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Reddito di cittadinanza: cos’è e come funziona

A fine dicembre Luca Ricolfi ha pubblicato un interessante articolo sul Sole 24 Ore: spiegava che a suo parere il reddito di cittadinanza diventare una delle parole più abusate del dibattito politico del 2017, a causa dell’estrema facilità di manipolazione di quel concetto, della buona presa sulla gente e della mancanza di idee fresche ed innovative.

Iniziamo quindi svelando il misterioso arcano: reddito di cittadinanza reddito minimo. Nonostante i nomi e i concetti di fondo siano simili, c’è un abisso fra i due. Il reddito di cittadinanza esiste solamente in Alaska ed è totalmente finanziato dalla nobile attività di estrazione petrolifera. Se allo Stato avanza qualcosa, viene distribuito ai cittadini. I proventi per capita sono stati compresi fra i 100 e i 200 dollari americani negli ultimi anni. Una vera e propria fortuna! Capirete, quindi, che non si può vivere con un reddito di cittadinanza, perché nessuno Stato è in grado di offrire ai propri cittadini abbastanza denaro per sopravvivere. È importante capire che per “reddito di cittadinanza” si intende una somma data a TUTTE le persone in età lavorativa che hanno la cittadinanza, appunto. Non sono richiesti particolari requisiti di reddito, religione, nucleo familiare, etc.: lo si prende solo per il fatto di essere cittadini di quello Stato. Il costo di un reddito di cittadinanza modesto sarebbe, in Italia, di 350 miliardi all’anno, pari a circa il 20% del nostro debito. In altre parole, il nostro debito aumenterebbe di 350 miliardi ogni anno. Il reddito di cittadinanza non è però fantascienza: oltre all’Alaska, in cui ci sono più lupi che persone, anche la Finlandia si appresta a lanciare un esperimento sociale nel corso del 2017-2018. Darà un reddito di cittadinanza a 2000 persone di diversa estrazione sociale ed osserverà i comportamenti che questi terranno, valutando poi se estenderlo alla popolazione.

Il reddito minimo è invece una cosa molto più semplice e sostenibile: lo Stato completa il reddito di ciascun individuo che sia sotto una determinata soglia, eliminando così la povertà. Alcuni stati adottano un approccio simile, fissando un minimo alla paga oraria dei lavoratori dipendenti. Il peso di una manovra del genere è molto più piccolo del reddito di cittadinanza, ma ancora non trascurabile; in Italia abbiamo un DDL presentato dal M5S che porterebbe ad una spesa di 16 miliardi all’anno, pari a poco meno dell’1% del nostro debito. Da notare che il M5S chiama la sua proposta “reddito di cittadinanza”, mentre in realtà si sta parlando di un reddito minimo.

Il dibattito economico e politico su questa questione risale almeno al secolo scorso. È giusto che chi lavora paghi le tasse per mantenere chi non lavora? Quanto è forte il rischio di una perdita del valore del lavoro, su cui si basa la società occidentale? Ci sono benefici economici o è solo una spesa fine a se stessa? Qui entriamo in un campo minato, ma cercherò di destreggiarmi con argomentazioni sensate.

Partiamo dal presupposto che l’Italia e la Grecia sono gli unici paesi europei che non garantiscono il reddito minimo. Se gli altri paesi non si sono sfracellati o sprofondati nel debito, vuol dire che può funzionare. Il problema fondamentale è che è immorale che alcuni individui si accomodino mentre i lavoratori pagano il loro stipendio. John Rawls, famoso filosofo ed economista liberale, è famoso per aver coniato l’espressione “surfisti di Malibu” per indicare questi free-riders, ossia approfittatori della società in cui vivono. Il problema si pone se il reddito minimo è maggiore dello stipendio che percepirebbero se lavorassero: in quel caso, neppure uno Stakanov andrebbe in fabbrica. Se invece il reddito garantito è sufficiente da evitare la povertà ma non abbastanza alto da vivere bene, allora solo chi ne ha veramente bisogno ne godrebbe. Magari i clochard potrebbero pagarsi un buchetto dove dormire e il cibo per tutto il mese, ma un lavoratore dipendente non si sognerebbe di auto-declassarsi. Gli economisti liberisti dello scorso secolo – in primis Friedman e Von Hayek – sostenevano l’imposta negativa, che è probabilmente la soluzione più elegante e razionale al problema della povertà. È un concetto molto semplice: lo Stato fissa una soglia minima di reddito e colma la differenza con una tassazione al contrario. Ciò significa che se un individuo guadagna di più della soglia minima non percepisce alcuno svantaggio, mentre chi ne è al di sotto viene aiutato dallo Stato. Il vantaggio è che non conviene mai smettere di lavorare, perché lo Stato copre solo una parte della differenza fra il reddito dichiarato e la soglia minima (ad esempio il 50%: è una vera e propria tassa al contrario), quindi se si percepisce un salario maggiore della soglia minima non ci si licenzia. Lo svantaggio è che servirebbe un controllo capillare delle dichiarazioni di reddito, cosa che in Italia e Grecia non funziona proprio al meglio.

È difficile dire se un reddito minimo garantito porterebbe ad un tale aumento dei consumi e degli investimenti che compenserebbero la maggior spesa statale, ma di certo il problema della povertà diminuirebbe sensibilmente. Gli economisti che lo appoggiano, nelle sue varie forme, vanno dall’interventismo keynesiano al liberismo più puro, dimostrando che sarebbe una manovra efficace se ben applicata. Aggiungo che viviamo in un periodo in cui i politici ci fanno odiare di più i poveri che non la povertà, e forse dovremmo ricalibrare un attimo i nostri punti di vista.

Pensateci: ora sapete cos’è un reddito di cittadinanza, un reddito minimo e un’imposta negativa. Riflettete su quale sia la migliore soluzione e sulla sua applicabilità, perché è facile che ne sentiremo parlare molto nei prossimi mesi (durante la campagna elettorale per il 65o governo italiano in 71 anni, sigh 🙁 ).

1 Comment

  1. Corrado

    Al di là del giusto o non giusto, la prima domanda da farsi è dove prendere i soldi necessari. Aumentare il debito è impensabile, tagliare altri costi non ne sono capaci, occorrerebbe ricorrere ad una maggiore tassazione. Non ci sarebbe alcun aumento dei consumi, perché diminuirebbero quelli degli altri cittadini.

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