Giovedì scorso il Guanxi ha proposto un’altra delle sue serate imperdibili. Marina Valensise, ex-direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, ha presentato il suo libro La cultura è come la marmellata, in discussione con Cristiano Seganfreddo, Carlo Tunioli e Marco Mari. L’incontro è stato divertente e molto stimolante, per cui avevo grandi aspettative dal libro; aspettative che non sono state affatto deluse, anzi! In questo articolo vi spiegherò i motivi per cui mi è piaciuto, senza trascurare alcune mie considerazioni generali.

Il libro, molto snello – 130 pagine – è la storia dei quattro anni in cui l’autrice ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, portandolo da uno stato di decadenza alle migliori condizioni che l’Hotel de Galliffet, sede dell’Istituto, abbia mai visto. Non è solo un’eccellente gestione della cosa pubblica, ma un modello di integrazione fra settori pubblico e privato che dovrebbe ispirare tutti noi. Piano piano cercherò di spiegarvi cosa intendo.

Siamo a Parigi, in una viuzza dell’esclusivo quartiere Saint Germain, dentro ad un magnifico edificio settecentesco ora in rovina, in seguito ad alcune gestioni scellerate. La Dott.ssa Valensise acquista il ruolo di direttrice nel 2012, con l’obiettivo di esportare la cultura italiana in Francia; da dove può cominciare la sua gestione? Beh, dal costruire una nuova cucina, ovviamente! Tutte le buone esperienze partono dal cibo, se abbiamo a che fare con l’Italia 😉

Non è facile iniziare l’opera di recupero: con un budget molto ristretto e l’incuria abbraccia tutto il palazzo, i benefattori non si materializzano da soli. L’autrice deve infatti trovare delle imprese italiane che si mettano a disposizione per installare una cucina dove fare serate di degustazione e preparazione con i migliori chef dello stivale, ma i primi contatti si rivelano poco rispettosi (e probabilmente inconsapevoli di trovarsi all’interno di un palazzo del Settecento, con tutte le attenzioni del caso) oppure fuori budget. Tutto ad un tratto, però, compaiono le prime imprese che decidono di mettersi al servizio della cultura e dell’italianità. Non posso raccontarvi tutti gli episodi perché vi rovinerei il libro, ma prendo ad esempio la Modulnova di Pordenone, che fabbrica cucine di altissima qualità spendendo una parte rilevante dei ricavi in ricerca e sviluppo, in modo da mantenersi davanti alla concorrenza. Dario Presotto, proprietario di Modulnova, decide di regalare la cucina all’Istituto, sapendo che questo gli garantirà un ritorno d’immagine importantissimo nel mercato francese. È così che interessi pubblici e privati coincidono, creando un win-win che giova a tutti. I corsi di cucina avranno un grande successo, rappresentando una voce rilevante nei ricavi propri dell’organizzazione – che diventano, sotto l’amministrazione Valensise, il doppio della dotazione statale.

Da quel momento la strada è in discesa: le eccellenze italiane non perdono l’occasione di collaborare con l’Istituto Italiano di Cultura, che si arricchisce così di opere, musica, installazioni tecnologiche e torna a risplendere. Lo chef Bottura, gli architetti stARTT, il pianoforte Fazioli sono solo alcune delle perle che sono passate o ancora si trovano nella sede dell’Istituto.

Il libro è pieno di questi racconti dell’eccellenza italiana, che dimostrano come la nostra impresa sia sensibile alla cultura. Già la parola “impresa” dovrebbe evocare una certa poesia, una narrativa fatta di gioie e dolori. Nonostante ciò, il mondo imprenditoriale ha da sempre guardato con indifferenza – se non con sospetto – alla cultura; la battuta “con la cultura non si mangia”, pronunciata da Tremonti una decina d’anni fa, appare spesso sulle bocche di chi guida un’azienda. Eppure le storie dell’Istituto e dell’autrice dovrebbero insegnarci una lezione diversa: la cultura è il punto d’incontro fra pubblico e privato, un solido ponte che va pian piano rafforzato. Con la cultura tutti guadagnano, nessuno perde; quindi mangiamo tutti, con buona pace di Tremonti. Sia lo Stato che le aziende che si sono messe in gioco hanno ottenuto quello che hanno voluto – rispettivamente, un simbolo della cultura italiana a basso prezzo e una vetrina per il mercato francese. È per questo motivo che tutti dovrebbero conoscere la storia della direzione Valensise.

L’obiettivo dell’Istituto è stato pienamente raggiunto: ora abbiamo un fulcro della cultura italiana a Parigi, una piccola isola che diffonde l’italianità facendo conoscere ai francesi i nostri migliori cuochi, imprenditori, artisti, etc. Possiamo far conoscere il gusto per il bello e l’amore per l’arte, in tutte le sue forme, grazie ad una fantastica collaborazione fra grandi imprenditori e una bravissima amministratrice della cosa pubblica. Non era facile raccontare tutti gli episodi facendo capire la dimensione quasi epica degli sforzi fatti, ma devo dire che il libro della Valensise lo fa in maniera perfetta. Ha una narrazione, una scorrevolezza e un’ironia che lo fanno sembrare un romanzo, dalla prima all’ultima pagina. La cultura è come la marmellata è un libro che raccoglie alcuni esempi dell’eccellenza italiana e racconta una storia di successo, dove il settore pubblico e quello privato collaborano con un obiettivo comune. Non da ultimo, il libro mi ha fatto sentire orgoglioso di essere italiano. Se solo ci rendessimo conto delle potenzialità che abbiamo in mano, potremmo andare davvero lontano. Direi di iniziare dalla cultura, visto che è il campo in cui eccelliamo a livello globale.

 

P.S.: spero che questo articolo vi sia servito anche per argomentare contro chiunque dica che “con la cultura non si mangia” 😉        Raccomandategli di leggere La cultura è come la marmellata!

P.P.S.: per problemi di spazio non ho potuto descrivervi l’Hotel de Galliffet, ma vi lascio il video che mostra la costruzione del Viale dei Canti. Questa è l’opera a mio parere più bella che l’autrice, assieme ad artisti esperti, ha lasciato all’Istituto Italiano di Cultura. Guardate e giudicate voi stessi.

https://www.youtube.com/watch?v=trX-kuP22T0