alto delle mie supreme conoscenze, che il Nobel per la Letteratura è stato meritato.

Il libro è diviso in due parti: nella prima, la morte (lo scrivo in minuscolo, proprio come desidera lei stessa) decide di smettere di uccidere, dopo essersi stancata di ricevere insulti dagli uomini. Le conseguenze, ovviamente, non si fanno attendere: gli anziani si accumulano, la spesa previdenziale diventa insostenibile e le pompe funebri devono accettare l’umiliazione di seppellire canarini e cocoriti per non andare in fallimento. Per rispondere alla crisi, molte persone si organizzano per trasportare i propri cari “in vita sospesa” (ossia teoricamente vivi, ma praticamente incapaci di muoversi, esprimersi o provare sentimenti) al di là del confine, dove la morte continua a lavorare imperterrita.

La seconda parte del libro fa uno zoom sulla “vita della morte”, se mi concedete questo ossimoro. La morte, un semplice mucchietto di ossa con il potere di smaterializzarsi e viaggiare, abita in una triste stanza bianca assieme alla sua falce. Dopo aver annunciato al governo il suo ritorno imminente, decide di inviare ai futuri morti una lettera con una settimana di preavviso, in modo che possano avvisare i propri cari e prepararsi al meglio per la partenza. Nonostante lei fosse partita dalle migliori intenzioni, questa iniziativa getta il panico nel paese; il viola, colore delle buste con cui la morte dà l’avviso del proprio arrivo, viene bandito in qualsiasi circostanza.

Saramago ci dipinge quindi una morte ben diversa da quella che conosciamo. Con fare leggero e canzonatorio, la descrive come noi descriveremmo una madre apprensiva, che incontrerà persino un irrimediabile intoppo nel corso del suo meticoloso lavoro. Non è una morte perfetta ed incorreggibile, ma umana e moderna, che pensa addirittura di utilizzare le e-mail invece delle lettere non appena tutti avranno un account di posta elettronica. Il risultato è un libro divertentissimo e provocatorio, che piace sicuramente a tutti i palati. Ciò non significa che sia un libro banale: pur sdrammatizzando la serietà del tema che affronta – cosa che, ahimé, a me non riesce proprio! – Saramago ci offre una miniera di spunti per riflettere su di noi. Ve ne presento solo qualcuno, perché servirebbero almeno 2-3 uscite dello Zibaldone per ritenermi soddisfatto.

Innanzitutto, ho trovato geniale che la morte abbia deciso di comunicare il proprio ritorno al direttore della televisione nazionale, invece che al re o al Primo Ministro. La morte sa benissimo che il miglior modo per ottenere visibilità è attraverso gli schermi dei televisori, che ormai hanno scavalcato qualsiasi autorità. Saramago ci sta dicendo che la TV ha più potere e più influenza sull’uomo del governo da noi eletto, il che non mi sembra troppo rassicurante.

Chi perde di più dall’assenza della morte sono le religioni. Senza più lo spauracchio della dipartita imminente e la carotina dell’aldilà e della resurrezione, la Chiesa cattolica si trova in forte crisi. Continuerà a pregare per un anno, durante l’assenza della morte, per poi prendersi i meriti del suo ritorno. Saramago è piuttosto severo nel suo giudizio sulle religioni e dimostra con la sua tagliente ironia come spesso queste facciano leva sui timori più reconditi nell’animo umano. Dunque la domanda fondamentale è: posto che Dio esista, chi comanda fra lui e la morte? Il nostro mucchietto di ossa ci suggerisce che Dio si occupa di dare la vita, ma poi è lei a toglierla; ma seguire due divinità è out of fashion da molto tempo.

Saramago non si risparmia nemmeno sui filosofi, che nel marasma dell’assenza della morte si dividono in due fazioni e non giungono ad una conclusione, e sulla società, che mostra il suo lato più cinico di fronte all’emergenza non-morti. Nessuno più piange i propri cari che entrano in quello stato di coma che la morte non vuole interrompere, ma al contrario fanno di tutto per sbarazzarsene. Gli ospizi non possono che ringraziare, sostenendo ampi investimenti per ampliarsi. Dopo l’iniziale sbornia e l’euforia di essere l’unico paese in cui non si muore, la necessità della morte emerge in tutta la sua evidenza. Ma non è una necessità filosofica (“senza la morte la vita non ha più senso” ed altri epicureismi e stoicismi vari), bensì un bisogno molto più pratico e ignobile. Chi le paga le pensioni a questi morti viventi? Dove li si mette? Come li si deve trattare? Come umani oppure come morti?

Il libro è dunque un piccolo omaggio alla morte. La cultura occidentale l’ha da sempre temuta e demonizzata, ma questa donnina incappucciata non può che farci sorridere. Geniale e pungente, divertente ed arguto, Saramago mi ha veramente stregato. Leggetevi assolutamente Le intermittenze della morte! Sono 120 pagine di pura epicità.

P.S.: per ovvie ragioni non vi posso svelare come finisce il romanzo, ma vi posso garantire che le ultime 20 pagine sono un orgasmo letterario. La scena finale è così forte che i migliori registi possono solo sognare qualcosa del genere. Davvero, è un pezzettino di letteratura che BISOGNA aver letto!

2 Comments

  1. Nicola

    Bellissima recensione, viene in mente Gulliver quando si ferma nella città degli immortali dove gli abitanti hanno pietà per quelle anime senza possibilità di riposo.
    In ogni caso grazie per questo consiglio, sara una delle mie prossime letture

    • Antonio Nicoletti

      Caro Nicola,
      mi hai fatto venire voglia di leggere Swift 😉
      Mi era capitato di leggere qualche spezzone de “I viaggi di Gulliver” a scuola, all’interno del programma di inglese, ma effettivamente bisognerebbe tornarci con occhi nuovi – e maggiore consapevolezza.
      Grazie,
      Antonio

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