A.S.: ieri DJ Fabo è morto. Dopo aver saputo che la discussione sulla proposta di legge sull’eutanasia legale era slittata per la terza volta, ha deciso di andare in Svizzera a farla finita. Il suo saluto è amaro: ci è andato da solo, accompagnato dal Radicale Marco Cappato, senza ricevere alcun segnale dallo Stato. Chissà che ora il dibattito sull’eutanasia si riapra anche qui.

Il tema che mi accingo a trattare non è dei più leggeri, ma credo sia necessario iniziare a riflettere sul diritto alla vita e alla sua interruzione. Secoli fa, i greci ci insegnavano a goderci la vita e a non temere la morte; la vita era sacra, ma la morte altrettanto. Poco dopo si sono affermate le religioni monoteiste, e le cose sono cambiate. La vita, dataci da un’entità a noi superiore, non può essere interrotta a nostro piacimento, e i suicidi sono severamente puniti nell’aldilà. Dante ha dipinto una delle più belle immagini della Divina Commedia proprio con i suicidi: per analogia, chi si toglie la vita viene trasformato in albero, che di vita non ne ha mai avuta.

Secondo le religioni rivelate, noi non siamo veramente padroni della nostra vita. Oggi, però, le cose stanno cambiando: l’uomo vuole riprendersi un posto centrale nell’universo, e uno dei primi passi da fare è riappropriarsi dei diritti un tempo perduti. Sempre più giovani si spendono per ottenere più libertà: la cannabis sta diventando legale in tutta Europa, la prostituzione viene regolamentata ma liberalizzata, si può viaggiare sempre più facilmente. Eppure, il diritto alla morte rimane ancora un tabù nei paesi di tradizione cattolica. Su quello alla vita non abbiamo alcun dubbio, ma ancora non riusciamo a cominciare un dibattito serio sull’eutanasia.

Chiariamo un paio di punti: non è che un giorno mi sveglio di cattivo umore, vado in una clinica specializzata e mi faccio uccidere. Prima di ottenere il via libera bisogna superare un team di psicologi e altri strizzacervelli che cercano in tutti i modi di dissuaderti, provando ad individuare i motivi che spingono verso la soluzione estrema. Se il paziente risulta perfettamente razionale e le motivazioni non sono transitorie, allora si ottiene il benestare e si avvia la procedura. Ha fatto scalpore il caso dell’atleta paralimpica Marieke Vervoort che, dopo aver vinto una medaglia d’oro a Rio e a Londra nei 400 metri, ha annunciato di voler ricorrere all’eutanasia. I motivi? Sta lottando contro una malattia degenerativa molto dolorosa, e ha coronato più volte il proprio sogno. Ora ha 37 anni, e la sua carriera sportiva è ormai alla fine. Quando si stancherà di soffrire, avrà il diritto di ricorrere al suicidio assistito nel suo paese (il Belgio). E chi le toglie quel diritto? Chi ha il coraggio di dirle “no, tu dovrai soffrire finché le forze te lo permetteranno”?

Aggiungo anche una considerazione pratica: viviamo in un continente in cui l’aspettativa di vita si sta allungando sempre di più e gli ospizi di anzianità si moltiplicano. Fin qui, non c’è nulla di male (se non il fatto che ci sarà bisogno di lavorare di più per pagare pensioni più lunghe, o reinventarci il sistema di Welfare). Tuttavia, mi chiedo spesso che senso abbia rimanere in vita in uno stato vicino a quello vegetativo. Per questo motivo, credo che il business delle cliniche che offrono il suicidio assistito crescerà esponenzialmente. Quando gli anziani saranno i giovani di oggi, cresciuti senza religione e senza riferimenti a valori particolari, è probabile che decideranno di farla finita con un paio di anni d’anticipo, se ritengono di essere di peso per la famiglia. Probabilmente chi legge queste righe proverà un brivido di ribrezzo, o un fremito di contrarietà, perché la nostra società è lontana anni luce dalla situazione che descrivo sopra. Eppure, “in una galassia lontana”, credo che questo scenario possa diventare normale.

Italia e Irlanda sono gli unici due stati in Europa in cui l’eutanasia è completamente illegale. Il Benelux, al contrario, garantisce il diritto di morire in ogni caso, dopo i dovuti accertamenti. In tutti gli altri paesi la situazione sta a metà: la dolce morte è consentita solo in alcuni casi, vietata in altri.

Ogni tanto leggiamo che nel Benelux delle persone decidono di morire. A dire il vero, anche in Italia abbiamo molti casi del genere, ma la modalità con cui queste persone decidono di andarsene è molto diversa: qui usano pistole, detersivi o corde, mentre in Belgio usano una siringa.

La strada da percorrere è ancora lunghissima: in Italia, oltre alla cultura cattolica, abbiamo anche un Codice Civile che ci impedisce di arrecare danni alla nostra persona fisica (quindi scordatevi di diventare milionari vendendo un paio di organi). Non è un caso se i Radicali non abbiano mai avuto successo in un paese illiberale come il nostro. Papa Francesco sta tuttavia dimostrando che la società cambia, e può farlo piuttosto velocemente. Bisognerebbe cominciare un bel dibattito in cui discutere dei pro e dei contro, assieme ai paletti per concedere la “morte buona” (eu=buono, felice; thanatos=morte). Vi lascio riprendendo il titolo: un famoso proverbio dice “vivi e lascia vivere”, ma a volte bisognerebbe ascoltare James Bond, che ci suggerisce di “vivere e lasciar morire”, perché non abbiamo alcun diritto sulla vita delle altre persone.