Se qualcuno mi avesse chiesto se conoscessi il termine “barmano” prima di aver letto Il futuro della Birmania, io avrei detto che è il modo con cui gli inglesi chiamano i baristi. E invece Claudio Canal, nel suo Aung San Suu Kyi – il futuro della Birmania. Oltre la politica, ci spiega che è il termine più corretto per indicare la popolazione bamar, che rappresenta l’etnia di maggioranza parlante birmano. In buona sostanza, quindi, dovrete resettare il più usato “birmano” in favore di “barmano”.

Il libro di Canal non vi lascia solo queste sottigliezze, che vi possono garantire poco più di una bella figura. Al contrario, è un bel dipinto della Birmania di ieri, oggi e domani; mi ha aperto le porte ad un mondo diverso, complesso e per certi aspetti difficile da comprendere senza un tramite culturale. Prima di leggere il libro, non avrei saputo indicare la Birmania sulla mappa, né dire quale fosse la sua capitale. Figuriamoci se sapessi qualcosa della sua storia e della sua politica.

Il libro mi aiuta quindi ad avvicinare me e chi legge questo articolo ad un paese dalla cultura ricca e variegata, che vale la pena conoscere. La Birmania – altrimenti nota come Myanmar – è principalmente composta da quattro etnie: Kachin e Shan a Nord, Burmese al centro e Karen nel Sud-Est. Queste popolazioni, fra loro molto diverse, segnano anche un panorama religioso variegato: alla maggioranza buddhista si accompagnano i cristiani (principalmente battisti e protestanti) e i musulmani Rohingya, perseguitati dal governo e dalle autorità locali.

La Birmania ha vissuto sotto il dominio inglese fino al 1948, quando è stata liberata ed ha dichiarato l’inizio di un sistema democratico. Tuttavia, nel 1962 un colpo di stato fa cadere il paese in un regime militare che governerà per cinquant’anni, subendo alcuni scossoni. Lo SLORC – acronimo per “Consiglio di Restaurazione della Legge e dell’Ordine dello Stato”, o più semplicemente la giunta militare – ha un che di orwelliano: appena giunta al potere, costituisce alcune commissioni d’inchiesta, con lo scopo di riordinare la cultura barmana. Le religioni vengono messe al bando e le libertà individuali sono drasticamente diminuite. La storia politica di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace nel 1991, può darvene un’idea: dopo le rivolte studentesche dell’otto agosto 1988 (conosciuta come Rivoluzione 8888), il leader della giunta militare Ne Win deve dimettersi; seguono le prime elezioni libere nel 1990, dove Aung San Suu Kyi e il suo partito “Lega Nazionale per la Democrazia” vincono più dei due terzi dei seggi al Parlamento. Lo SLORC però dimostra che una giunta militare non è facile da sconfiggere: rovescia l’assemblea popolare e ne arresta i principali membri. Aung San Suu Kyi viene liberata nel 1995, arrestata nel 2000, rimessa in libertà nel 2002 e nuovamente imprigionata nel 2003, per essere definitivamente scarcerata nel 2010. Nei brevi periodi di libertà lo SLORC non allenta la presa, mettendola spesso ai domiciliari e limitandone i movimenti.

La forza del regime si manifesta anche nell’economia, che è affetta dal Crony Capitalism. Gli affari vengono portati a termine solo da un paio di grosse imprese statali che hanno rami in qualsiasi settore: edilizia, energia, agricoltura, etc. Il risultato è un sistema che privilegia e dà benefici agli amici dei leader di partito, a scapito della meritocrazia e della gente comune. Non è un caso che uno dei business più fiorenti della Birmania sia il commercio di oppio. Il paese è stato lo storico fornitore di un’affamata clientela cinese, ma ora non disdegna affatto il commercio con l’Occidente. Le coltivazioni di oppio sfamano molte famiglie di poveri contadini, ma arricchiscono principalmente i grossi contrabbandieri.

Come avrete già intuito, la Birmania è uno dei paesi più in difficoltà dal punto di vista economico. Nonostante la stagnazione durante i cinquant’anni del regime, lo Stato sta crescendo al ritmo dell’8% all’anno da quando Aung San Suu Kyi e il suo partito sono al governo (2012), grazie al termine dell’embargo internazionale e di un grosso flusso di investimenti dall’estero. Troveremo sempre più spesso calzature sportive “Made in Myanmar”; fateci caso, d’ora in poi!

Il libro di Canal ritrae uomini, popoli e culture che sono passati per la Birmania. Non potete perdervi la storia di Herman Perry, afroamericano ventenne che costruì, assieme ad altre 50000 persone, una strada di 800km dall’India alla Cina per rifornire le armate di Chiang Kai-Shek, che stava combattendo contro le forze comuniste di Mao. È una storia forte, fatta di disobbedienza, amore e morte, che aggiunge della poesia al libro.

La Birmania è una terra di opposti: troverete antiche ricchezze e moderno squallore, orgoglio e paura, sorrisi e tristezza per le difficoltà della vita. Forse è proprio per questo che ho trovato il libro affascinante; raccontare una terra così lontana, misteriosa e diversa non è un’impresa facile, ma devo dire che Canal mi ha fatto riconsiderare le mie priorità di viaggio.

P.S.: non ho avuto lo spazio per parlare delle storie affascinanti di Aung San Suu Kyi e di suo padre, fondatore dell’esercito e principale anima della Resistenza anti-inglese. Sono racconti che vale davvero la pena di leggere, per cui cercate il libro!

AGGIORNAMENTO, fine 2017: Aung San Suu Kyi sta deludendo il mondo di fronte al suo cocciuto non-interventismo nei confronti dei profughi rohingya, la minoranza musulmana barmana. Nonostante gli accorati appelli di altri Premi Nobel per la Pace, la leader ha rifiutato di prendere posizione, de facto legittimando lo sterminio perpetrato dai militari. Forse siamo già alla fine della luna di miele fra San Suu Kyi e l’Occidente.
C’è però chi la difende, obiettando che una reazione allo squadrismo dell’esercito porterebbe, probabilmente, ad un colpo di stato dello stesso. Meglio una democrazia debole, che non garantisce i diritti umani a tutta la popolazione, piuttosto che un nuovo regime militare. Si tratta di una situazione delicata, ma di certo San Suu Kyi, con le sue indecisioni, ha deluso tutti noi.