La settimana scorsa la Procura di Milano ha annunciato che sta indagando dieci top managers del Sole 24 Ore, che io ritengo uno dei pochi quotidiani che faccia informazione di qualità. Mentre tutte le testate davano contro alla Commissione ed all’Unione Europea per l’infrazione sul deficit, la bravissima Cerretelli spiegava come quei 3.4 miliardi fossero frutto di una serie interminabile di sconti sul debito da parte delle istituzioni europee. Quanti giornali scelgono di andare controcorrente rispetto all’opinione pubblica e ci raccontano la verità? Ahimé, sempre meno. I quotidiani cercano titoli sensazionalistici e rincorrono la notizia bomba, che spesso infarciscono di panzane assurde – e le copertine di Libero sono un buon esempio, ma non certo l’unico.

Credo che parte dei successi politici dell’anno scorso (Brexit, Trump, No al referendum costituzionale) siano dovuti anche ad un comportamento non adeguato dei media d’informazione e, più in generale, del mondo del giornalismo. In questo articolo spiegherò il perché, cercando di riflettere sul nuovo rapporto fra politica e giornalismo.

Sembra che l’elettorato stia cambiando: non solo la gente non teme più i salti nel vuoto e apprezza il voto anti-establishment, ma tende a votare più la persona che il messaggio che questa porta. Più precisamente, i contenuti del programma elettorale interessano sempre di meno. Secondo Joe Klein, giornalista americano, questo spiega perfettamente la vittoria di Trump e la debacle (perché non è stata una semplice sconfitta) della Clinton. Siccome il popolo sta cambiando, il giornalismo dovrebbe adattarsi di conseguenza.

Mi spiego meglio: (praticamente) TUTTA la stampa economica, politica e di attualità era a favore del Remain e della Clinton. Il TIME, settimanale più venduto negli USA, dava assolutamente per certa la vittoria di Hillary, tanto da dedicare un paio di copertine al volto di Trump che si scioglieva: “complete meltdown”, scioglimento completo, recitava il titolo. E chissà quante risate si è fatto Trump quando ha vinto le elezioni. L’Economist non mancava l’occasione di riportare le bestialità pronunciate dal tycoon, forse con lo scopo di tranquillizzare noi europei sull’esito del voto. Nel frattempo, il popolo americano stava a guardare; vedeva una stampa monocolore, schierata in blocco a favore dei Democratici e troppo occupata ad attaccare Trump per indirizzare le vere questioni importanti, quelle che hanno fatto vincere le elezioni: immigrati, occupazione, fisco. Sul TIME non ho visto neanche un articolo sul programma economico di Trump – né uno pro né uno contro – mentre si sprecavano pagine su pagine per commentare le str***ate che diceva. Come se alla gente importasse del politically correct.

Ora che vi ho detto quale sia stato l’approccio sbagliato, vi parlo anche di quale possa essere la soluzione. A mio parere, i giornali dovrebbero smettere di schierarsi apertamente da una parte o dall’altra e riportare fedelmente i dati e le proiezioni economiche che derivano da un programma elettorale piuttosto che da un altro. Vi faccio un esempio concreto: quanti articoli avete visto sulle conseguenze economiche, internazionali e/o istituzionali del nostro referendum? Pochi, davvero troppo pochi. Al contrario, quanto inchiostro è stato versato per commentare il comportamento di Renzi, di Berlusconi o di Salvini? Quanto per il populismo dei 5 Stelle? Pagine su pagine riempite di articoli totalmente inutili che non fanno altro che logorare i nervi dell’elettore medio. Quanto sono belli i pezzi che mostrano la riforma costituzionale punto per punto, spiegandone le parti più complicate senza sbilanciarsi? Sono senza dubbio gli articoli più utili, ma sono anche i più difficili da scrivere. È davvero difficile mettere da parte le proprie convinzioni politiche per tentare di dare spazio all’oggettività – e lo dico per esperienza personale, dopo i più di 100 articoli che ho scritto in quest’ultimo anno. Eppure sono convinto che questo sia lo sforzo che ogni mezzo d’informazione dovrebbe fare. Per contrastare le false credenze e l’ignoranza (intesa non come offesa, ma come mancanza di conoscenza), il metodo più efficace sono i numeri. NON le argomentazioni, ma i numeri. Se si parla di come la Clinton sia più esperta, più adatta e più preparata di Trump, l’elettore medio – e io mi inserisco in questa ben nutrita categoria – salterà volentieri una pagina piena di scontatezze. Se invece un giornalista mi proponesse un bell’articolo sui benefici dell’immigrazione (che andrebbe evidentemente contro Trump), non avrei tentennamenti nel leggerlo. Le elezioni si giocano sempre sui moderati, e i moderati si convincono con dati e oggettività; non con articoli pieni di retorica e aria fritta.

Sconfino per poche righe sulla questione social networks: ogni giorno, le nostre bacheche Facebook, Twitter o Google+ vengono riempite di “monnezza”, ossia di articoli palesemente falsi. Fatemi una cortesia: commentate con un link che smentisca il post/articolo, e non passate oltre sbuffando. So che sembra di lottare contro i mulini a vento, ma è sempre più necessario creare consapevolezza. Io ho combattute crociate contro alcune persone che condividevano spazzatura su Facebook; alcuni mi hanno cancellato dagli amici, alcuni mi hanno bloccato, altri si sono resi conto che non possono condividere qualsiasi cosa che vedono su Internet. Io punto tantissimo su quest’ultima categoria di persone (e delle prime due “francamente me ne infischio”).

Tutti noi dovremmo diventare più familiari con due magiche paroline: fact checking. Se i numeri e i fatti vengono controllati e i giornali si svuotano di noiosa retorica, la consapevolezza aumenta. Il voto migliora. Le sorprese diminuiscono.

P.S.: scrivo “il voto migliora” perché credo il miglior voto sia quello consapevole. Non importa che si voti Trump o Clinton, Brexit o Remain, Sì o No; l’importante è farlo con cognizione di causa: cosa succederà dopo? Quali saranno le conseguenze economico/politico/sociali? Quali quelle internazionali? In ciò, i giornalisti potrebbero davvero aiutare. Nel nostro piccolo, diamoci da fare con fact checking  e impegno politico.