Venerdì 20 gennaio, grazie alle serate del Guanxinet, ho avuto l’occasione di ascoltare il Prof. Frediano Sessi, storico dell’Università di Brescia, che presentava il libro “Auschwitz 1940-1945”. L’incontro è stato interessantissimo, ma una cosa mi ha colpito su tutte: ad un certo punto, il Prof. Sessi ha citato la Conferenza di Evian, spiegando che oggi stiamo riservando ai profughi lo stesso trattamento che venne riservato agli ebrei prima e durante la Seconda Guerra Mondiale (WWII).

Incuriosito, ho fatto una ricerchina. Non si trova un granché su questa conferenza, perché è una pagina di secondaria importanza se comparata con il resto degli avvenimenti del 1938, anno in cui si è tenuta. Tuttavia, da lì cominciano i veri problemi per gli ebrei, che porteranno all’esito che tutti conosciamo. Ora tratteggerò i tratti principali sulla Conferenza di Evian, dandovi le poche notizie che sono riuscito a trovare su internet. Troverete molti punti di contatto con la realtà odierna semplicemente leggendo l’esposizione dei fatti, ma poi commenterò più nel dettaglio.

Innanzitutto devo fornirvi il contesto storico. Nel 1935 Hitler promulga le leggi razziali, promuovendo la razza ariana e privando gli ebrei (assieme ad altre categorie sociali) di qualsiasi diritto. Il Prof. Sessi ha sottolineato più volte che inizialmente non c’era la volontà di sterminare gli ebrei, ma “semplicemente” di espellerli dal territorio tedesco. Si creò così poco meno di un milione di apolidi, ossia di individui privi di cittadinanza e passaporti. Ciò che è peggio, è che gli ebrei venivano spogliati di tutti i loro beni prima di essere espulsi. Rimanevano, quindi, poveri e senza diritti: citando la Arendt, erano niente di più di una “schiuma di popoli”.

A partire dal 1936-’37 emerge quindi la questione ebraica: dove potranno andare questo milione di persone? Come gestire un tale flusso di apolidi? Di fronte a questa emergenza, il Presidente americano Franklin D. Roosevelt chiede di convocare un’assemblea aperta a chiunque voglia partecipare ad Evian-les-Bains, in Francia, con lo scopo di trovare una soluzione al problema. L’idea iniziale era che i paesi avrebbero dovuto accogliere gli ebrei in numero proporzionale alle loro dimensioni e condizioni economiche, creando così dei canali di migrazione pienamente legale e controllati. I partecipanti furono ventidue, fra governi e istituzioni private.

Come potrete immaginare (perché altrimenti la Shoah non ci sarebbe stata), si arrivò ad un nulla di fatto. Gli australiani dichiararono che “non avendo problemi razziali, non desideriamo certo importarli”, mentre il resto dei paesi si dichiararono già al limite dell’accoglienza possibile. La Svizzera non partecipò nemmeno perché ci teneva a mantenere il proprio status di semplice terra di passaggio per gli ebrei austriaci, rifiutando persino di parlare di accoglienza. L’unico paese che accettò una quota di rifugiati fu la Repubblica Dominicana, che si disse disponibile a concedere i visti a 100.000 persone. In realtà, per problemi burocratici e una certa diffidenza verso gli ebrei (sembra che abbiano accettato solo chi si era convertito al cristianesimo entro il 1936, che dunque non necessitava urgentemente di una via di fuga), solo 500 persone vi trovarono rifugio. Ancora oggi è possibile visitare la città si Sosùa, fondata da questi profughi.

La Conferenza di Evian portò dunque ad un nulla di fatto. Ciò diede ulteriore animo alla propaganda nazista, che ebbe l’occasione per mostrare ai tedeschi che le altre potenze non aiutavano “i maiali”; si proseguì ancora per un anno con procedure lunghe e farraginose, che vedevano rifiutare la maggior parte dei richiedenti asilo. Le potenze mondiali si erano dichiarate implicitamente neutrali sulla questione ebraica – nonostante avessero espresso simpatia e preoccupazione per questi apolidi – ma l’incapacità di trovare una soluzione fu pagata a caro prezzo dagli ebrei durante la WWII.

Vi sembra di avere un deja-vu? Purtroppo sta succedendo precisamente la stessa cosa nei giorni nostri. Mentre i profughi siriani sono stati assorbiti in maniera efficace (quasi totalmente grazie alla lungimiranza e al pragmatismo di Frau Merkel), non si può dire lo stesso dei profughi sudanesi, eritrei o somali. Vediamo ogni giorno una totale incapacità di prendere decisioni di lungo termine; si sono ricreati dei campi di concentramento (NON di lavoro, né di sterminio, ma di prigionia: i profughi non possono muoversi finché non ricevono il permesso) sia in Europa che in Australia, dove sono stati documentati crimini contro l’umanità. Malnutrizione, condizioni sanitarie pietose e mancanza di un alloggio sono solo alcuni delle più gravi violazioni dei diritti umani. Manca del tutto una politica di spartizione dei flussi a livello europeo; non si può continuare a concedere visti, perché quella è una procedura costosa e lenta, mentre ora stiamo vivendo un’emergenza.

Il problema è che manca la volontà politica. Tutti noi facciamo finta di non vedere e nascondiamo la verità dietro ad un dito. Chi ne paga le conseguenze sono i profughi, la schiuma dei popoli rifiutata da tutti. Se lo scoppio di una WWIII è improbabile, ciò non ci legittima a voltare la testa dall’altra parte e rimandare il problema. Impariamo dal passato e cerchiamo di ereditare solo gli aspetti positivi della Storia, imparando dai nostri errori – perché potete stare sicuri che li ricorderemo come orrori.